MARILLION – An Hour Before It’s Dark

Titolo: An Hour Before It's Dark
Autore: Marillion
Nazione: Regno Unito
Genere: Rock Progressivo, Rock
Anno: 2022
Etichetta: Ear Music

Formazione:

Steve (h) Hogarth – Voce, Piano
Mark Kelly – Tastiere
Ian Mosley – Batteria
Steve Rothery – Chitarre
Pete Trewavas – Basso

Ospiti:
Choir Noir – Cori
In Praise Of Folly – Archi
Bethan Bond – Arpa
Sam Morris – Corno francese
Luis Jardim – Percussioni
Kat Marsh – Cori


Tracce:

Be Hard On Yourself 9:29

  1. The Tear In The Big Picture
  2. Lust For Luxury
  3. You Can Learn

Reprogram The Gene 7:03

  1. Invincible
  2. Trouble-Free Life
  3. A Cure For Us?

Only A Kiss (Instrumental) 0:40

Murder Machine 4:21

The Crow And The Nightingale 6:36

Sierra Leone 10:55

  1. Chance In A Million
  2. The White Sand
  3. The Diamond
  4. The Blue Warm Air
  5. More Than A Treasure

Care 15:20

  1. Maintenance Drugs
  2. An Hour Before It’s Dark
  3. Every Call
  4. Angels On Earth

Voto del redattore HMW: 9/10
Voto dei lettori: 9.1/10
Please wait...

Visualizzazioni post:1042

S’illuminano d’immenso, i Marillion.

Si frappongono tra uomo e luce come un prisma, e irradiano colore sulla vita appena risorta, dopo stagioni d’afflizione che sembravano senza fine. An Hour Before It’s Dark è intriso di quel sentimento di speranza già dispensato durante il recente “The Light At The End Of The Tunnel” tour, declinato da Mr. h con un lirismo sempre più raro in ambito rock, retaggio di un’epoca in cui il peso di note e lettere era pressoché equivalente.

Come Brave e Marbles e più del nebuloso F.E.A.R., questo ventesimo album è una tesi sulla sintonia perfetta tra musica e interiorità, un’esperienza sinestesica in cui i suoni si vedono, i colori si sentono e le parole si toccano. Soltanto un ascolto attento può svelare l’evoluzione di musica e testi verso la forma progressivo-melodica definitiva, tanto è curato, da parte del sesto elemento Michael Hunter, il processo di fusione di sezioni derivate da lunghe sessioni d’improvvisazione, come da tradizione progressiva.

A proposito dell’etichetta progressive… Da anni cucita su di una veste troppo stretta per il gruppo inglese, viene oggi lacerata da un’immediatezza rock trascurata da tempo, appagando un’aspettativa che pareva frustrata dalle notizie sul coinvolgimento del collettivo Choir Noir e del quartetto d’archi In Praise Of Folly, l’utilizzo dei quali è in realtà ornamentale e mai invasivo. Ad invadere le partiture è infatti pura energia, soprattutto nella prima parte dell’opera, in cui l’impatto di Rothery e l’intesa ritmica tra Mosley e Trewavas, affinata in trentotto anni di assidua frequentazione, rimarcano tutta la prestanza di questi placidi ultrasessantenni dall’aspetto rassicurante. Non per questo latitano le progressioni strumentali e i tipici crescendo, né gli arabeschi di Kelly, sempre avverso a sterili virtuosismi e solo in apparenza dimesso. Se però Fuck Everyone And Run si articolava su una collezione di suite, An Hour Before It’s Dark contiene verve ed emotività in dosi concentrate, e risulta più compatto e più mordace dei suoi immediati predecessori.

Un altro capolavoro partorito nei Real World Studios di Peter Gabriel?

Be Hard On Yourself”, non a caso il primo, gustoso saggio, ne introduce con enfasi i temi, candidandosi come miglior traccia d’apertura dell’era Hogarth accanto a “Splintering Heart”, “Man Of A Thousand Faces” e “The Invisible Man”. Nonostante si apra con uno spiazzante coro monastico arginato dalle note drammatiche del pianoforte, il brano si fa presto ritmicamente incalzante, e procede come un’onda crescente: le corde di Rothery schiumano, i tempi s’increspano in sincopi, le tastiere schizzano pathos, poiché l’appello di Hogarth non ammette repliche. La sfera di roccia colma d’acqua che ci ospita si è crepata, non è mai troppo tardi per assumersi le proprie responsabilità, «Get out and make it better, you’ve got an hour before it’s dark…».

Reprogram The Gene” è subdola: il piano lontano e il chiacchiericcio infantile illudono, fintantoché esplode un rock fragoroso, al pari dei versi gridati da h sul muro di batteria eretto da Ian, con tanto di campanaccio da 7”. L’innesto di Rothery a 1:58 ricorda il passato remoto di Seasons End e Afraid Of Sunlight, pura epicità “marillica” che sfuma man mano in una sezione meditativa, malinconicamente sinfonica, nell’augurio che sia possibile, un giorno, riprogrammarsi biologicamente al rispetto per la diversità e per le vite degli altri, facendo tesoro dell’esperienza C19: e se l’umanità fosse un virus fatale per la Terra?  «Is there a cure for us? Let’s all be friends of the Earth! ».

Murder Machines”, preceduta dal breve preludio “Only A Kiss”, è un pezzo diretto, radioso, pulsante, la prova di come sia possibile conciliare in quattro minuti linee di facile presa e portamento regale, senza rinunciare a groove e spessore lirico, esponendo un tema tristemente attuale: come vivremo le relazioni nella consapevolezza che un tenero abbraccio, o il semplice bacio di un amico, un fratello, un amante, potrebbero risultare letali? «I put my arms around her, and I killed her with love».

The Crow And The Nightingale” è un momento topico di An Hour Before It’s Dark, un respiro prolungato e profondo dopo l’impeto e le cadenze ritmate del trittico d’apertura. La connessione poc’anzi descritta tra sviluppo musicale e intreccio lirico diviene totale, effetto immediato del tema trattato. Omaggio all’ars poetica di Leonard Cohen, il brano trae ispirazione dalla raccolta “Book Of Longing”, e l’ammirazione di Hogarth nei confronti del cantautore-poeta canadese è tanto sentita quanto diretta: «Thank you for your words of longing, it doesn’t really matter whether or not I understood them…» parole quasi sussurrate mentre il piano lascia campo libero agli archi e alle voci del Choir Noir, in un crescendo corale in cui vibrano le corde dell’arpa fino all’assolo di Rothery, quasi a voler mimare le evoluzioni melodiose dell’usignolo (Cohen?) ed il volo crocidante del corvo (h?), in un parallelo tra parolieri-musici pregno di rispetto ed umiltà.

“Sierra Leone” rinnova la tradizione delle suite geopolitiche (Berlin, Estonia, Gaza, Montréal), raccontando una storia toccante sulle opportunità inattese e le loro conseguenze, altrettanto inaspettate. Un uomo semplice, una discarica, un diamante nascosto, un paese dilaniato…la povertà e la voglia di riscatto stimolano un altro momento di raccoglimento musicale, in cui è Kelly a dettar passo ed atmosfere, dapprima sfumate mentre accompagna, sui tocchi vellutati di Mosley, la scoperta dell’inestimabile gemma, poi a poco a poco più sostenute e cariche, di pari passo con l’acquisizione della consapevolezza: «Finally I’m free, walking free in Freetown…». Ma quando il dubbio s’insinua nell’anima del protagonista del fortunoso recupero («This is more than a treasure, this was sent to me from God»), l’aria s’adombra per un attimo, rischiarata ancora una volta dalle scintille di Rothery fino all’epilogo sognante, affine alle arie crepuscolari di Brave.

“Care” è una suite da antologia, impeccabile, memorabile, chiusura perfetta. Solletica i sensi con un giro funk (chi ha detto “Quartz”?) per poi tramortirli con uno dei climax più strazianti dell’album e procedere a spirale, toccando ogni sponda del suono Marillion. Straziante, come il dramma vissuto da un malato terminale, «No one knows how much time… You have to care». Ma qui non c’è spazio per fatalismo e vittimismi, e il sentimento cardine dell’opera viene gradualmente raggiunto dopo momenti di scoramento che segnano la voce di h, maestro d’espressività, e le trame di Kelly e Rothery; il volume si affievolisce fin quasi a spegnersi sul mantra An hour before it’s dark – cordone ombelicale tra “Be Hard On Yourself” e “Care” – e si riaccende con il soffio leggero del piano; il lungo assolo di Steve (con Gilmour sulle spalle) è una rivelazione: solo ora il senso ultimo del prendersi cura manifesta ogni sfumatura di significato, i movimenti si fanno maestosi, cori e assonanze sprigionano la luce della speranza e i versi di Hogarth diventano poesia quotidiana, «Angels in this world are not in the walls of churches…», gli eroi della cura, barricati per mesi dentro cliniche e ospedali, ricevono il più progressivo dei riconoscimenti, vera gratitudine sinfonica!

Che il tentennamento stilistico e la produzione incerta di Somewhere Else fossero solo il primo passo verso una risalita, per nulla scontata, era probabile. Che si potesse godere di una tal successione di prove eccellenti in poco più d’un decennio, culminata in quest’opera illuminata, decisamente meno. Grazie, ragazzi.

Alla fin fine basta un’ora per continuare a sperare, ancora una, prima che faccia buio.

 

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.