THE GATHERING – Beautiful Distortion

Titolo: Beautiful Distortion
Autore: The Gathering
Nazione: Paesi Bassi
Genere: Rock Alternativo, Post Rock, Progressive
Anno: 2022
Etichetta: Psychonaut Records

Formazione:

Silje Wergeland: Voce
Hans Rutten: Batteria e Percussioni
Rene Rutten: Chitarre
Frank Boeijen: Tastiere e Piano
Hugo Prinsen Geerligs: Basso


Tracce:
  1. In Colour
  2. When We Fall
  3. Grounded
  4. We Rise
  5. Black Is Magnified
  6. Weightless
  7. Pulse Of Life
  8. On Delay

Voto del redattore HMW: 7,5/10
Voto dei lettori: 8.3/10
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Una splendida distorsione, ottenuta correggendo le interferenze captate lungo trent’anni di trasmissione. Un impulso debordante, alleggerito nel tempo da ingerenze d’opposta direzione. Ne è risultata una frequenza armoniosa, familiare agli ascoltatori più duttili, sulla quale è appagante sintonizzarsi.  

Esalato dalle ceneri ancora roventi del death/doom dei primi novanta, il segnale degli orange è rimbalzato – seguendo un moto apparentemente casuale – sui muri scabri del metal gotico per poi guizzare verso l’alto, sfruttando le correnti ascensionali del suono 4AD e del rock sperimentale: progressive e post rock, shoegaze e trip-hop, miscelati in parti diseguali, sono attivi in modo subliminale sin da prima della svolta electro-pop di How To Measure A Planet. 

Una mutazione programmata, accelerata dall’ingresso di Anneke van Giersbergen e illustrata sulle pagine di un diario via via più personale, una raccolta di pensieri e fotogrammi sbiaditi in cui immergersi totalmente, alla scoperta delle mille rigature dell’anima, passando dalle tinte autunnali e notturne di Mandylion e Nighttime Birds alle confessioni segrete di Souvenirs ed Home, ultimi paragrafi dettati dalla voce flautata di Anna Maria da Sint Michielsgestel (“Non è stata ancora trovata una teca che possa racchiudere cotanta bellezza”, mi disse un giorno un impareggiabile direttore di produzione – nonché impareggiabile amico – eternamente rapito da quella purezza adamantina). 

Quarto album dopo l’avvento dell’ex Octavia Sperati Silje Wergeland (includendo i restauri trip-hop di Afterwords), Beautiful Distortion richiede pazienza, sebbene sia strutturalmente più omogeneo di Disclosure, ricetto di delizie psichedelico-progressive e fulgidi frammenti di melodia cantautorale. La maggior condensazione inizialmente destabilizza, portando erroneamente a considerare sinonimi concisione e facilità d’ascolto; in realtà, sotto la suddetta accessibilità, gli elementi trip-rock e le punteggiature elettroniche s’incurvano, piegati da linee d’una gentilezza crudele, che ricalcano le valenze d’ossimoro implicite nel titolo dell’opera. L’insieme riesce meno audace che in passato, ma non meno avvincente, e riporta ai momenti d’insostenibile leggerezza (giochiamo un po’ con queste contrapposizioni così efficacemente descrittive!) di If Then Else e all’amara dolcezza del già citato Souvenirs. 

“In Colour” dice già tutto o quasi, con quel passo fumoso e rimestato (chi ha detto Massive Attack?) spezzato dalla chitarrona di Renè e dal basso del redivivo Hugo, sui quali Silje s’adagia con angelico garbo. C’è molto Frank Boeijen nella trama di “When We Fall”, il cui memorabile ponte blandisce con un realismo magico (sì, c’ho preso gusto!), instillando il desiderio – da esaudire a fine corsa, mi raccomando – di riascoltare prima possibile tanta pienezza armonica. Sinfonicamente hard la coppia ”Grounded”/“We Rise”, spiata con il telescopio di HTMAP da un Attie Bauw nuovamente in consolle; a seguire il rock elettroacustico di “Black Is Magnified”, che si disfa pian piano sulle percussioni tribali di “Weightless” (a proposito di insostenibile leggerezza…) lasciandoci assorti, quasi in preghiera; è una stasi temporanea, secondo una metrica ormai abituale per la penna degli olandesi, strofe che si dilatano e si contraggono come un diaframma a iride; ecco infatti i dardi di luce di “Pulse Of Life”, con riverberi di Sigur Rós e Radiohead che galvanizzano, dispensando spasmi di dolore nell’ipnotico finale; una carezza bollente sulla fronte già madida di sudore. “On Delay” saluta e se ne va, cantando il silenzio assordante (e dai con ‘sti ossimori…) di un amore in frantumi su un 4/4 laconico e disadorno, di grande efficienza melodica. 

Chi s’attende la temibile puntura del tedio si ponga in ascolto senza pregiudizi: anche se di metal non v’è più traccia da decenni, queste magnifiche distorsioni ne conservano la passionalità e il nerbo. Rilassate i muscoli e lasciatevi scombussolare. Sarà bellissimo.   

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