HEADSHOT – Eyes of the Guardian

Titolo: Eyes of the Guardian
Autore: HEADSHOT
Nazione: Germania
Genere: Thrash metal
Anno: 2022
Etichetta: Black Sunset / MDD Records

Formazione:

Daniela Karrer – Voce
Olaf Danneberg – Chitarra
Max Hunger – Chitarra/Basso
Ben Heber – Basso
Till Hartmann – Batteria


Tracce:

01. Burned (One by one)
02. Eyes of The Guardians
03. Scars of Damnation
04. Ground Zero
05. Tentacular (Part 1)
06. Divide Et Impera
07. Under A Blood Red Sky
08. The Impenetrable Maze
09. Veins of The Earth
10. Invisible
Durata Totale: 42:17


Voto del redattore HMW: 8,5/10
Voto dei lettori: 6.0/10
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I miei 25 lettori sapranno che nel corso della mia avventura come redattore di Heavymetalwebzine.it ho affrontato recensioni di ogni tipo, dal Blackened Deathcore al Progressive Sludge, passando per ogni sorta di aberrazione parossistica che si può trovare nel mezzo. Tra i generi che meno ho trattato ricade il buon vecchio amico Thrash Metal, probabilmente a causa di un’indigestione di gruppi attinenti a tale sfera stilistica negli anni della formazione.

Ho quindi approcciato con curiosità il nuovo disco dei tedeschi Headshot, “Eyes Of The Guardians”. Gli Headshot sono attivi dal 1993 è nel corso della lunga carriera hanno rilasciato alle stampe cinque album in studio, compreso lo stesso “Eyes of the Guardian” ed un live nel 2013. Inoltre, dal 2008 vi è stato un avvicendamento importante alla voce con la cantante Daniela Karrer posta in carica dietro al microfono.

La Karrer riesce ottimamente nel compito di conferire aggressività e dinamicità alle dieci canzoni presenti su “Eyes of the guardian”, tutte di buona qualità e rispondenti agli immancabili requisiti del Thrash della Bay Area, quali la velocità ed i riff condizionati dall’impiego di cromatismi. Non si faccia però l’errore di accostare gli Headshot a quel filone di complessi copia-e-incolla, nostalgici o semplicemente poco dotati di personalità e originalità, anzi!

Sin dall’iniziale “Burned (One By One)”, idealmente divisa in due parti, una strumentale introduttiva e l’altra dove effettivamente esplode il pezzo, si capisce che i cinque tedeschi conoscono la loro materia e partono in sesta presentando alcuni dei capisaldi della loro proposta: i ritornelli vincenti e i pregevoli assoli melodici.
Proprio una sezione melodica della chitarra solista dà il via alla traccia omonima del disco, tra le più rappresentative del lotto, condita da vari cambi di dinamica ad arricchire il suo evolversi. La tensione si mantiene alta con le seguenti “Scar of Damnation” e ”Ground Zero” condite da riff portanti di facile accesso e dai quali si sviluppano ottimamente i brani stessi, con una qual certa dose di epicità per quanto riguarda il lavoro delle chitarre di Olaf Danneberg e Max Hunger.

A metà dell’opera c’è spazio per la strumentale “Tentacular (Part 1)” a sancire l’ideale conclusione del lato A e apertura del lato B, anch’esso composto da pezzi di valore. Qui si nota come le frecce all’arco dei Nostri non siano ancora state scoccate del tutto e difatti già con la trascinante “Divide Et Impera” si ritorna a scuotere la testa in maniera convulsa.

Le ultime quattro canzoni si posizionano sull’ideale podio di chi scrive (licenza poetica): “Under A Blood Red Sky” unisce l’approccio furioso e cadenzato che fin qui ha permeato tutti i titoli precedenti con uno progressivo nella sezione centrale; “The Impenetrable Maze” adotta alcuni escamotage cari a certi Megadeth dell’era “Rust in Peace”, passando da un riff semplice ma efficace ad uno scanzonato, stravolgendo completamente l’atmosfera iniziale con uno stacco prettamente thrash che fa da accompagnamento ad un duello di assoli divertente e ben sviluppato; “Veins of the Earth” è il brano più oscuro e pesante dei dieci anche in questa occasione, impreziosito dall’orecchiabile ritornello.

“Invisible” chiude l’album con i suoi 10 minuti di durata e presenta l’enorme capacità tecnica di tutti i membri della band in quello che si può definire come un esperimento multi-genere ispirato da lavori di rottura come Elements degli Atheist.

La produzione curata, ma graffiante, aumenta la valutazione finale, grazie al lavoro eseguito sul basso di Ben Heber, ricco e definito, elemento che a discapito delle battute su chi suona “solo” quattro corde, reputo tra i più determinanti in fase di ascolto critico.

Complimenti agli Headshot per questo nuovo lavoro e a MDD Records per la qualità delle recenti uscite discografiche.

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