SONATA ARCTICA – Clear Cold Beyond

Titolo: Clear Cold Beyond
Autore: Sonata Arctica
Nazione: Finlandia
Genere: Power Metal
Anno: 2024
Etichetta: Atomic Fire

Formazione:

Tony Kakko: voce
Elias Viljanen: chitarra
Pasi Kauppinen: basso
Henrik “Henkka” Klingenberg: tastiere
Tommy Portimo: batteria


Tracce:
  1. First In Line
  2. California
  3. Shah Mat
  4. Dark Empath
  5. Cure For Everything
  6. A Monster Only You Can’t See
  7. Teardrops
  8. Angel Defiled
  9. The Best Things
  10. Clear Cold Beyond

Voto del redattore HMW: 7/10

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Si chiama Clear Cold Beyond il nuovo album dei Sonata Arctica ed esce per l’Atomic Fire l’8 marzo 2024, con la volontà di tornare alle sonorità degli esordi.
Ritroviamo i finlandesi Sonata Arctica pronti con il loro undicesimo album e con una promozione pressante che vuole questo Clear Cold Beyond come netto stacco dalle ultime produzioni e salto indietro al power metal nordico che li ha resi famosi alla fine degli anni Novanta e nei primi Duemila. Al di là di ciò che viene promosso dalla Atomic Fire e dal gruppo stesso, è davvero possibile che dopo tutto questo tempo Tony Kakko abbia fatto un passo indietro, regalando finalmente qualcosa che il loro pubblico chiedeva da tempo?
Partiremo dalla conclusione: , lo hanno fatto e, sì, l’album è bello.

Ebbene, non sono solo parole. Dopo la mediocrità del rock mascherato da metal di Talviyö (2019) e dei due album acustici che hanno cercato di far sopravvivere il gruppo durante la pandemia, qualcosa deve essersi smosso nella vena artistica di Tony Kakko. Oppure il portafogli e le pressioni di casa discografica e organizzatori hanno avuto la meglio, tanto da far tirar fuori l’artiglieria pensate a Tommy Portimo e riprendere la doppia cassa ad elicottero tanto cara ai vecchi appassionati di canzoni come “San Sebastian”, “The Cage” o “Blank File” – per citarne alcune.

Prima ancora che alla musica, Clear Cold Beyond si presenta come un tributo a loro stessi: in primis ritroviamo Mikko Karmila dietro al mixer dei Finnvox Studios, colui che di fatto creò il suono dei Sonata Arctica dei primi album, mentre la masterizzazione è stata affidata (sempre in Finlandia) a Svante Forsbäck del Chartmakers Studio. Rispetto al precedente album, infatti, Clear Cold Beyond suona molto bene, pulito e cristallino anche se purtroppo restano sempre in secondo piano le chitarre ritmiche di Elias Viljanen, sottili, poco incisive e sempre sommerse dalle varie sovrapposizioni di tastiere, mentre gli incastri vocali di Tony Kakko suonano sempre perfetti e ben bilanciati.
Un punto a favore del disco è la grafica di copertina, ad opera di Niko Anttila e che richiama in modo esplicito quella del capolavoro Silence (2001). Altra strizzata d’occhio al pubblico di vecchia data.

Analizzando le canzoni, si nota come molte di esse siano parecchio compatte ed abbiano parti melodiche davvero incisive, a differenza, appunto, degli ultimi dischi, lasciando da parte manierismi che non sono mai stati ben integrati nelle loro composizioni. Il gioco, per i più affezionati, è riuscire a cogliere quali degli elementi inseriti siano tratti dai vari stili che hanno segnato la discografia del quintetto di Kemi, dagli esordi power metal finlandese alla Stratovarius, passando per un power più progressivo e ragionato, a volte quasi dark, fino agli opinabili tentativi di hard rock moderno di alcuni album o di follie compositive con predicatori improvvisati (chi si ricorda l’orribile “X Marks The Spot” di “Pariah’s Child”?).

Il primo singolo, “First In Line”, apre il disco. Già la conosciamo, e chi era a Milano a vederli con gli amici Stratovarius l’ha anche già sentita dal vivo. La canzone funziona perfettamente: power metal nordico nel midollo, tastierine con clavicembalo che arpeggia gli accordi, interventi di cassa in sedicesimi e rullante in quarti in levare, ritornello con melodia ultra-armonica e che si stampa in testa. Perfetto. L’inganno si nasconde dietro l’angolo perché i singoli “A Monster Only You Can See” e “Dark Empath”, nei quali i tempi sono smorzano, era evidente che il tanto enfatizzato ritorno al power fosse stato relegato alla sola “First In Line”, per lasciar poi procedere l’album con una manciata di rock.

Invece no! Contro ogni aspettativa, “California”, nella sua immensa semplicità, risulta ancor più veloce e classica della prima.« California falls into the sea », canta il ritornello come un mantra, ma la melodia funziona davvero bene e diventa facilmente memorizzabile. Questo brano prende a piene mani dagli stilemi di Silence ed Ecliptica, aggiungendo però il tocco moderno di una formazione con alle spalle venticinque anni di attività e un’infinità di tour. Un’ottima sezione di assoli vede un ispirato Elias Viljanen sfruttare finalmente tutte le proprie doti. Viene poi affiancato dal sempre presente Henrik Klingenberg. Canzone promossa a pieni voti.

Tristemente, l’Atomic Fire non include i testi nei pacchetti promozionali, quindi posso solamente ipotizzare che la terza traccia, “Shah Mat”, essendo il nome di un vino, si colleghi in qualche modo a “Champagne Bath” di Winterheart’s Guild (2003), ma stupisce anche qui come una canzone di power metal veloce, la terza di fila in scaletta, con un Tony Kakko ispirato che domina tutta la parte armonica della canzone, abbia una strofa più oscura, proprio nello stile dell’album del 2003 appena citato. Si aggiunge una corale di voci femminili o bianche che danno aria nella parte centrale prima di riprendere con ritmi sostenuti. Aleggia su tutto il brano il fantasma del nostro Claudio Simonetti dei Goblin, perché l’introduzione di pianoforte è pesantemente debitrice alla melodia di “Profondo Rosso”. Citazione o copia?
Dark Empath” è il terzo singolo: un brano che, a parere del sottoscritto, risulta più moderno e si avvicina di più a ciò che è stato prodotto nel periodo Unia e The Days Of Grays, con un’atmosfera scura e decadente. Il testo si riaggancia alla saga di Caleb e Juliet, che si snoda fra diverse canzoni su diversi album. Una strofa più rockeggiante si alterna a parti tutte corali con le varie linee di Tony Kakko, su una base power metal mai troppo spinta. Molto buona anche qui la parte di assoli, con ottimi incastri tra tastiera e chitarra e un tono più progressivo e mai eccessivamente complicato. Questa canzone gode ad ogni modo di uno dei video più brutti mai prodotti.

Cure For Everything” è ciò che aspettavamo dai Sonata Arctica da un decennio almeno: power metal puro, una canzone che sarebbe potuta stare su Silence tranquillamente. Veloce, spinta, con melodie perfette ed orecchiabili, un fondo di malinconia nell’armonica e spazio ad una bella sezioni di assoli. Penso che sia stata studiata per essere suonata dal vivo. Anzi, lo spero, perché funziona davvero su tutta la linea. Miglior canzone del disco.

Ed ecco il secondo singolo, “A Monster Only You Can’t See”, che necessita di qualche ascolto per essere compresa perché la melodia allegra e ariosa del ritornello, con cori che si alternano ad un pregevole lavoro di chitarra di Viljanen, sembra banale e a volte infantile. In realtà il brano è abbastanza strano, si integra bene al contesto ma manca dell’elemento di power nordico presente nelle altre tracce. Forse troppo allegra persino per Tony Kakko.

Teardrops” riporta il terzinato di doppia cassa in auge e mescola fra le influenze, dal clavicembalo rubato ad “UnOpened” (Ecliptica, 1999) e un’atmosfera più ragionata e arrangiata alla The Days Of Grays. “Angel Defiled” cerca il power metal ma non lo trova e riprende alcuni stilemi di Pariah’s Child che speravamo di aver dimenticato, la teatralità di Tony Kakko e alcuni coretti di la-la-la da canzonetta che vengono smorzati solo dal comparto ritmico compatto di Pasi Kauppinen e Tommy Portimo. Queste due danno l’impressione di esser quasi dei riempitivi anche se, stando a quanto dichiarato dallo stesso Kakko, durante il processo creativo di questo album egli ha creato materiale in abbondanza. Queste canzoni però non incidono come le altre.

I Sonata Arctica sono diventati famosi per le ballate strappa-mutande (“Letter To Dana”, “Tallulah”, “The Misery” ecc.) ed ecco che abbiamo “The Best Thing” a timbrare il cartellino del lento dall’album. Manca totalmente qualsiasi senso di malinconia o tristezza di fondo, elementi tipici del genere, e soprattutto le tastiere con le loro sonorità ostinate esaltano il tema positivo della canzone. Lo avevano già fatto con “Love” su Pariah’s Child, ma devo dire che su “The Best Thing” il risultato è migliore e, per quanto resti stucchevole, la canzone resta in testa. Personalmente mi ricorda “Liberty” degli Stratovarius, su Elements part 2. Chiude la più lunga “Clear Cold Beyond”, la canzone più moderna, vicina a The Days Of Grays e The Ninth Hour, lenta, con un’atmosfera intima e tutta nordica. Opinabile la scelta del sintetizzatore nella parte centrale; un senso di incollamento e di casualità che non aggiunge nulla. La prova vocale di Kakko è qui molto personale.

I detrattori dei Sonata Arctica avranno sicuramente molto materiale a cui attingere per tentare di smontarli, mentre sia chi li apprezza dall’inizio sia il potenziale nuovo pubblico godrà dell’impatto di ciò che erano i Sonata Arctica agli albori.

Clear Cold Beyond non è perfetto ma rende quel che promette, rialza le quotazioni del gruppo e dona una manciata di canzoni davvero buone ed un paio almeno ottime. Non aspettatevi acuti in falsetto da parte di Kakko né virtuosismi di chitarra, non sono più ragazzini ma adulti che viaggiano oltre i quarantacinque anni. Sicuramente hanno cercato di dare al proprio ciò che veniva loro chiesto da parecchio tempo e che loro stessi avevano rinnegato spegnendo l’elemento power dal 2007.
Resta da appurare la bontà del prodotto in sede live, ma direi che Clear Cold Beyond passa l’esame con buoni voti.

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