SAVATAGE + Induction – 24/06/2025 Alcatraz (Milano)


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Savatage. Un nome che, ogni volta, suscita reazioni particolari. Una band che qualcuno direbbe “sottovalutata”, una band che difficilmente lascia indifferenti, una band che piace a tutti (anche a chi spesso è lontano dal genere). I fratelli Oliva hanno creato qualcosa di più di una band: hanno creato una “Legione” di fan calorosi ed esaltati, differenti a seconda della fase della band che amano, ed allo stesso tempo uniti proprio da quel nome con una enorme S.
Sono passati troppi anni, il 2001 ormai è perso nei ricordi, quel Gods of Metal strano e caldissimo, con una formazione ed un disco (Poets And Madmen) che suonava molto più duro degli ultimi dischi pieni di sinfonie, ed allo stesso tempo assolutamente in linea con la discografia dei Savatage. Ed eccoci qui, con un enorme bagaglio di emozioni, per chi non c’è sul palco, per tutti gli anni di attesa…
Questo report è quindi un insieme di impressioni, parole, sensazioni, emozioni che molti dei redattori di Heavy Metal Webzine hanno vissuto.
Welcome to the Show!!! (Lele Triton)

Redattore: Rig

Induction. Che dire? Penalizzati dalla assenza del bassista per questa data, e con il difficilissimo compito di aprire per i Savatage nella loro prima data italiana dopo 23 anni, i tedeschi capitanati da Tim Hansen, si difendono. Devo ammetterlo: non sono un amante del genere e il power proposto é talmente classico che suona come già sentito troppe volte, però devo dire che la band si é ben difesa – non si può negare siano bravi – soprattutto grazie alla performance del cantante Gabriele Gozzi.

Gli anglofoni usano una parola che descrive esattamente quello che ho provato durante il concerto dei Savatage: overwhelmed, ossia uno stato in cui ci si sente completamente sopraffatti, in questo caso emotivamente, da una situazione o da una circostanza. L’attesa è stata lunga per i fan italiani: ben 23 anni da quel concerto di Brescia del 2002. Potrei riassumere il tutto con: i Savatage sono la mia religione e il 24 giugno l’Alcatraz si é trasformato in tempio dove si è celebrata una cerimonia piena di musica, emozione, amore, amicizia. Un concerto contornato dai miei migliori amici, da gente conosciuta nelle lunghe ore di attesa fuori dal locale e da amici e conoscenti che non vedevo anche da più di 25 anni: tutti presenti per celebrare quella che dal mio punto di vista – ma io sono di parte – è la migliore band metal di sempre. Una grande SAVAFAMILY.
Lasciando stare la scaletta per sé, che ha visto prevalere pezzi di Dead Winter Dead e The Wake Of Magellan, da un lato per favorire vocalmente Zak, vista l’assenza del Mt. King, dall’altro forse per indirizzare/preparare i fan sui/con i suoni che caratterizzeranno la futura uscita, devo dire che il gruppo era, è, in forma. Non sembrano essere passate più di due decadi. Complice anche la collaborazione fra i vari membri attraverso diversi progetti paralleli e ovviamente la TranSiberian Orchestra. E proprio grazie alla esperienza sviluppata nel corso degli ultimi anni con questo progetto, la formazione mi é sembrata più matura, i suoni curati (anche se, devo ammetterlo, avrei preferito delle chitarre più corpose presenti), così come la produzione.
Poi ovvio, per chi come me, suona questi pezzi da decenni e ci ha dedicato parte della sua vita (musicale), è stato più “facile” sentire qui e là qualche imprecisione, ma è questo che riporta la band ad uno stato umano ed intimo. Vederli sul palco divertirsi quanto ci siamo divertiti noi sudati, afoni, stanchi ma felici è stata una cosa indescrivibile. Se con “Believe” in un duetto virtuale fra Jon Oliva in video e la band presenziale, tutti hanno cantato col cuore, piangendo, emozionandosi, abbracciandosi, dimenticando la merda con la quale spesso la vita ci ricopre, anche se per pochi minuti (… ma anche per tutto il concerto), non posso immaginare cosa sarebbe successo se il Mt. King fosse stato presente. Il mondo ha bisogno dei Savatage e della loro musica. La band, di fatto, ha comunicato che tornerà a breve (la prossima primavera?), anche prima della pubblicazione del nuovo disco. Non vedo l’ora.
…and all I ask of you is Believe. 
Redattore: Pol
Sarei disonesto se scrivessi che quello dei Savatage in quel di Milano, Alcatraz, 24 giugno dell’A.D. 2025 è stato il più bel concerto a cui ho assistito negli ultimi anni, quantomeno con me stesso; attenzione, è stato oggettivamente meraviglioso, emozionante e sentito, ma è mancato quel qualcosa che non ha fatto scattare del tutto la scintilla. Aggiungiamo che, per quanto la loro discografia sia orgogliosamente parte della mia collezione, occupano un posto fuori dagli schemi e dalle personali classifiche virtuali che ognuno di noi, consciamente o inconsciamente, tende a stilare e vedere evolversi a mano a mano che nuove esperienze sonore si impossessano del proprio interesse.

Opinione impopolare a parte, un locale strapieno, stipato all’inverosimile, per un concerto che sicuramente ha fatto perdere centinaia di ingressi ai Linkin Park, nella stessa serata agli I-Days (ovviamente si scherza, 78.000 paganti da una parte contro i poco più di 3.000 del locale milanese, considerata la capienza dello stesso… senza contare che un fan di entrambi i gruppi è materia di studio presso la Miskatonic University). Non avevo mai avuto modo di vedere i Savatage (solo i Jon Oliva’s Pain nel 2012), quando suonarono per l’ultima volta in Italia – con il “famigerato” Damond Jiniya alla voce – al Gods Of Metal del 2001 non fui della partita, visto che quel festival lo vissi solo nel 2000 e nel 2002.

I Savafans, è risaputo, sono fortemente attaccati ai propri beniamini, e a quanto ho compreso dopo la serata milanese, fortemente soggetti a pianti di gioia durante la riproposizione di grandissimi classici, con una scaletta scelta con cura e amore verso i propri sostenitori; “Believe” è stata la causa scatenante di molte lacrime, quindi risulterà strana l’ammissione che quella che ha emozionato maggiormente il sottoscritto è stata “Power Of The Night”. Il motivo è banale, ma affettivo: mi ha ricordato i pomeriggi/serate del 1997/1998 nel garage non riscaldato del mio primo compare di chitarra, quando provavamo quel brano e “Warriors” e fantasticavamo sull’avere un gruppo.

Non volendo recensire il concerto (senza aver letto prima i resoconti degli altri redattori, sono sicuro che saranno puntuali con dovizia di dettagli), mi limito ad una considerazione generale, che più generale non si può. Pur ammettendo che di telefoni se ne sono visti meno, viene da chiedere se sia davvero l’atteggiamento giusto quello di chi passa la maggior parte di questi eventi con il proprio smartphone in mano, tra foto ma, soprattutto, video dei brani, finendo inevitabilmente per infastidire chi gli sta dietro; il personaggio davanti a mia moglie (transenna lato destro accanto alla zona mixer) ha passato l’intero concerto a filmare a spizzichi e bocconi quasi tutti i brani eseguiti, ovviamente disturbando la nostra visuale. Parliamoci chiaro, la qualità dei video e, soprattutto, dell’audio, è quasi sempre scadente: perché rovinare a voi (e a noi) l’esperienza? Comincio a pensare che chi li vieta all’ingresso stia facendo la scelta giusta.

Un report sicuramente dissonante, ma non toglie nemmeno un’oncia ad una intensa serata di grande musica, densa di trepidazione ed eccitazione, per un gruppo che oggi non fa altro che raccogliere i frutti di quanto piantato in passato, proprio quel passato durante il quale per gli stessi Savatage non è giunto l’agognato e meritato successo.

Redattore: Federico Caccia
Apertura affidata ai tedeschi Induction capitanati dal figlio d’arte Tim Hansen (si, il padre è Kay Hansen, proprio lui) e ben trainata dal carisma nostrano del cantante Gabriele Gozzi, ma ahimè, purtroppo, senza bassista, a quanto sembra indisposto per questa data. Power metal ultra classico con molti richiami agli ’80, che trovano conferma in una piacevolissima cover di The Final Countdown degli svedesi Europe; le strutture dei pezzi, così come i soli di chitarra, non possono che ricordare i primi Gamma Ray ed Iron Savior, fonti dalle quali Hansen junior si è forse anche fin troppo abbeverato, sfoggiando sicuramente una prestazione tecnica di buon livello coadiuvato dal giovane finnico Justus Sahlman, ma offrendo un prodotto finale non degno di nota ed abbastanza privo di freschezza.
Peccato.
Il palco lascia spazio agli headliner e l’Alcatraz si riempie come un uovo. Dopo il loro ultimo show bresciano del 2002, attesa ed aspettative erano certamente alte e solo l’entrata in scena del drum kit di Jeff Plate, una sorta di autoarticolato di pelli e piatti, scatena un boato.
L’assenza di John Oliva pesa sicuramente e l’arduo compito di accendere gli animi è tutto sulle spalle di Caffery, Middleton, Stevens, Pitrelli, Plate e di due turnisti alle tastiere; si parte con “The Ocean” e “Welcome”, proseguendo ben spediti con la grintosa “Sirens” ed altri pezzi tratti da The Wake Of Magellan e Dead Winter Dead (Poets & Madman non pervenuto), brani molto più nelle corde vocali di Stevens e, a mio avviso, necessari ad un perfetto riscaldamento della sua voce che appare comunque in forma e ben adatta alle performance indoor. La prima parte del concerto, dedicata alla più recente discografia, lascia spazio alla meravigliosa “Believe”, introdotta dal Mountain King trasmesso in video, momento che non nascondo mi abbia commosso ed abbia fatto scendere ad alcuni qualche lacrimuccia, proseguita dalla band in un’atmosfera surreale, dove anche le pareti sembravano cantare.
Da qui si apre la parte migliore del concerto, nella quale chi, come il sottoscritto amante della prima discografia, ha provato emozioni uniche e forti, molto forti. I nostri inanellano una serie di pezzi da novanta come “Gutter Ballet”, “Edge Of Thorns”, a mio avviso apice della performance di Zak, “Power Of The Night” e per concludere,  l’immortale “Hall Of The Mountain King”.
Sicuramente uno dei concerti migliori, capace di trascinare ed emozionare profondamente senza tradire alcuna aspettativa, Caffery e Pitrelli che hanno macinato plettri e frantumato rocce, Johnny Lee impeccabile e Plate che ha percosso vigorosamente ogni elemento del kit con accurata precisione e perizia; menzione per “l’osservato speciale” Stevens, in grande spolvero e fautore di un’ottima performance, dando il massimo nella seconda parte del concerto, interpretando magistralmente anche pezzi ovviamente più adatti alla voce di Jon.
Che dire… monumentali!

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