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Non ho mai potuto intervistare certe icone del rock e del metal, e ormai so che non ne avrò più l’occasione. Alcuni colossi me li sono persi, potuti solo vivere dal vivo. Uno di questi giganti è Lemmy, con i suoi immortali Motörhead.
Oggi, con l’uscita di The Manticore Tapes — un album che riesuma inediti degli albori della formazione inglese e fa parlare la storia — dovrei forse scriverne una recensione? Ma cosa si può dire di brani ancora più grezzi di quelli pubblicati ufficialmente e ormai entrati nel mito? La solita rece? Anche no. Però ignorarlo sembrava ancora peggio.
Così, con un po’ di ritardo e molta fantasia, ho immaginato un’intervista impossibile. Dall’oltretomba, con un Lemmy in grande spolvero. Come mi avrebbe risposto, oggi, se fosse ancora qui? Mi sono calato negli inferi sulle note di “Born To Raise Hell”, e ho portato a casa queste cinque risposte infernali. Tranquilli: Lemmy sta benissimo. E sta ancora rockeggiando alla grande.
Vi sembra un gioco inutile o sciocco? Saltate pure questa paginetta e mettete su il disco. Non vi fidate di questi inediti perché temete sia una mossa commerciale? Allora fate una cosa: riprendete Motörhead e On Parole, e ci mettiamo tutti d’accordo.
Ivan: Ciao Lemmy, che caldo qui… sarò breve! Vorrei partire da questa ultima vostra pubblicazione, ma in realtà per farlo, tornerei al 1977. Vi fu data l’opportunità di registrare un concerto dalla vostra etichetta dell’epoca e voi avete tirato fuori un disco in soli due giorni. Come nacque questa folle idea?
Lemmy: Beh, facile: ci avevano messi all’angolo. O facevamo qualcosa di serio o ci buttavano fuori da ogni etichetta possibile. Così abbiamo detto: “Ok, allora vi spacchiamo il muso con un disco.” In due giorni. Non c’erano soldi, ma c’era la rabbia. Era il 1977, la gente si divertiva con le molotov e noi con gli amplificatori al massimo.
Ivan: Erano anni in cui le droghe giravano forte eh?!
Lemmy: Ahah, diciamo che se eri sobrio in quegli anni, probabilmente eri in coma. Ma hey, non erano le droghe a fare la musica. Erano il carburante, magari, ma il motore eravamo noi. E il rumore veniva dall’anima, mica dalle pastiglie. Anche se… le pastiglie aiutavano a far tardi.
Ivan: On Parole uscì successivamente! L’etichetta non era soddisfatta eh!? Allora gli avete fatto cambiare idea con Motörhead?
Lemmy: No, non erano soddisfatti perché volevano una roba che vendesse come gli ABBA. E noi gli abbiamo dato tre tipi sbronzi che sembravano usciti da un’officina e suonavano come un carro armato senza freni. Ma Motörhead… quello sì, ha fatto cambiare loro idea. O almeno ha fatto abbastanza casino da fargli dire “forse questi tre sono davvero pericolosi”.
Ivan: Oggi con The Manticore Tapes volete rendere omaggio alla storia, ai vostri albori. Avete voluto far percepire ancora di più l’essenza dei Motörhead con questi inediti?
Lemmy: L’essenza? L’essenza dei Motörhead è che non c’era un piano. Solo volume, velocità e verità. The Manticore Tapes è roba vera, grezza, come ci sentivamo allora. Nessun filtro, nessuna produzione fighetta. Suoni sporchi, batteria che sembra cadere a pezzi, e io che grugnisco come un orso col mal di denti. È tutto lì. E se non ti piace, ascolta i Bee Gees.
Ivan: In copertina da subito campeggia lo Snaggletooth di Joe Petagno. Pensavate che sarebbe diventato un’icona rock?
Lemmy: No. Pensavamo che avrebbe fatto cagare sotto la gente, e ci bastava. Ma Joe è un genio. Aveva capito subito che Motörhead non era un gruppo da loghi carini o cuoricini. Volevamo qualcosa che ti guardasse dritto negli occhi e ti dicesse: “Sei pronto a farti male?” E a quanto pare, molta gente lo era. Quindi sì, è diventata un’icona. Ma è ancora lì per dire: “Attento. Questo è rock ’n’ roll. Quello vero.”



