SAVATAGE – Dead Winter Dead

Titolo: Dead Winter Dead
Autore: Savatage
Nazione: Stati Uniti D'America
Genere: Heavy Metal
Anno: 1995
Etichetta: Atlantic Records

Formazione:

Zachary ‘Zak’ Stevens -Voce
Jon Oliva – Voce e tastiere
Al Pitrelli – Chitarra
Chris Caffery – Chitarra
Johnny Lee Middleton – Basso
Jeff Plate  – Batteria


Tracce:

01. Overture
02. Sarajevo
03. This is the Time
04. I Am
05. Starlight
06. Doesn’t Matter Anyway
07. This Isn’t What We Meant
08. Mozart and Madness
09. Memory (Dead Winter Dead Intro)
10. Dead Winter Dead
11. One Child
12. Christmas Eve (Sarajevo 12/24)
13. Not What You See


Voto del redattore HMW: 9/10

Visualizzazioni post:845

Il mese scorso, esattamente il 24 ottobre 2025, il concept album dei Savatage Dead Winter Dead ha compiuto 30 anni rimanendo tuttora un capolavoro fondamentale del progressive/symphonic metal internazionale. Dall’anno scorso i motori della band sono ripartiti con un lungo tour che ha toccato l’Italia e che li vedrà di nuovo ancora protagonisti nel 2026 in suolo italico nelle belle location di Este e di Pompei in attesa della impaziente uscita del nuovo album. Per l’occasione ho ripreso una mia recensione scritta qualche anno fa, canzone per canzone, per il sito Rock And Metal In My Blood (che ahimè ha purtroppo chiuso i battenti), di questo fantastico album che ha segnato un momento particolare della mia vita e che a 30 anni di distanza  non è solo un disco storico per i Savatage ma è anche un potente e straziante promemoria della follia della guerra e della persistente forza dell’umanità e della musica.

“La gente negli Stati Uniti ne è davvero stufa. Perché va avanti da così tanto tempo. È uno dei motivi per cui abbiamo fatto l’album. Perché non riusciamo a credere che stia continuando così a lungo. Credimi, è stupido. Volevamo fare tutto ciò che potevamo per attirare un po’ di attenzione sulla cosa. Volevamo mostrare a tutti che agli Stati Uniti importa davvero. E inoltre volevamo far vedere alla gente negli Stati Uniti che non siamo una normale rock band a cui non importa di niente. Voglio dire, con questo album potevamo mostrare alle persone negli Stati Uniti che siamo un po’ diversi. E che ci interessiamo anche ad altro oltre a bere, donne, e via dicendo. Ecco, sì. Pensiamo così perché tutti nella band amano leggere molto. Abbiamo letto tantissimi romanzi sulla storia della Jugoslavia solo per realizzare questo album. Perché pensavamo che dovessimo conoscerne parecchio. E più leggi, più è terribile… Questa è la guerra che fa notizia, ma ci sono tante guerre piccole, non così importanti per noi che viviamo in paesi industrializzati.” (intervista a Zak Stevens e Johnny Lee Middleton di Claudia Ehrhardt per Ice-Vayal.com)

Ricordo benissimo quel lontanissimo e strano 1995, quando, in quel di Lecce, arrivo affannosamente davanti la porta carraia dell’ennesima caserma pugliese non sapendo in quale corpo dell’Esercito Italiano svolgere il mio nuovo ruolo di futuro sottotenente. La comunicazione ricevuta il giorno prima a Taranto durante il C.A.R. in Aeronautica, dal Ministero della Difesa, mi prende di sprovvista indicandomi solo di aver vinto il concorso perché ripescato in graduatoria e di presentarmi immediatamente alla caserma Nacci per far parte del nuovo corso A.U.C., peraltro cominciato da qualche giorno. Il comunicato riporta solo la nuova sede di destinazione e non l’arma dove frequentare la scuola di allievo ufficiale. Il mio assillante dubbio, che mi accompagna durante il tragitto, svanisce all’improvviso con la vista sul cancello d’ingresso di un enorme disegno raffigurante un enorme e grigio carrarmato Leopard. Allora capisco che cosa mi aspetta per i prossimi sei mesi! Questo è stato un periodo molto duro della mia vita, ma anche di crescita e di svolta perché da ragazzino, uscito di casa alla prima esperienza, diventai nel giro di poco mesi un uomo capace di superare mille difficoltà, armato di pazienza e con la consapevolezza di voler provare la carriera militare che tanto mi affascinava da bambino. Dopo le esercitazioni, i picchetti, lo studio e i massacranti turni di guardia riesco a isolarmi e a ricaricarmi nello spirito, nel poco tempo libero a disposizione, grazie alla mia musica preferita e in particolare con il gruppo con il quale sono cresciuto negli ultimi anni. Il mio mangianastri non fa altro, per tenermi compagnia, che riprodurre in continuazione le mie canzoni preferite degli americani Savatage e in particolare la cassetta analogica di Dead Winter Dead, data alle stampe proprio qualche settimana prima. Credo di aver ascoltato questo platter almeno un centinaio di volte in questi lunghissimi mesi di addestramento tanto da usurare la cassetta a tal punto che alla fine sono stato costretto a ricomprarmi l’album ma questa volta in versione compact disc. Il mio percorso militare comincia quindi alla fine del 1995, quando all’interno dell’Europa, da tre anni, si assiste inermi a una terrificante guerra civile in Bosnia Erzegovina, che forse sembra quasi volgere a termine. Si concluderà infatti proprio a dicembre, di questo importante 1995, con la stipula dell’accordo di Dayton, che pone ufficialmente fine alle ostilità e che vede la band di Jon Oliva scegliere un titolo alquanto lugubre per raccontare in un concept alcuni episodi sulla bruttezza e l’orrore della guerra nei Balcani. Dead Winter Dead è un altro fondamentale punto di svolta per i Savatage perché dopo lo scuro e cupo Handful Of Rain, scritto in memoria del chitarrista e fondatore Criss Oliva, il produttore Paul O’Neill e Jon Oliva decidono di ridefinire la loro musica per dare una svolta definitiva al combo di Tampa. Per la prima volta in assoluto, scrivono insieme un album interamente con il pianoforte mettendo in secondo piano la chitarra elettrica, e utilizzando anche in modo predominante la keyboard di Jon. Inoltre, dato di non minore conto, prendono un altro chitarrista, assumendo Al Pitrelli (Widowmaker, Alice Cooper e Asia) per fare coppia al figliol prodigo ed ex chitarrista dei Savatage, Chris Caffery, che l’anno prima registrano il progetto Doctor Butcher con Jon. I solchi dell’intero disco sono tutti legati da un filo conduttore e sostenuti da un sound di metal tradizionale, con delle venature prog, arricchito da tanti spezzoni di musica classica che fanno intravedere una svolta epocale nel suono degli statunitensi. Dead Winter Dead è quindi uno sforzo piuttosto ambizioso, che porta ancora ad un continuo cambiamento della line-up nella tormentata storia del gruppo. Dopo, la breve parentesi di Alex Skolnick (Testament), protagonista nel precedente album del dolore e della rabbia per la scomparsa improvvisa di Criss Oliva, fratello di Jon, morto in un tragico incidente stradale, troviamo alla sei corde il già menzionato Al Pitrelli, altro famoso guitar hero della fervida scena americana. Anche lo storico batterista Steve “Doc” Wacholz lascia la formazione e il suo posto è occupato da Jeff Plate. La ciliegina sulla torta è però il ritorno dello stesso Jon Oliva che dopo anni di assenza sul palco, dopo aver ceduto il posto a Zak Stevens due dischi prima, si mette dietro al microfono per alcune canzoni, condividendo benissimo i compiti con l’ottimo e principale vocalist. La visione condivisa sul tema da trattare nella nuova creatura della famiglia Savatage è un concept ispirato dal terrificante conflitto nel vecchio continente, che nasce addirittura da una canzone, “Whatching You Fall”, incisa su Handful Of Rain nel 1994: “Il pezzo è ispirato dall’immagine di una bambina che giace morta per le strade di Sarajevo, uccisa da un colpo di mortaio. Con una scena orribile come quella, su tutti i media statunitensi, pensavamo che il resto del mondo avrebbe imposto velocemente uno stop ai pazzi che commettono crimini così orribili, risolvendo la guerra nel giro di qualche settimana, forse un paio di mesi. Sfortunatamente, ci sbagliavamo. Un anno dopo non solo la guerra non è finita ma è diventata se possibile ancora più brutale e disumana” (intervista a Jon Oliva tratta dal libro “Dietro il sipario l’epopea dei Savatage”, scritto da Dario Cattaneo). Questo emotivo e dolorosissimo episodio bellico è la leva nella genesi per la creazione del platter che è ambientato dai sei musicisti proprio nella cruenta terra della Bosnia Erzegovina in questo insanguinato periodo storico. L’album, a parte gli episodi bellici, è essenzialmente il racconto di una bellissima storia d’amore in stile “Romeo & Giulietta” narrata durante le ostilità nella ex Jugoslavia e molto più interessante del capolavoro degli anni ’80 Streets: A Rock Opera in termini di songwriting. I testi dei brani sono ricchi di sentimento e di storie inventate, riguardanti però personaggi provenienti da tragedie reali che fanno riflettere e pensare, rendendo la musica molto intensa. La band a stelle e strisce non vuole cercare di cambiare il mondo o schierarsi politicamente dalla parte di qualcuno, ma lascia l’ascoltatore libero di pensare profondamente alla bruttezza della guerra e a tutte le sue conseguenze negative come in primis le vite innocenti strappate brutalmente da questo mondo per una finta scusa di contrasti religiosi e culturali tra popoli occupanti lo stesso territorio. Questo è molto più di un disco di classic metal e di progressive metal, con momenti di pura pesantezza in mezzo alla gravità di tenebrose emozioni; per non parlare poi delle parti di musica classica mischiate al tipico sound del combo, che portano da lì a breve alla parallela creazione della nuova formazione chiamata Trans-Siberian Orchestra, rendendo inoltre omaggio ad alcuni compositori classici come Beethoven e Mozart. Questa nuova opera Rock, dopo il successo del 1991 di Street, è scritta a piene mani dal produttore e padre acquisito di questi sei ragazzi americani, il famoso Paul O’Neill e dal cantante/tastierista Jon Oliva, che collocano la storia nella Sarajevo dilaniata dalla guerra, raccontando le vite di un giovane serbo e di una donna musulmana le cui esistenze sono stravolte quando il loro paese scoppia in una bestiale guerra civile. I due ritrovatosi tra le rovine dell’ex capitale bosniaca si innamorano, nonostante le differenze culturali e le tragedie a cui hanno assistito negli ultimi anni. Confesso che dopo il primo ascolto e in seguito dopo una attenta lettura dei testi, sono rimasto piacevolmente colpito dalla svolta stilistica della formazione statunitense, ma soprattutto dall’argomento trattato perché fa decisamente prendere coscienza della strage che si sta consumando a pochi chilometri da me e vicino a tantissimi civilissimi stati europei, o presunti tali, impotenti o semplicemente disinteressati di fronte a tale sterminio. Ricordo di essermi vergognato di questa indifferenza  per la gente sofferente di quella vicina terra. Nella mia mente stavo pensando seriamente che se un giorno avessi avuto l’occasione, magari avrei potuto aiutare quella gente dilaniata dai lutti, dal dolore, dalla fame e dal freddo. Questo tarlo in mente continua per tutto il corso ogni volta che riascolto i pezzi di Dead Winter Dead o all’arrivo di notizie sull’evoluzione delle ostilità, fino a quando poi il destino mi porta l’occasione giusta per dare il mio piccolissimo contributo alla causa. I Savatage sono una di quelle band che è davvero difficile da classificare. Chiamarli semplicemente un gruppo di heavy metal è un insulto al loro  sfaccettato e sublime suono, e cercare di incasellarli in una singola categoria è un compito quasi impossibile. Con numerosi cambi di line-up e mutamenti radicali nel sound, dal loro album di debutto, i musicisti provenienti dalla Florida non sono certo la stessa formazione di dieci anni fa.

“Il disco, prende in ogni canzone. Non devono essere ascoltate per forza insieme per avere l’idea completa di ciò che narriamo. Puoi solo ascoltare una canzone per sapere cosa sta succedendo. È come se insieme raccontassero una storia. Separatamente raccontano piccole storie. Ogni canzone ha la sua piccola storia. Quando li metti tutti insieme, diventa come una grande storia”. (intervista a Zak Stevens e Johnny Lee Middleton di Claudia Ehrhardt per Ice-Vayal.com)

Overture

“Il mondo non impara dalla storia. Non puoi dare la colpa a nessuno, perché le persone non vogliono sacrificare vite umane per cose che non capiscono. La chiamano una guerra religiosa, ma sappiamo che è più una guerra razziale, non davvero una guerra religiosa. Sentono la parola “musulmano” e pensano che sia religiosa. Sono dello stesso colore. Solo trent’anni fa, quando i turchi arrivarono e presero il controllo della loro zona in Jugoslavia, i musulmani dissero: “Va bene, convertiti o muori.” “Okay, mi converto.” (intervista a Zak Stevens e Johnny Lee Middleton di Claudia Ehrhardt per Ice-Vayal.com)
L’introduzione orchestrale di quest’opera rock catapulta in un’atmosfera sinistra e di spietata oscurità come a presagire un imminente e inimmaginabile catastrofe. Il pianoforte prende rapidamente le redini della brevissima composizione per poi farsi superare dall’esplosione e dal martellamento della grancassa accompagnata da una acuta sezione di archi. “Overture” (Preludio) accoglie e addentra nel concept con un‘intensità maestosa e dirompente, accelerando il ritmo verso la fine e chiudendo con una spaventosa esplosione sonora che riporta il raccapricciante rumore di una bomba appena esplosa. Insomma, l’anticamera di una realtà cruda e cattiva ma anche molto emotiva con delle storie di bontà e coraggio che toccano tutti i contendenti senza mai cadere nell’errore di schierarsi politicamente. Il pensiero della band è quello di coinvolgere da subito l’ascoltatore, sull’imminente gravità della situazione nella frantumata polveriera della ex Jugoslavia, facendolo sentire fiacco, spaventato e impotente per ciò che sta per accadere di brutto. La forza della formazione di Oliva è quello di poter divulgare la propria musica e il proprio pensiero in tutto il mondo, sfruttando il potere dei mezzi di informazione e lo zoccolo duro dei tantissimi supporter sparsi per il globo che possono aiutarli a diramare un messaggio di denunzia ma anche di speranza e di pace tra i popoli. Certo i tempi sono difficili e quando i sei buttano giù le note di questo nuovo platter, la guerra è ancora nel vivo non accennando minimamente a finire. Quindi, quale migliore modo di iniziare da subito buttandosi a capo fitto dentro la tragedia che si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi ormai troppo abituati a vedere sofferenza e orrori senza batter ciglio? L’efficacia della vera e sincera musica può, nei cuori di questi giovani musicisti, attirare un po’ d’attenzione non solo sull’estenuante conflitto balcanico, ma anche su quelli meno visibili e sparsi sulla faccia terrestre. Cosa succederebbe se tutto il mondo si unisse per fermare la guerra in pochi giorni?

Sarajevo

Un gargoyle, creatura mostruosa di pietra che di solito sporge dalle sommità delle chiese gotiche in folta e minacciosa compagnia dei suoi simili, è il soggetto principale della copertina del disco, ma anche  il protagonista di questa canzone dedicata alla città di Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina. Il mostriciattolo si trova proprio in una piazza del centro storico abbellita da una bellissima fontana e sul cornicione di un’antichissima chiesa medievale che lo ospita da tantissimi anni. Dall’alto, adesso osserva la sua città, diventata un ammasso di macerie e distrutta dall’odio che è ormai la causa dell’espansione, come si vede sulla destra in basso della copertina del disco, di un enorme cimitero. Non ha sentimenti, ma li vorrebbe per comprendere gli esseri umani e capire cosa stia accadendo nel profondo dei loro cuori.  Il brano parte lentamente con il rumore in lontananza di alcuni colpi di mortaio, quasi senza voler disturbare e con la stupenda ugola di Zak in sottovoce, accompagnato dal cupo e inquietante pianoforte suonato da Jon, che rispecchia ottimamente il clima di tristezza che aleggia nella sofferente cittadina bosniaca. L’impassibile gargoyle, vorrebbe umanizzarsi per cogliere tutte le sfumature dell’animo umano che tanto ha osservato nei secoli e cercato di comprendere ma senza mai riuscirci. A maggior ragione adesso, dove assiste apaticamente a omicidi tra vicini di casa, stermini di massa, saccheggi, stupri e torture di ogni tipo senza un valido motivo. Perché? Questo sentimento di angoscia e perplessità è ben interpretato da Jon Oliva e Paul O’Neill che compongono delle note tristi e meste, con un’apertura lenta, ma a mano a mano crescente e fatta di esilaranti partiture orchestrali: “Non è mai riuscito a trovare le sue risposte mentre gli anni passavano ma lui osserva e si domanda con i suoi imperturbabili occhi di pietra…” L’inerme statuetta è un simbolo importante per i Savatage nel proseguo del disco e soprattutto alla fine della raccolta quando per poco tempo riesce magicamente a diventare umano per poi pentirsene in quanto afflitto dall’enorme tragedia alla quale sta assistendo. Il messaggio è la certezza che il cuore e l’animo della gente purtroppo possono, a volte, trasformarsi in roccia ma anche sporadicamente ritornare indietro sui propri passi grazie alla coscienza e al rimorso. Naturalmente il tutto in senso metaforico e con la breve composizione che chiude la sua breve apparizione con dei sintetizzatori crescenti e dirompenti fino al continuo, immediato con l’assolo iniziale, del successivo brano “This Is The Time”.

This Is The Time (1990)

La storia narrata dalla band inizia nell’anno 1990; il muro di Berlino è appena caduto, il comunismo è sprofondato definitivamente e per la prima volta dall’Impero Romano, la Jugoslavia si ritrova all’improvviso libera e pronta a frammentarsi in Stati indipendenti rafforzando però il forte nazionalismo già in ascesa alla fine degli anni ottanta. Uno dei protagonisti dell’opera: il giovane Serdjan Aleskovic non riesce a credere alla fortuna di essere presente in un momento simile della sua esistenza. Un lieto futuro e la felicità di tutti sembrano assicurati per quello che deve essere sicuramente uno dei migliori periodi della storia europea e dei popoli dell’est del vecchio continente, ma in realtà sotto le ceneri della vecchia dittatura jugoslava covano degli odi, dei rancori e degli interessi politici ed economici veicolati in particolare dalla Croazia e dalla Serbia. “This Is The Time” (Questo è il momento) è quindi lo specchio di quella lontana epoca, per l’esattezza trent’anni fa, rispecchiata benissimo e sonoramente da Jon e Paul per un pezzo heavy sinfonico, dove l’abilissimo chitarrista Al Pitrelli dà ostentazione di tutta la propria abilità esecutiva. In un crescendo formidabile e gioioso tra tutti gli strumenti, spicca il pianoforte capace di creare atmosfere pacifiche e soprattutto si sente la formidabile interpretazione vocale di Stevens dietro al microfono che raucamente trascina melodicamente il pezzo. Gli assoli prolungati di Al Pitrelli accelerano e decelerano e i suoi riff si alternano ordinatamente con la pianola di Oliva. Tutto è incredibile, allegro e spensierato. Sinceramente non si poteva incominciare meglio: “Non era nei piani, abbiamo saputo aspettare nel corso delle nostre vite perché non era alla nostra portata. Ma questo è il momento e questo è il posto giusto. Questi sono i segni che dobbiamo cogliere. Questo è il momento di tutta la storia. Il momento è arrivato e questo è il posto perfetto dove essere”. Confesso di essermi immedesimato nella gioia di Serdjan quando, finito meritatamente il massacrante ed estenuante corso A.U.C. (per me abbreviazione di: avevo una casa!) ricevo la meritata stella che mi  porta a prendere servizio per dieci mesi nel nuovo reparto assegnatomi. Indovinate dove? Tanto per cambiare, sempre nella freddissima e gelida puglia e precisamente ad Altamura, che in quel lontano inverno, di circa ventisette anni fa, sembrava per me la Siberia italiana. La mia nuova avventura con il mio nuovo incarico erano ai nastri di partenza ed io impaziente di cominciare.

I Am

Durante il mio tragitto in treno da Lecce a Bari ricordo di aver letto la lettera di un mio carissimo amico impegnato con la nostra Brigata Bersaglieri Garibaldi, nel contesto di quella tragedia, nella sua prima missione NATO in Bosnia. Non c’era ancora la diffusione dei cellulari, di internet e l’unico mezzo per comunicare con chi si trovava in missione all’estero era la semplice posta o le chiamate serali su rete fissa. Nonostante il trattato di Dayton (USA) sia stato accettato da entrambe le parti, l’amico Marco mi scrive quanto sia pericoloso attraversare le città devastate e le campagne per via di improvvisati cecchini che continuano a sparare e del pericolo delle mine disseminate ovunque che mietono ancora vittime innocenti. Ancora penso e mi domando cosa sarebbe successo senza l’intervento nei Balcani, anche se in ritardo, delle forze internazionali. La sfortuna della Bosnia-Erzegovina è quello di essere uno stato multietnico composto dalla presenza, a macchia di leopardo, di serbi e croati desiderosi di unirsi ai loro stati di origine e di musulmani che pur essendo la maggioranza rischiavano di essere isolati e schiacciati dai Paesi vicini. Oltretutto, mi scrive ancora Marco, c’è ancora qualcuno che arma le mani di pochi ribelli che non accettano l’accordo stipulato qualche mese prima negli Stati Uniti d’America e questa frase mi catapulta proprio nel significato del brano heavy, “I Am” (Io sono), originariamente intitolato “The Answer You Seek” (La risposta che cerchi), spinto dai ritmi militaristici del nuovo e bravissimo batterista Jeff Plate. La risata diabolica e sinistra di Jon Oliva, detto “The mountain king”, che torna dopo tanto tempo al microfono, si distingue e forgia questa composizione dall’arrangiamento sinfonico ed epico ed è indicativa di come il demonio avesse messo lo zampino spostando l’attenzione su un falso scontro religioso. Ritmo veloce, caratterizzato da un avvincente lick di chitarra di Al Pitrelli che con il collega Caffery si dilettano ad eseguire  ripetuti e taglienti riff supportati dalle tonalità vocali e arrabbiate di Jon. Se Stevens è un vocalist di classe, Oliva di contro è già da molto tempo nell’élite mondiale dei cantanti metal, ed è molto difficile competergli. L’inserimento centrale dell’orchestrazione e del piano sono indovinate e molto melodiche ma l’incazzata e nevrotica ugola del singer, volutamente sgradevole, rende l’intera struttura una denuncia a tratti urlata verso quei maledetti uomini, senza cuore, che diffondono i semi dell’odio e del razzismo. L’aria di crudeltà di “I am” è spaventosamente drammatica e ben interpretata dall’ugola di Jon che recita la parte dell’avido e irresponsabile politico, tutelando prima di tutto i suoi interessi economici e di potere. Purtroppo, mentre il giovanissimo Serdjan gioisce, dei connazionali perfidi e corrotti, tramano nell’ombra per inculcare il disprezzo e l’intolleranza nelle menti degli uomini e delle donne.

Starlight

Le esercitazioni notturne sono ancora stampate nella mia mente e all’epoca, da comandante plotone carri, mi impressionavano sempre. Vedere quei missili lanciati dalle bocche di fuoco dei Leopard, che illuminano il cielo buio delle Murge, sono qualcosa di spettacolare ma anche di spaventoso quando cadono al suolo. Il boato delle esplosioni è anche eccitante e allo stesso tempo inquietante perché mi porta a pensare a quella maledetta guerra conclusasi in un bagno di sangue e a pochi chilometri dalla mia amata Italia. “Starlight” (Luce stellare) è innanzitutto il continuo della storia del povero e ingenuo Serdjan, arruolatosi nelle milizie nazionali, emozionato e orgoglioso di poter cambiare il destino della sua Nazione lanciando colpi di mortaio dalle colline sovrastanti Sarajevo. La song ha una apertura acustica angosciante con la voce bassissima di Zac che sembra sottotono ma capace però di aumentare il volume seguendo i riff e gli assoli delle due spregiudicate chitarre elettriche. Il ritmo è una martellante marcia militare con una pausa riflessiva nella parte centrale, dove si sentono dei cori e l’iniziale chitarra acustica che si fonde alla spaventosa keyboard, per poi esplodere in un assolo devastante e tiratissimo, come se fosse caduta all’improvviso una bomba assassina tra i sei musicisti. L’armonia poi vacilla alla conclusione, dove Al Pitrelli e Caffery scaricano tutta la loro frustrazione e tutta la loro rabbia sulle loro fedeli sei corde, emanando assoli micidiali e potenti che si accavallano tra di loro senza tregua. Sembra di sentire il repellente mortaio dell’entusiasta soldato serbo Aleskovic che spara, dai vicini monti, alla cieca nel buio della notte e senza nessuna pietà. “Non abbiamo mai paura della notte, portiamo la luce delle stelle. La facciamo risplendere sul mondo là in basso e aspettiamo le ultime luci del giorno. Le stelle illuminano l’oscurità mentre balliamo con i morti”. Il nostro giovane illuso e i suoi amici giocano al gatto con il topo. Gli abitanti di Sarajevo sono accerchiati, anche dai cecchini appostati nei palazzi abbandonati di periferia, senza vie di fuga sicure, presi dalla morsa del freddo e dalla fame.  Tutto questo odio, questo disprezzo per il prossimo e in generale l’idea del militarismo e della violenza come unico scopo per ottenere ciò che si vuole, è poi messo in discussione nella settima traccia della set list intitolata: “This Isn’t What We Meant”, dove i Savatage evidenziano tutti i crimini di guerra compiuti sull’inerme popolazione. Agli aggressori non importa nulla delle vite innocenti dilaniate dalle bombe, dal terrore che provocano e soprattutto si sentono imbattibili e potenti di fronte ad un mondo incapace di prendere un’iniziativa importante.  Il grande lavoro di Stevens è fenomenale perché non solo canta divinamente, ma interpreta benissimo i versi della song proiettando l’ascoltatore all’interno dell’assedio fratricida che sta uccidendo la bella città di Sarajevo. Forse la natura più lunatica e afosa di questa e altre composizioni della raccolta, sembrano adattarlo meglio rispetto ai vecchi pezzi metal del combo americano. Le sue potenti e quasi operistiche corde vocali, sembrano rappresentare la speranza della situazione in Bosnia, mentre dall’altra parte della medaglia c’è la minacciosa voce di Oliva, protagonista purtroppo solo in due pezzi dell’opera. “Starlight” è una traccia dalla grande melodia, ma anche robusta e incavolata con le chitarre che si accendono quasi subito respingendo e aggredendo il fuoco vigliacco e nemico di chi purtroppo non ha capito niente ed è soltanto succube della sua vana gloria.

Does’t Matter Anyway

I Savatage sono una band che per antonomasia sperimenta e presenta audacemente numerosi cambiamenti stilistici. Dead Winter Dead ne è un grande esempio perché qui si ode un gruppo in grado di amalgamare il bombardamento dei suoni dell’heavy metal melodico con i suoni toccanti di un’orchestra classica, generando così un suono inquietante e unico per un marchio di fabbrica originale e personale. “Does’t Matter Anyway” (Non importa comunque) però è una delle poche eccezioni in quanto si sviluppa su coordinate molto heavy che non danno spazio a linee orchestrali o classiche di alcun genere. La partenza iniziale delle distorte chitarre elettriche che si esibiscono in brevi assoli e tirati riff, completati dalla gracchiante e rauca voce di Oliva, sono un ottimo biglietto da visita per un pezzo massiccio di puro e genuino metal di stampo americano. Lo sviluppo della composizione è maestoso, rabbioso, frenetico e convulso, rivelandosi un passo basilare nel continuo della vicenda, soprattutto nei versi degli autori: “Avrai bisogno di molte armi ed è per questo che sono qui! Sembra che tu ci chieda una guerra”. La mussulmana Katrina Brasic è costretta a comprare armi da dei trafficanti per rifornire i soldati che difendono la sua Sarajevo. Unendosi a loro si ritrova tristemente pure lei a sparare contro il codardo nemico appostato sulle colline: “Dimmi, cosa posso offrirti? AK-47, Tomcat, F-11? Sei con le spalle al muro, questa è l’ultima occasione. Meglio comprarle ora o ti pentirai di non averlo fatto”. Jon e Paul nel testo affrontano anche il tema scottante di chi approfitta dei conflitti per guadagnare sulla morte di uomini, donne e bambini pur di servire il “Dio denaro”. La  martellante sei corde di Caffery, i potenti assoli di Al Pitrelli e uno straordinario assolo di basso di Lee Middleton rappresentano sonoramente tutti i mali di questa guerra civile cercando di scuotere le coscienze di chi al di fuori del conflitto non conosce queste vergognose e meschine speculazioni umane: “Mine di prossimità Claymore di stampo antiuomo da sotterrare facilmente nel terreno, un po’ di missili Stinger da prendere ora finché disponibili in magazzino, direttamente provenienti dall’Afghanistan e ottimi per un’ultima resistenza”. “Does’t Matter Anyway” è quindi un’altra traccia eccezionale con Jon che ritorna  a cantare ringhiando fortemente e malvagiamente, interpretando un trafficante d’armi illegale e assumendo una condotta minacciosa al ritmo delle due veloci e scatenate chitarre elettriche che scuotono fortemente nel profondo dell’anima. La doppia cassa di Plate chiude il cerchio sinistro e beffardo di una traccia cruda e rocciosa che descrive chiaramente la situazione all’interno di Sarajevo, dove questa giovane bosniaca decide a malincuore di impugnare le armi e difendere con i propri compagni la sua comunità minacciata da un nemico assetato di sangue e invisibile.

This Isn’t What We Meant

Un lato incredibilmente dolce affiora invece nella commovente “This Isn’t What We Meant” (Non è questo che intendevamo); una di quelle canzoni adorabili musicalmente, progressiva ed epica, con assoli di chitarra alternati e fulminei accompagnati da un pianoforte tristissimo, cinico e quasi arrendevole ma che mette in crisi nei testi e nel messaggio intimistico profuso: “Abbiamo osato chiederne ancora ma è successo molto prima che le notti iniziassero a bruciare. Avreste pensato che avessimo imparato la lezione ma non si possono fare promesse basate sul domani. La felicità e la sicurezza sono solo parole che abbiamo preso in prestito perché questa è la risposta alle nostre preghiere”. Siamo alla fine di novembre del 1994 e un anziano musicista, Vedran Smailovic, ritorna nella sua amata Sarajevo ormai ridotta in un cumulo di rovine. Mentre attraversa la città natia, passa dalla piazza con quello che è rimasto della vecchia fontana osservata dall’alto dal secolare gargoyle e guardandosi attorno, alla vista dello scempio, piange e impreca Dio perché non era questo che voleva gran parte dell’ex popolo jugoslavo: “E’ questo quello che Dio ci ha mandato? Vi prego, capite che non è così che dovevamo diventare”. Il soave e malinconico pianoforte di Jon introduce il brano, per poi essere seguito a ruota dall’ugola debole e delusa di Stevens che torna al timone vocale dei Savatage affiancato da ottimi cori per un connubio ben riuscito su una traccia alla fine ricca di linee vocali in cui il personaggio bosniaco sembra sfidare apertamente Dio. I suoi bellissimi passaggi di pianoforte e una diversa ed entusiasta performance vocale del vocalist, riescono ulteriormente ad enfatizzare il desolante contenuto di “This Isn’t What We Mean’t”; una delle semi ballate più emozionanti e toccanti della band statunitense. Siamo ormai arrivati nel vivo del racconto e l’ispirazione dei due chitarristi, Al e Chris, riesce abbastanza bene a sopperire all’assenza dell’indimenticabile Criss Oliva. Anche i Savatage hanno dovuto passare sopra le loro macerie dopo la morte dell’amico e fratello, scomparso in un tragico incidente tre anni prima, per una rinascita artistica e umana che a breve li proietterà con nuove vesti verso un futuro roseo e ricco di successi. Qui l’augurio è quello che il buon senso e la pacifica e universale musica classica suonata dal violoncellista Smailovic (anche se non citato nominalmente nel disco) porti alla tregua e alla pace: “Molto tempo fa, quando il mondo era bello, vivevamo in una città diversa ma quei tempi non torneranno più. Ma quei tempi non torneranno…” Comincia a nevicare nella mia sperduta caserma di Altamura e la mia immaginazione mi porta a pensare a Vedran, che seduto sui resti innevati della sua amata fontana recita una disperata preghiera di dolore. Il mio cuore si unisce simbolicamente a lui.

Mozart And Madness

“Mozart And Madness” (Mozart e la follia) è un brano strumentale intenso ed emozionante in cui la fusione tra le parti strumentali e l’eterna musica di Wolfgang Amadeus Mozart, presa in prestito dai Sava, è una delle cose più riuscite e intrepide dell’intero disco. L’onesto pianoforte e il sincero violino funzionano bene in apertura e nel proseguo della storia di Vedran Smailovic perché accentuano e impreziosiscono la musica del sestetto a stelle e strisce. Qui i Savatage eroicamente combinano il genio di Mozart mescolandolo con un possente hard rock, dove l’orchestra rappresenta i perseguitati musulmani da un lato, mentre dall’altro gli strumenti di Oliva & company tuonano ed echeggiano rappresentando di contro i nemici serbi. Le forze musicali e quelle belligeranti combattono avanti e indietro con in sottofondo il triste violoncello del vecchio esule che continua a suonare indisturbato nonostante il sole cominci a tramontare. Al calare delle tenebre i cannoneggiamenti ricominciano a illuminare il cielo stellato della martoriata città. Invece di scappare e mettersi al sicuro l’uomo si arrampica sul cumulo di macerie della vecchia fontana della piazza riprendendo ad eseguire le sinfonie di Mozart, mentre tutto attorno è un inferno di fuoco e di sangue. A questo punto parte l’intricatissimo dialogo tra i riff e gli assoli delle chitarre elettriche e il malinconico pianoforte sostenuto da una martellante sezione ritmica, per un risultato incredibilmente commovente e ambizioso che fa intravedere quale sarà in prospettiva futura il nuovo sound dei Savatage. Questo è il momento cruciale perché l’anziano musicista ripete ogni notte questo folle ed estremo gesto suicida, cercando di allontanare dalla sua testa l’idea del conflitto e in un certo senso banalizzandolo con delle note musicali immortali perché l’unica cosa al mondo che unisce i popoli è la musica. Nel frattempo, gli altri due opposti protagonisti, Katrina e Serdjan, ognuno nella propria zona d’azione, ascoltano gli stralci iniziali della sinfonia n.25 del compositore austriaco con i sibili dei proiettili di mortaio che rumoreggiano nei loro sorpresi e infastiditi timpani. La melodicissima “Mozart And Madness”, è un trait d’union tra la successiva e classica “Memory” e il susseguente aggancio con la title track “Dead Winter Dead” perché formano volutamente una specie di suite, concentrandosi tutte e tre sul suddetto violoncellista di Sarajevo.

Memory (Dead Winter Dead Intro)

L’idea dell’album di raccontare questa immane tragedia, ormai dimenticata da molti, non è in nessun momento esagerata né nella musica e né tantomeno nei testi perché entrambi percorrono la stessa direzione nel far percepire il dolore, la cattiveria, l’amore e la speranza provati dai tantissimi essere umani coinvolti nella guerra dei Balcani. Le sei corde di Chris Caffery e Al Pitrelli sono alquanto nitide, melodiche e appassionanti, e non sembrano mai scontrarsi con le orchestrazioni morbide durante tutto l’album, ma le accentuano e lavorano al loro interno per dare alle canzoni un tocco veramente classico. Infatti, la musica classica è rappresentata quasi in tutto l’album e il breve spartiacque strumentale, “Memory” (Memoria), è un altro eclatante esempio che cita direttamente la nona sinfonia dell’Inno alla gioia del compositore tedesco Ludwig Van Beethoven, simbolo universale di unità e fratellanza tra gli uomini e le donne di tutta la Terra. Questa è quindi un’introduzione riproposta in chiave elettrica e molto ossessionante, che cattura e ci proietta, verso l’assordante e successiva title-track, intrecciata proprio con gli scritti di Beethoven.

Dead Winter Dead

Una cosa che non dimentico è il maledetto freddo delle Murge, proveniente dai Balcani, che entra dentro le ossa e annienta il corpo oltre allo spirito. Se si aggiunge anche la permanenza, a dicembre, in una sperduta e tetra polveriera, immersa in un deserto di monti, allora si arriva ad una tristezza infinita paragonabile quasi all’ingiusta guerra appena conclusasi al di là del Mare Adriatico. Per un povero siciliano come me, abituato a diverse temperature, questo corrisponde ad un martirio, acutizzato ancora di più da alcune improvvise nevicate che mettono a dura prova la mia responsabilità sulla sorveglianza della struttura. Due settimane di isolamento totale sono equiparabili ad una prigionia forzata come se ci si trovasse in un campo di concentramento, ma con un trattamento speciale. Proprio la solitudine e l’aridità dell’animo umano, con l’aggiunta del pentimento, sono gli ingredienti della dinamica e veloce “Dead Winter Dead” (Morto inverno morto) che irrompe con una forza e una asprezza già udita in alcuni brani dell’ottimo Handful Of Rain dell’anno prima, lasciando ancora sorpresi di come il combo americano riesca sempre a giocare con sensazioni e umori diversi. La song è all’inizio abbastanza cadenzata, orecchiabile e robusta quanto basta per trascinare con la mente negli eventi tragici di una lotta civile spietata che non guarda in faccia nessuno, neppure gli innocenti bambini. La canzone rallenta nell’intermezzo, ma rimane sempre massiccia e comunque incattivita dalla voce angosciosa del singer, attorniata sempre da riff e assoli chitarristici intermittenti e un micidiale assolo di electric guitar di circa due minuti che fa venire semplicemente la pelle d’oca. C’è una delicata vena di speranza brillare sotto i riff metal e le melodie combattive di “Dead Winter Dead”, che porta a far riflettere l’appassita e morta coscienza di uno dei protagonisti, il quale rimarrà scioccato di quello che in verità sta veramente accadendo. La parte più caratteristica di questa composizione di puro heavy metal sono gli assoli tellurici di Pitrelli e i duri e intervallati riff di Caffery che fanno rivivere lo stato d’animo tormentato del milite serbo. La sottile tastiera di Jon funge solo da contorno lasciando quasi tutto lo spazio alle sei corde elettriche e adattandosi molto bene alla frenesia e alla irrequietezza della traccia, soprattutto nelle linee più lente e ambientali. Neppure la limpida neve, con la sua candida purezza riesce a coprire le atrocità dello spietato scontro tra etnie diverse. Pezzo dirompente, dalle ritmiche incalzanti e scuotenti che ricorda le sonorità metal del passato di una band intelligente e pronta ad alzare l’asticella negli ultimi tre brani di questa sbalorditiva rock opera.

One Child

Un giorno di dicembre, il soldato Serdian, di pattuglia a Sarajevo, si scontra con la dura realtà della morte di incolpevoli bambini, ormai cadaveri all’interno di una scuola bombardata dalle sue assassine granate. Capisce quindi e tocca con mano l’orrore al quale egli stesso sta partecipando ed è preso dai rimorsi di coscienza durante il tragitto di ritorno verso la sua base: “C’era un bambino davanti all’altare. C’era un bambino sotto la pioggia. Un bambino passava il suo tempo ad immaginare e non credo che tornerà di nuovo a casa, a casa….”. “One Child” (Un bambino) piomba con tutta la sua infelicità e con tutto il suo immenso dolore, condotto dall’onnipresente pianoforte dell’ottimo Oliva, crescendo e defluendo in un interessantissimo coro a sei voci che fa rabbrividire perché penetra direttamente nell’anima e nei cuori. Il giovane serbo rimane inorridito tanto da essere perseguitato da quell’immagine atroce pensando che la battaglia del suo popolo non è un progetto di libertà per la costruzione di una nuova nazione ma un perverso gioco che porta solo morte, distruzione e odio: “Un bambino si nascondeva nell’oscurità. Un bambino che non ha mai detto una parola. Un bambino chiuse gli occhi e scomparì ma di notte sento ancora i suoi sussurri”. La canzone vede ancora protagonista il tono vocale di Zak Stevens che sembra partire in sordina, salvo poi mostrare tutta la sua classe riempendo tutte le magnifiche polifonie classiche della band. Addirittura, in una breve parte del brano canta all’unisono con l’amico Jon, con una voce carica di un profondo e sincero pentimento: “Crederò in te, se ancora vuoi che lo faccia. Altrimenti dimmelo, e rimarrò solo. Là, nell’aldilà”. L’impetuosità e la rabbia quasi silenziosa del sound sprigionato dalle corde elettriche crea l’atmosfera giusta per risollevarsi e ripartire anche se a tratti la composizione si avvicina ad una ballata, sembrando la continuazione di “Chance”, dell’album precedente, con i suoi riuscitissimi e bellissimi contro cori. Un grande ritornello per un fantastico capolavoro che attraversa vari stati d’animo musicali e un suono variegato. Primo seme di quello che a breve trasformeranno i Savatage nella Trans Siberian Orchestra e che non tutti i vecchi fan accetteranno purtroppo di buon grado. È difficile essere d’accordo sul cambio sonoro del gruppo floridiano, ma i tempi cambiano e anche le persone in un certo senso non sono più quelle di una volta. Criss Oliva è ormai deceduto da due anni e già sembra un’eternità. Il fratello ha promesso sulla sua tomba di far continuare la sua creatura, ma è consapevole del fatto che i veri Savatage sono morti con lo sfortunato Criss. Sinceramente quella con lui al timone era un’altra band ma l’attimo fuggente è passato e adesso il sestetto cerca un proprio spazio nel business che conta. Tanto amati in Europa e tanto sottovalutati in patria provano a dare una svolta epocale alla loro comunque stupenda carriera.  Anche io preso dal mio senso di giustizia e dalla mia carriera militare, cerco nell’estate del ’96 di essere trasferito in un altro corpo per andare in missione di pace in Bosnia, ma il mio Comandante e il Generale di allora smontano purtroppo il mio grande sogno. Voglio fare qualcosa di buono per gli altri e per me stesso, ma non ci riesco. Molti anni dopo,  congedatomi con il grado di Tenente, da riservista dell’Esercito Italiano e anche ormai padre di famiglia, vengo contattato dal Ministero della Difesa per una esercitazione all’estero che rifiuto per evitare di mettere in difficoltà i miei cari e forse anche per aver smarrito quell’entusiasmo e quell’incoscienza giovanile di un tempo. Ancora oggi ci penso. Sono cambiato e in un certo senso capisco e rispetto chi, per un motivo o per un altro, muta il proprio percorso di vita o la propria arte per una valida motivazione.

Christmas Eve (Sarajevo 12/24)

“La cosa fatale che accadde fu con la canzone 12/24 tratta dall’album Dead Winter Dead. Abbiamo inviato la canzone nel periodo natalizio, e una stazione in Florida ha iniziato a trasmetterla ed è diventata un successo quaggiù”. (Jon Oliva)

“Christmas Eve” (Vigilia di Natale) è il singolo dell’opera che ha regalato al sestetto di Tampa un successo radiofonico inaspettato e impensato portando i ragazzi ad esplorare questo tipo di sonorità in un modo diverso. Sfortunatamente, la Atlantic Records non stampa abbastanza copie di “Dead Winter Dead” per soddisfare la richiesta improvvisa del brano, suggerendo così agli autori di organizzarsi per pubblicare un album completo per le prossime festività natalizie. In questo periodo, Paul O’Neill, insieme al tastierista e ingegnere del suono Robert Kinkel, è interessato quindi a sviluppare quello che diventerà poi la famosa e popolare Orchestra Transiberiana, una band di rockers supportati da una vera e propria orchestra, tanto odiata dallo zoccolo duro dei supporter. Con tutta la sua tragicità e classicità questo pezzo strumentale rimane comunque fedele alla forma metal del platter con un’atmosfera incredibilmente drammatica sostenuta dai riff veloci e ritmici delle chitarre, superate per intensità solo dal pianoforte e dagli gli archi orchestrali imperanti per tutta la durata del pezzo. Siamo al clou della vicenda perché il disertore serbo Serdjan, seduto in un bunker alla Vigilia di Natale, ascolta in lontananza la rincuorata armonia dei canti natalizi suonati da un violoncello in mezzo al putiferio creato dalla imperversante e funesta guerra. Anche la resistente Katrina ascolta questa musica dall’altra parte della barricata sotto un cielo stellato, liberato dalle nuvole di neve che poco prima hanno imbiancato Sarajevo. Song angosciosa ma con una potenza evocativa inimmaginabile per il vortice di note, gioia ed emozioni mozzafiato che provoca già dal primo ascolto.

Quando è venuta fuori l’idea della TSO, ho pensato che Paul fosse fuori di testa. Ho pensato: Fantastico! Ora il mio migliore amico e produttore è finalmente crollato. Vuole trasformarmi nel Babbo Natale dell’heavy metal. Ma sapete una cosa? Il ragazzo aveva ragione. Lo sapevamo. Sapevamo che i Savatage non sono mai stati solo una band heavy metal. Mai! Il nostro problema più grande era il nostro nome. La canzone 12/24… l’abbiamo inviata a 500 stazioni radio sotto il nome dei Savatage. Solo 30 stazioni l’hanno riprodotta. L’anno successivo, abbiamo ripreso la stessa identica registrazione. Non l’abbiamo nemmeno remixata! Abbiamo messo una copertina di un albero di Natale e un angelo e abbiamo chiamato la band TSO. Era la canzone richiesta numero 1 su oltre 500 stazioni radio. Ho guadagnato più soldi con quella canzone che in tutta la mia carriera con i Savatage”. (Jon Oliva intervistato da Joe Miller per Defender Of The Faith)

Not What You See

Anche l’ultima canzone, “Not What You See” (Non è ciò che vedi) è incredibile ed è un vero e proprio capolavoro. Questa traccia è quanto di più emozionante si possa immaginare per chiudere con un finale appassionante tra i personaggi della storia. Il pianoforte è ancora inverosimilmente toccante e avvenente, e la voce di Zak, che parte lentamente per poi prendere il volo con una estensione stratificata, è mostruosamente da brividi. Il contesto è poi completato dal delicato tocco di Jeff dietro le pelli, dagli spettacolari giri di chitarra di Al e Chris, dal precisissimo basso di Johnny e dagli immancabili cori sovrapposti che fanno da mastice, impreziosendo il brano insieme ad un incantato e sognante refrain melodico. All’improvviso nella piazza, la musica cessa e solo il rumore delle granate sovrasta tutto e tutti, ma i due ragazzi, temendo il peggio, incoscientemente corrono attraverso la terra di nessuno fino al famoso spiazzo, dove si incontrano capendo entrambi di essere giunti lì per lo stesso motivo. Il vecchio artista giace ormai a terra con il viso insanguinato e con il suo fedele strumento distrutto dalla meschinità umana. Non c’è più niente da fare per l’uomo e anche la speranza sembra fermarsi al cessare delle dolci note musicali che potevano avere la forza di svegliare le parti in causa dalla droga malefica della violenza. Dilaniato dal dolore Serdjan alza lo sguardo al cielo ma l’unica cosa che vede è il cadere di una goccia d’acqua senza che ci sia alcuna nuvola. Non vede niente, tranne che, sopra le loro teste, un gargoyle di pietra accovacciato sopra una chiesa gotica, ancora rimasta in piedi per miracolo insieme alle sue impassibili statue. La lacrima di questo doccione ornamentale fa sì che la morte di questo coraggioso musicista non sia vana perché tra i due giovani nasce una tregua e un amore attorno al quale si conclude la storia di Dead Winter Dead. Il vocalist statunitense canta persino uno dei migliori testi sulla guerra: “Dimmi, se io vincessi, tutto si risolverebbe? Dopo mille anni, chi lo saprebbe mai? Nel tempo milioni di vite vanno e vengono su questo pezzo di terra”. In questa song tutto è perfetto, tutto al posto giusto e perfino la conclusione del concept è indovinata con un significato di fiducia perché anche chi capisce di aver sbagliato può ritornare indietro e riprendersi la propria vita, ripartendo da zero e rimettendo a nudo i suoi sentimenti. Il pentito ragazzo serbo, amareggiato dell’accaduto, decide di scappare definitivamente da questa folle mattanza con la bella Katrina che all’inizio è riluttante perché vede in lui e precisamente nell’uniforme, che indossa ancora, il detestato nemico: “Nessuna vita è così corta da non poter essere trasformata. Io sono qui ad aspettare! Non capisco cosa vuoi che diventi. Odi il buio, e io non sono così ma so che è tutto ciò che vedi. Vuoi davvero che me ne vada da questa notte senza di te? La preghiera di Serdjan, sopraffatto da questa sconvolgente notte di Natale, è sincera e il giovane si rivolge alla ragazza mussulmana implorandola di accantonare gli odi ei pregiudizi razziali, cercando di guardarlo per quello che è: “Non capisco, non capisco…ciò che vedo. Lo giuro sul domani, se coglierai quest’opportunità. Chiudo gli occhi in questa notte e tu sei tutto ciò che vedo”. “Not What You See”, è imbevuta di un grande pathos e da un imprevisto amore che culmina nel momento in cui i due, pur se di etnie diverse e presi da un colpo di fulmine, s’innamorano in quello che rimane di questa desolata piazza di Sarajevo, lasciandosi tutto alle spalle e fuggendo insieme lontano da quel compassionevole palcoscenico di guerra. L’interpretazione di Zak Stevens è da applausi e francamente è difficile immaginare un altro rimpiazzo per sostituire l’indiscusso Jon Oliva, che è e rimane la timbrica originale dei mitici Savatage.

 

“Paul O’Neill ha salvato i Savatage e sono contento che l’abbia fatto. Mountain King, Gutter Ballet, Streets, Edge of Thorns, Handful of Rain, Dead Winter Dead, Wake of Magellan, Poets and Madmen: sono stati tutti grandi album! Ed è stato tutto grazie alla fiducia di Paul in noi. Paul è stato il mio migliore amico di sempre”. (Jon Oliva)

La memoria mi riporta a quando ricomprai a Salerno nel ’96, in un negozio di musica, il CD di Dead Winter Dead, dato che la mia musicassetta è ormai disintegrata dai continui ascolti e dalla polvere alzata dai miei possenti carri armati. Non ero lì per caso e come ho scritto all’inizio della recensione devo a tutti i costi riavere questa magnifica opera d’arte che tanto mi lega a questo periodo della mia vita e che comunque non deve assolutamente mancare a chi come me stravede per i Savatage. Dopo vari tentativi, tutti falliti, di partire alla volta di Sarajevo, il mio povero capitano, sfinito dalle mie continue suppliche, mi spedisce a Persano in provincia di Salerno per rendermi utile alla causa dandomi l’opportunità per qualche settimana aiutare nella gestione e nel supporto logistico dell’organizzazione della missione bosniaca. Infatti, nel comprensorio militare di Persano confluiscono i reparti di supporto esterno alla Brigata: Forze speciali, Carabinieri, Trasmissioni e Genio. Ma nella stessa sede vengono convogliati pure tutti i materiali e l’equipaggiamento che serve al contingente nazionale in Bosnia Erzegovina e in particolare alla Brigata Bersaglieri Garibaldi, la prima a mettere piede in quella sofferente Nazione. Lavoro immenso, faticoso e di responsabilità che pur non impegnandomi in prima linea è fondamentale per i nostri soldati all’estero e per le vessate popolazioni locali. In generale il miglior momento della mia vita militare che mi rende orgoglioso per aver dato il mio piccolissimo e indiretto contributo alla causa, lavorando con entusiasmo a volte anche ventiquattro ore di seguito e senza chiedere o avere qualche lira in più di quello che mi spetti. Lo stesso credo sia stato per i ragazzotti americani dei Savatage che contribuiscono con questo straordinario spettacolo musicale a ricordare al mondo che ancora è in corso una delle più grandi tragedie della storia moderna dell’Europa occidentale. Con una formazione diversa rispetto al loro album precedente, gli statunitensi riprendono il concetto di opera rock, già sviluppato quattro anni prima nel capolavoro “Streets”, descrivendo così una storia ambientata nella guerra civile dell’ex Jugoslavia nei primi anni ’90. La nuova formazione vede Zachary Stevens alla voce, Chris Caffery e Al Pitrelli alle chitarre, Jeff Plate alla batteria, Johnny Lee Middleton al basso mentre Jon Oliva (ex cantante della band) è alle tastiere e al piano cantando solo in due tracce dell’opera. Il risultato finale è geniale perché ogni canzone, sia musicalmente che nei testi, riesce a trasmettere emozione e adrenalina rappresentando benissimo l’odio, la paura, il dolore e l’amore tra i protagonisti che nasce nel mezzo dell’orrore della guerra. Il prog metal melodico prende il sopravvento in quasi ogni solco del disco, guidato principalmente dal pianoforte di Oliva, con riff e assoli chitarristici, a sprazzi massicci ma sempre orientati alla melodia con momenti anche cupi e tenebrosi che danno una precisa idea delle vicende belliche. Quello che ancora colpisce in quest’opera è che ogni lavoro discografico degli americani è sempre diverso e ricco di spunti e suoni diversi. In particolare Dead Winter Dead è il primo vero album barocco e sinfonico dei Savatage, un lavoro molto orchestrale e orientato all’heavy metal degli anni ’80 riprendendo in gran parte il percorso che il gruppo aveva avviato con Gutter Ballet nel 1990. Armonicamente c’è un approccio notevolmente più leggero di qualsiasi cosa abbiano creato in precedenza e non sorprende lo zampino del compianto Paul O’Neill che, amante della musica classica e delle opere teatrali, trascina Jon Oliva a trasferire sulle composizioni quel tocco classico, immettendo spezzoni di Mozart e Beethoven. La produzione è poi gigantesca, le parti classiche suonano in modo sublime, fondendosi con il resto della strumentazione e le chitarre elettriche del duo Al Pitrelli/ Caffery rasentano la perfezione. La parola evoluzione è proprio quella che si addice al sestetto statunitense che nonostante abbia patito gli alti e i bassi di una lunga carriera artistica, superando indenne i problemi di droga, il flop di qualche uscita discografica e soprattutto il tremendo lutto di Criss Oliva, è sempre rimasto in piedi esprimendo dell’ottima musica e creando anche un proprio e unico stile. Purtroppo, il gruppo di Oliva non ha raccolto tutto quello che ha meritato strada facendo, ma si è rifatto con gli interessi con un progetto alternativo intitolato Trans Siberian Orchestra.  Questo, da disegno parallelo diventa poi la vera e propria band principale, grazie al successo del singolo commerciale “Christmas Eve” (Sarajevo 12/24). Un ricordo particolare va al produttore e padre della band, lo scomparso Paul O’Neill, l’unico che crede veramente nelle capacità dei due fratelli italo americani e che subisce le critiche più dure da molti fan dopo la fondazione della TSO, non sapendo però cosa ha fatto quest’uomo per il combo: “Paul ed io ci siamo incontrati nel 1986 quando stavamo eseguendo quello che presumibilmente sarebbe stato l’ultimo spettacolo dei Savatage in assoluto. Mio fratello Criss aveva ricevuto un’offerta per un provino per i Megadeth e io avevo ricevuto un’offerta per un provino per i Black Sabbath. Sono arrivato al punto in cui ho effettivamente avuto un biglietto aereo e una lista di canzoni da portare alla selezione. Abbiamo suonato in uno spettacolo a Ybor City, Tampa e Jason Flom della Atlantic Records ha mandato lì Paul O’Neill. Non sapevo nemmeno chi fosse. Abbiamo fatto lo spettacolo ed è stato fantastico. Me ne sono andato presto perché mia moglie era molto malata quella notte. Sono andato a casa e Criss è rimasto con i ragazzi. Criss mi ha chiamato alle 4:45 del mattino dicendomi che dovevo ritornare perché Paul voleva darci molti soldi. Eravamo al verde. Mi sono alzato e sono andato laggiù e ho trovato Paul O’Neill e mio fratello che mangiavano frittelle. Ha iniziato a parlare con noi e ci ha chiesto di rimanere e di non andare a fare i provini perché per lui avevamo qualcosa di speciale. Se non fosse stato per Paul O’Neill, l’ultimo album dei Savatage sarebbe stato Fight For The Rock. Paul ha dato a me e Criss 50.000 dollari per pagare tutte le bollette, comprare l’attrezzatura e avere un posto per le prove. Disse di non voler essere ripagato ma l’unica cosa che voleva era scrivere e produrre dischi con noi” (intervista a Jon Oliva,Joe di Miller per Defender Of The Faith).
Il messaggio dei rockers a stelle e strisce è chiaro e non è rivolto solo ai fan del metal, ma a tutte le persone dai più disparati gusti musicali perché la musica è l’unica cosa che in questo pianeta unisce e non divide. Il concept prende poi spunto da due veri episodi di cronaca che colpiscono nell’animo Jon e Paul. Innanzitutto, il primo riguarda, i cosiddetti Romeo e Giulietta di Sarajevo, una sfortunata coppia di innamorati, lui serbo e lei bosniaca che muoiono insieme, sul ponte di Vrbanja, nel tentativo di fuggire dalla città assediata, abbracciati l’uno all’altro. Il secondo è invece quello del giovanissimo serbo Srdjan Aleksic che viene ucciso perché difende un uomo mussulmano che sta per essere picchiato a morte. Addirittura, Paul sapendo che questo coraggioso ragazzo ha come sogno nel cassetto di diventare attore, decide di utilizzare il suo nome e di renderlo così immortale inserendolo come protagonista assoluto di Dead Winter Dead. L’ultimo personaggio Vedran Smailovic è in effetti un violoncellista bosniaco tutt’ora vivo, nonostante nella storia muoia sotto i colpi mortali dei mortai e che rappresenta, con la sua musica, l’ultima speranza di umanità e di salvezza. In conclusione, questa rock opera è una delle incisioni più progressive e sofisticate a livello creativo ma è anche una delle pubblicazioni meno metal in termini di potenza e velocità esecutiva del gruppo di Tampa. Dead Winter Dead è una pietra miliare e una raccolta storica che tutti gli amanti dei Savatage e non solo, dovrebbero possedere nella loro collezione di dischi.

“Molte persone negli Stati Uniti non capiscono e sono molto confuse sulla guerra. Vogliono davvero aiutare, vogliono aiutare l’ex Jugoslavia. Penso che il mondo creda che gli Stati Uniti siano lontani. Ma non è proprio così”. (Jon Oliva).
And every prayer we pray at night has somehow lost it’s meaning.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.