LEPROUS – 4 febbraio 2026 – Orion Live Club, Ciampino (RM)


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All’Orion Live Club di Ciampino, alle porte orientali romane, i Leprous confermano di essere una delle band più solide e coinvolgenti del panorama Prog Metal moderno, con un live potente, emotivo e tecnicamente impeccabile.

Niente. Non un errore, non una incertezza. L’eleganza stilistica dei Leprous è difficilmente arrivabile.

Tornano a Roma e scelgono la dimensione raccolta dell’Orion, ex discoteca che conteneva il muso di un Boeing e si chiamava “747”. A mio avviso, uno dei progetti di riconversione a sala concerti più riusciti qui in zona, ultimamente tristemente famosa per vicende di impiantoni raffazzonati. L’emiciclo movimentato fa colare il numeroso pubblico verso un palco non grande ma funzionale (ha ospitato perfino la paperona degli Alestorm!), quasi a risucchiare le anime dei presenti nei gironi della serata. Il suono è al giusto livello e ben miscelato. Poi, le luci degli ospiti norvegesi sono affilate e suggestive. Insomma, il colpo d’occhio e d’orecchio è immediatamente positivo.

Il pubblico è ben consapevole di trovarsi davanti a una delle realtà più rispettate del Progressive Metal contemporaneo. Nessun effetto superfluo, la band è elegantissima nell’insieme e piuttosto scandinavo-minimalista, ma il suono e l’emozione, anche se altrettanto perfetti, sono di una intensità tutta particolare. Il Leprous-sound tende a ribaltare alcune usanze del Rock. Infatti, le due chitarre di Tor Oddmund Suhrke e Robin Ognedal e il basso di Simen Børven spesso lavorano in sottofondo in perfetta sintonia, per creare un trampolino di lancio per la voce inconfondibile di Einar Solberg, per la batteria del MOSTRO Baard Kolstad (capitolo a parte) e per l’eclettica elettronica, manovrata da Harrison White, ma concepita dallo stesso Solberg, che ogni tanto ne riprende il controllo manuale. Sarebbe ingiusto dire che gli strumenti a corde mancano di slanci notevoli, ma sono veramente un tutt’uno di una creatura algida ma potente, appassionata ed appassionante. E’ come trovarsi di fronte ad un ibrido macchina/creatura, dagli impeccabili ingranaggi ma pulsante nel battito e dalle calde carni. “Atonement” ne è l’esempio perfetto, come la sua esecuzione poi sfociata in un sabba sonoro e visuale di saluto basato su “The Sky Is Red”, un vero omaggio al pubblico, al contempo scatenato e studiato attentamente. Parto dalla fine perché questo è RISPETTO per chi ascolta! Tra l’altro, ampiamente ricambiato.

Quindi, rewind.

“Silently Walking Alone” apre la scaletta e rivela subito che Solberg non ha alcun ostacolo volando in quota, con note alte che passano da un registro di testa a falsetti potentissimi senza soluzione di continuità, senza infrangere la sensazione di vastità dell’orizzonte sonoro. Una sorta di aurora boreale ammaliante, che si muove sinuosa e maestosa, inarrivabile e cangiante. Apprezzo anche la capacità di adattamento, infatti avendolo ascoltato durante un festival Black/Death rilevo che la scelta di timbri qui è più morbida per avvicinarsi ad un pubblico sicuramente dedicato, ma più generalista. In fondo, sono imparentati con il Maestro Ihsahn, e non solo musicalmente.

Ma è soprattutto Baard Kolstad a rubare la scena: una prova semplicemente devastante, fatta di potenza, precisione millimetrica e groove. I continui cambi di tempo e le dinamiche complesse sono eseguiti con una naturalezza impressionante (“Illuminate”!), confermandolo come uno dei migliori batteristi dell’attuale panorama Metal. E’ incontenibile e, soprattutto, suona con la gioia negli occhi. Va sentito e risentito, visto e rivisto. Punto.

Anche visivamente sono tutti dinamicissimi ma sempre composti, si incrociano senza improvvisazione, si ergono sui plinti all’unisono. Hanno un chiaro disegno per la musica ed uno spartito per la coreografia, e le due dimensioni si intrecciano ed esaltano l’Arte.

La scaletta scorre con qualche calo di pressione verso i due terzi, dove i momenti più introspettivi fanno segnare il passo, ma ovviamente è solo una breve ricarica prima del finalone già citato. Menzioni speciali a seguire. “Like a Sunken Ship” da un “la, la, la” troppo vezzoso finisce in esplosiva colata metallica delle più classiche. “Alleviate” è la ballata di facilissima digestione, ma come decolla e si espande lascia tutti col senso di vertigine. La cover di “Take On Me” rappresenta uno dei passaggi più particolari dello show: completamente reinterpretata in chiave più cupa e malinconica, rispettosa dell’originale ma perfettamente coerente con l’atmosfera del concerto. E’ stata una sorta di scherzo musicale, accolto con ironia ed affetto sia dalla band che dai “fedeli” in platea. In fondo, non c’è voce migliore di quella di Solberg per quel “In a daaaayyy…” che chiude il ritornello in crescendo.

I Leprous dimostrano ancora una volta che il palco è il loro habitat naturale. Ci tengono a sottolineare che erano in zona già 15 anni fa circa. Questa banda di neovichinghi sembra così fresca che inganna: la loro esperienza live ed agli strumenti è innegabile e degna di riverenza.

Album fotografico completo qui.

Scaletta

Silently Walking Alone
Illuminate
The Valley
I Hear the Sirens
Below
Take On Me
Alleviate
The Price
Like a Sunken Ship
Passing
Slave
Castaway Angels
From the Flame
Atonement / The Sky Is Red

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