SODOM – Get What You Deserve (Ristampa)

Titolo: Get What You Deserve (Ristampa)
Autore: Sodom
Nazione: Germania
Genere: Thrash metal
Anno: 1994/2026
Etichetta: BMG

Formazione:

Tom Angelripper – voce, basso
Andy Brings – chitarra
Atomic Steif – batteria


Tracce:

Get What You Deserve
Jabba The Hutt
Jesus Screamer
Delight In Slaying
Die Stumme Ursel
Freaks Of Nature
Eat Me!
Unbury The Hatchet
Into Perdition
Sodomized
Fellows In Misery
Tribute To Moby Dick (Instrumental)
Silence Is Consent
Erwachet!
Gomorrah
Angel Dust


Voto del redattore HMW: 8/10

Visualizzazioni post:975

Nel 1994 i Sodom pubblicano il loro sesto disco, Get What You Deserve. Un album che non chiede il permesso a nessuno. È un atto di sfida, un manifesto di libertà espressiva che rifiuta l’omologazione e sceglie deliberatamente la via dell’eccesso, della provocazione e dell’istinto.

La censuratissima copertina (come tante altre del gruppo, del resto) è sicuramente controversa e cercava di attirare attenzione, così come i testi sopra le righe, tutt’altro che superficiali. Sono piuttosto l’espressione coerente di una band che ha sempre utilizzato l’iperbole come strumento narrativo. L’estremo nei Sodom non è mai decorativo: è una lente deformante attraverso cui vengono amplificate ossessioni, perversioni e contraddizioni della società.

Brani come “Jabba the Hutt” o “Eat Me” non sono esercizi di cattivo gusto fine a sé stesso, ma caricature grottesche che spingono il disagio fino al parossismo. Il suono crudo e grezzo è sempre stato un tratto identitario fortissimo dei Sodom, e questo disco rappresentò un ritorno all’attitudine punk e all’immediatezza di Motörhead e Venom (non a caso si chiude con la cover di “Angel Dust”).

I Sodom non cercavano di imitare i gruppi di successo né di seguire le mode o il grunge che stavano contaminando la scena alternativa dei primi anni ’90. Cercavano semplicemente di essere i Sodom, valorizzando la scena thrash metal tedesca attraverso un approccio sporco e brutale, privo di compromessi. L’intento era estremizzare quella ruvidità primordiale che già nei primi dischi era un marchio di fabbrica: niente approvazione della critica, solo coerenza e rispetto per la propria cerchia di fan.

La sezione ritmica è devastante: Atomic Steif imprime una solidità martellante che sostiene ogni brano con precisione chirurgica. Andy Brings costruisce riff affilati e dinamici, alternando velocità furiosa e groove pesante. Tom Angelripper resta il fulcro assoluto: la sua voce abrasiva, sarcastica e inconfondibile è il marchio di fabbrica che rende ogni pezzo immediatamente riconoscibile.

Get What You Deserve non è certo un album accomodante. È sporco, feroce, sfrontato. Ma è anche incredibilmente autentico. Ed è proprio questa autenticità a renderlo un tassello fondamentale nella discografia del gruppo.

Col tempo l’album ha acquisito lo status di opera di culto: un lavoro divisivo, sì, ma dotato di una personalità che molti dischi tecnicamente più “perfetti” non hanno mai avuto. Qui il thrash metal resta allo stato brado, un po’ come nei primissimi e primitivi lavori del gruppo: provocatorio, potente, libero. Non cerca di essere accettato. Esiste, colpisce e resta. E questo, nel metal, conta più di qualsiasi compromesso.

La ristampa arriva con una nuova rimasterizzazione e, lo ammetto, non sono mai stato un grande sostenitore dei lavori troppo ritoccati. In questo caso però, proprio come già accaduto con Tapping The Vein, gli interventi risultano misurati: il suono guadagna definizione e profondità senza perdere quell’impatto ruvido che appartiene all’identità originaria del disco.

Diverso il discorso per la versione alternativa ribattezzata Blitzkrieg Remix. È un’operazione interessante, ma personalmente meno entusiasmante: il suono è più pulito, più compatto e, proprio per questo, meno istintivo. Si percepisce una maggiore nitidezza tecnica, ma si attenua quella sensazione di immediatezza quasi “da sala prove” che caratterizzava la registrazione originale.

Detto questo, trattandosi di un disco aggiuntivo e non sostitutivo, il remix funziona bene come documento parallelo: una lettura alternativa, una possibile evoluzione sonora che non pretende di riscrivere il passato. Si può ascoltare come curiosità, come prospettiva diversa, senza intaccare la forza primitiva dell’album così come era stato concepito. Il cambio di copertina nella ristampa 2026 non è una nuova censura, ma un recupero filologico: dopo le versioni degli anni ’90, oggi diventa forse parte integrante della narrazione storica del disco, con tutte le sue contraddizioni e provocazioni.

Nel complesso, un’operazione riuscita e rispettosa.
La prossima ristampa? Magari Better Off Dead… e a quel punto il cerchio inizierebbe davvero a chiudersi.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.