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Lo so, lo so. State calmi. Love è uscito da più di dieci mesi ma noi ne parliamo adesso. E allora? La musica non invecchia, fatevi il favore di tentare di ricordarlo.
Voglio augurarmi che i The Flower Kings stiano tenendo il conto degli album realizzati (sì, è questo il significato autentico del verbo) in trenta e rotti anni di attività, perché gli ZZ l’hanno perso – siamo, comunque, poco oltre il quindicesimo. Personalmente, dopo che mi capitò tra le mani The Rainmaker ho fatto di tutto per starci al passo ed andarmene a studiare la storia discografica. Si tratta senza ombra di dubbio di un gruppo dotato, capace di armonizzare con gusto gli elementi a propria disposizione, strafacendo di rado, e a suo agio sia in brani semplici sia in brani articolati, tanto in quelli lunghi quanto quelli di durata ordinaria. Un gruppo la cui perizia strumentale intrattiene buoni rapporti con l’idea di canzone e di eleganza.
Facendo una rapida scansione mentale dei lavori passati, direi d’acchito che solo Banks Of Eden mi lasciò un certo amaro in bocca. Non so dire perché.
Oggi, non me ne voglia l’amore, quel sapore amaro si fa delusione cocente. Sono delusa dalla mancanza d’ispirazione; da una scaletta che par sviluppatasi sotto il tiro di fuoco dell’inerzia, quando non della noia. Se non fosse per l’inevitabile impronta lasciata da musicisti questo spessore, quasi tutte le canzoni affonderebbero senza pietà. Eppure amo quell’assolo jazz su “The Elder”, amo gli arrangiamenti delle tastiere (c’è anche il pianoforte acustico, evviva!), le strizzate d’occhio alla magniloquente secchezza di David Gilmour, i suoni sì smorzati ma ben lungi dall’estetica pop dei nostri giorni miserabili; amo quei momenti in cui riconosco i miei The Flower Kings ed è la classe a parlare. Ma patisco l’imbarazzo di – che so? – un basso che osserva per lo più a braccia conserte, linee vocali che lasciano il tempo che trovano e una batteria che svolge il compitino senza sussulti.
Passata “How Can You Leave Us Now?”, decorosa e la cui strofa iniziale reclama la paternità melodica di Modugno e della Bonaccorti (qualcuno ha detto “La Lontananza”?), e poi l’innocua “World Spinning”, si attraversa poi la carina “Burning Both Edges” e si approda finalmente a “The Rubble”: canzone solida e ben fatta, il cui umore notturno ne culla lo spessore.
Vale inoltre la pena di citare la bella “Considerations”, che ha la fortuna o sfortuna di esser posta in coda ad uno snervante saliscendi qualitativo. E forse anche di dimenticare “The Promise”, brutta copia dei Jethro Tull di Songs From The Wood introdotta da un furto dalla pur famosa “Redemption Song” di Bob Marley And The Wailers.
Va ben capito che attività così lunghe e prolifiche includono fisiologicamente dei passi falsi sicché, in conclusione, mi sento di consigliar l’acquisto di Love solamente agli appassionati e a chi non abbia la discoteca già intasata da anni.
P.S.
Sappiano i curiosi che la Inside Out ha operato una massiccia campagna di ristampe (con qualche alterazione di troppo – però, se la memoria non m’inganna, fu quella la volontà di Roine Stolt) in soccorso di chi non riuscisse a reperire le edizioni originali dei primi dischi.



