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Ogni tanto mi prendo del tempo per ascoltare nuova musica. Un po’ casualmente. Guardo tra le proposte arrivate in posta e questa richiesta di recensione mi è stata girata da una promoter tedesca. Ho deciso di dare un ascolto senza leggere la scheda stampa, basandomi prima di tutto sul mio gusto personale. Solo agli ascolti successivi mi sono documentato un po’, per capire cosa stessi ascoltando e come inquadrarlo al meglio per chi legge.
Gli In Virtue nascono nel lontano 2004, quando anche noi muovevamo i primi passi redazionali. Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Come noi, anche questa formazione statunitense si è evoluta grazie alla caparbietà di Trey Xavier: chitarrista e compositore che, dopo due dischi, nel 2015 decide che forse è più semplice mettersi lui stesso dietro al microfono per interpretare al meglio i propri testi e le proprie composizioni. Non dev’essere facile iniziare a cantare a 28 anni, rimettendosi completamente in gioco.
Il metal progressivo degli In Virtue è complesso e tecnico. La voce di Trey è per lo più pulita, con un’impostazione rock: forse non particolarissima, ma sempre centrata e mai fuori posto. I passaggi sporadici in growl, a tratti, possono sembrare un po’ fuori contesto, ma non risultano particolarmente fastidiosi.
In questo Age Of Legends troviamo tre collaborazioni di rilievo che impreziosiscono il lavoro senza però snaturarlo o cambiarne realmente il peso specifico: Charlotte Wessels alla voce su “Karma Loop”, la chitarra di Dave Davidson (dei Revocation) su “Thoughts In Freefall” e l’ugola di Chaney Crabb degli Entheos su “Tempus Fugue”.
I brani più power e veloci sono sicuramente i più riusciti dei quattordici capitoli che compongono il disco. Alla fine posso dire che almeno tre o quattro mi hanno colpito particolarmente; forse altri quattro li ho trovati interessanti. Il resto, invece, suona un po’ come riempitivo: a tratti mi ha annoiato o comunque non mi ha comunicato molto. È un disco da ascoltare tutto d’un fiato? Forse no. Siamo più di fronte a qualcosa da affrontare a piccole dosi, oppure da cui pescare i momenti migliori per arricchire qualche playlist se avete voglia di scoprire qualcosa di nuovo.
Sicuramente è un lavoro più interessante per gli appassionati di un metal progressivo non troppo pretenzioso. Con una produzione più incisiva e con brani maggiormente melodici e meno cervellotici, avrebbero potuto ricordarmi i Vanishing Point, gruppo australiano che apprezzo moltissimo e di cui mi piace spesso mettere su un disco e ascoltarlo dall’inizio alla fine.
C’è una buona base, e forse il dover ripartire da zero ha tolto energie e possibilità agli In Virtue. Un gruppo che qualcosa da dire ce l’ha, ma non siamo di fronte alla scoperta delle nuove promesse del progressive metal. Buono, ma senza pretese.



