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Dopo la scomparsa nel 2022 del compositore e chitarrista Robert Bobel, i tedeschi Frontline sembrano destinati a chiudere i battenti in modo definitivo, ma il cantante Stephan Kämerrer non si arrende e insieme al nuovo chitarrista e produttore Christian Mühlroth riesce a rimettere in pista il combo pubblicando il nuovo Rebirth dopo vent’anni dall’ultimo album in studio. Fondati a Norimberga nel 1989, i Frontline si sono rapidamente affermati come uno dei gruppi di punta del genere proprio grazie alla voce dell’inconfondibile Kämmerer e ad un approccio compositivo basato su melodie accattivanti e memorabili. Riescono a farsi conoscere nel 1994 con l’ottimo il disco The State Of Rock, ancora oggi considerato da molti il loro lavoro più importante e ben riuscito. Adesso con la stessa grinta e con una formazione rinnovata si ributtano a capofitto e in prima linea nell’inflazionato universo del rock melodico per capire se per loro ancora c’è posto e magari per giocarsi un’altra possibilità. Naturalmente la nostrana Frontiers Music specializzata nel proporre il genere AOR e concentrata nel ripescare gruppi rock del passato non poteva certo farsi sfuggire i resuscitati e rinnovati germanici.
La band ha commentato il disco dicendo: “Rebirth riflette veramente ciò che questo album rappresenta. Dopo oltre 20 anni di silenzio, è la nostra rinascita come band. Volevamo onorare la nostra eredità e, soprattutto, i fan che hanno tenuto vivi i Frontline in tutti questi anni, portando al contempo le nostre melodie, i nostri ritornelli e le nostre emozioni nel presente. Questo album apre un nuovo capitolo senza dimenticare da dove veniamo”.
Questo interessante déjà vu parte con un fantastico trittico di zuccherose canzoni che guardano al passato rispettando tutti i cliché del genere. La celestiale “Burning Horizon”, la roccheggiante “Blacktop Parachute” e la raffinata ballata “After You’re Gone” sono delle canzoni mai banali, ben arrangiate, ricche di sdolcinati riff chitarristici e pilotate egregiamente dalla calda e carica ugola di Stephan. La sua rassicurante voce, rimasta immutata nel tempo, conserva la stessa forza e la stessa chiarezza di vent’anni fa culminando in modo determinante nei super orecchiabili ritornelli di queste bellissime tracce.
L’opera prosegue con un approccio melodico e un leggero rock diretto e senza fronzoli, caratterizzato da magnifici e trascinanti ritornelli , come nel caso dell’ottantiana “Two Tickets To The Afterglow” basata su dei caramellosi giri di chitarra, da una lussureggiante tastiera e soprattutto dai pazzeschi acuti dello scintillante singer teutonico capace di esaltare il semplice, ma efficace ritornello. La qualità continua nella ritmata “Boulevard Echo” dove la band azzecca ancora un armonicissimo refrain accompagnato da prolungati e incisivi assoli chitarristici che spezzano i momenti ambientali e quelli troppo leggeri della song. Quattordici brani sono tanti e spesso e’ facile cadere nella ripetitività sonora, come nel caso della mielosa “Burning Shadows” un altro sentimentale e nostalgico brano tenuto in gioco solo dalla pazzesca e dalla intima timbrica vocale del frontman tedesco o come nel caso dell’ennesimo e commovente lento intitolato: “One Life One Love” in cui spicca ancora la passionale voce di Stephan e un melodicissimo ritornello. Anche il riempitivo “Shattered Glass Dreams”, rientra in questa monotona fase risultando il punto più basso del disco. Per fortuna la cadenzata e rapida “Stone And Feather” risveglia il torpore e l’altissimo tasso di glucosio accumulato fino ad ora. Da qui si comincia a notare uno stile, non originale, improntato a delle influenze di formazioni squisitamente europee mantenendo però tutte le formule del classico rock melodico internazionale, come nel caso della veloce e melodiosa “Heart On The Dashboard” coperta da avvolgenti e magici tocchi di tastiera che frenano gli intermittenti riff di chitarra ma non le dirompenti, pulite e acutissime corde vocali del bravissimo Kämmerer. Più si va avanti più si ha l’impressione che l’album sia troppo accomodante tanto da sembrare più progettato a tavolino che realmente ispirato.
Nel finale piacciono la più robusta e ritmata “Burning The Distance”, traccia orientata ad un hard rock melodico dalle venature metal di stampo scandinavo che attira per la galoppante sezione ritmica e i taglienti assoli di chitarra elettrica sovrastati solo dalla potente e determinata ugola del cantante germanico. Sulla stessa scia troviamo pure la commerciale e radiofonica “White Line Miracle”, meno potente della precedente ma con un refrain più melodioso e accattivante. Lo slancio roccheggiante riprende poi con la mediocre “Back To The Bright”, canzone però troppo invasa da sintetizzatori e tocchi di tastiera che soffocano le ribelli chitarre elettriche. L’ultima “Arc Of Lightning” è un mid-tempo che cattura l’irrequietezza e la carica del gruppo di tornare ad alti livelli esecutivi e creativi pigiando, nell’occasione, i piedi sull’acceleratore del tempo per recuperare un passato di buona visibilità.
A livello sonoro i Frontline sono coerentemente gli stessi mentre a livello di formazione spicca il grande lavoro della new entry Christian Mühlroth alla chitarra e alla limpidissima produzione. Riusciranno ad aprire un nuovo capitolo della loro carriera? Vedremo, intanto godiamoci questo buon disco che farà la gioia di chi ama il puro AOR degli anni ’80 e ’90.



