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Visti dal vivo, al Frontiers Rock Festival di quest’anno, destano una grande impressione per la potenza e la sicurezza mostrata sul palco, grazie anche a delle canzoni potenti e melodiche sciorinate in tutto lo show. Con il nuovo e quarto disco Metalmorphosis sono praticamente alla prove del nove, dato che sono considerati una delle più belle realtà di street metal europeo. Durante il loro ultimo concerto al Live Club di Trezzo sull’Adda (MI), il quartetto però vira su altre sonorità esplorando nuovi orizzonti.
In effetti, i Confess in modo disinvolto e con decisione sfornano un album variegato che abbraccia vari generi, abbandonando in parte quella rudezza e quella sfacciataggine tipiche del glam metal di matrice statunitense con i quali ci avevano abituato nei primi dischi. Fino allo scorso lavoro i Confess erano paragonati a formazioni come i Crazy Lixx, i Crashdiet e gli Hardcore Superstar, ma la produzione affidata a Erik Mårtensson (Eclipse, W.E.T.) incide enormemente su questo vistoso cambiamento, portando il sound della band a un livello completamente nuovo. L’iniziale “Colorvision” ha un approccio sleaze, ma anche delle venature metal che ne irrobustiscono il suono, grazie a potenti e intermittenti giri di chitarra. Il ritornello e i cori sono travolgenti, portando a cantare a squarciagola anche se nella parte centrale il pezzo ha un momento atmosferico di riflessione molto superfluo. Siamo di fronte a un vero e proprio assalto sonoro, sfacciato, audace e condito con il loro caratteristico ammiccamento svedese. Lo stesso si può dire per il corale glam metal di “The Warriors”, in cui la voce a cantilena di John Elliot (Crashdiet) segue la scia fumante e rabbiosa dei robusti riff chitarristici dei due chitarristi e di una battente sezione ritmica. Anche qui siamo nel campo sonoro nel quale li abbiamo conosciuti, ovvero stradaioli e cazzuti come lo erano i Motley Crue di un tempo. La melodiosa e ritmata “Wicked Temptation” mostra invece lo stato di grazia degli svedesi, che pigiano sull’acceleratore basandosi su armonici e sdolcinati arrangiamenti culminanti in un super orecchiabile ritornello.
La voce pulita e chiara di Elliot fa quasi impressione in un contesto in cui dei sottili campionatori seguono la scia di un refrain armonioso e spumeggiante che li avvicina molto ai connazionali Hardcore Superstar. Con la successiva titletrack i Confess svoltano completamente buttandosi su un classico heavy metal sfociante al power per via dell’uso di voluminosi e melodicissimi arazzi tastieristici superati nel finale dalla forza dirompente delle due chitarre gemelle che si fermano solo per creare un breve momento ambientale. In alcune note sembra di sentire addirittura il sound novantiano degli Iron Maiden e sinceramente la cosa lascia alquanto impreparati e sorpresi. Il lento acustico acustico “Beat Of My Heart” spezza l’assalto iniziale facendo tuffare l’ascoltatore in un mare di nostalgia e romanticismo. L’arpeggio acustico della chitarra si alterna ai sottili riff di chitarra elettrica sovrastati solo dalla passionale e profonda ugola del frontman scandinavo che in questa occasione si cimenta in una diversa e brillante interpretazione.
Lasciata questa parentesi di AOR i ragazzi alzano e rafforzano il loro suono con la roboante e a tratti prog “The Pursuit Of Jenny Haniver” in cui dominano i tantissimi cambi di tempo caratterizzati da intermittenti e taglienti riff chitarristici sfocianti in prolungati e potenti assoli. Qui c’è la prima incursione della band nel puro metal grazie alla bravura tecnica dei chitarristi Nordlander e Hakala che si scontrano con il soave ritornello e il refrain armonioso della composizione. In questa fase dell’opera siamo ormai lontani dal loro tipico street metal e ci addentriamo in un modo nuovo e in un certo senso in una specie di compilation che racchiude vari generi. Però il cambiamento non è totale in quanto i musicisti cercano di stare con due piedi in una scarpa, cioè il sound, in alcuni brani, si fa un po’ più duro ma mai troppo pesante rimanendo ancorato al loro sporco e trasgressivo sleaze rock che conosciamo e al quale aggiungono delle sfuriate metal che li rendono più cattivi e più pesanti del solito. Ne è un classico esempio la rockeggiante “The Other Side” che per la verità possiede anche un pizzico di pop alla Eclipse che in certo senso snatura proprio la band. Ci sono troppe tastiere e delle parti ambientali che risultano estranee al loro iniziale debutto facendo capire come le intenzioni degli scandinavi siano di ampliare il proprio bacino d’utenza grazie anche alla visibilità offerta dalla nostrana Frontiers.
Per fortuna la rapida e violenta “Running To My Death” inoltra in un puro e ribelle heavy metal che riporta il respiro e la potenza in seno alla band capace di districarsi anche in situazioni più estreme. Le telluriche chitarre decollano sostenute da una galoppante sezione ritmica capitanata dal distorto basso di Lucky. La voce di Elliot si adegua a questo intermittente vortice sonoro caratterizzato anche qui da improvvisi cambi di tempo che sfociano in prolungati e micidiali assoli chitarristici che non lasciano prigionieri. Credo che questo sia l’aspetto migliore del combo svedese capace sempre di inserire delle indovinate e trascinanti melodie, come nel caso della tirata e cadenzata “Plague Of Steel”, armoniosa, potente e veloce quanto basta per creare un caos sonoro ma sempre sfociante in un orecchiabilissimo e radiofonico ritornello.
La ciliegina sulla torta è poi la timbrica vocale di John sempre espressiva e determinata ma ora più versatile e camaleontica. L’ultima “Silvermalen”, è un granitico mid tempo, caratterizzato da un iniziale arpeggio chitarristico e da un coro alternato, che cresce secondo dopo secondo fino ad arrivare a un super melodico ritornello. Le ruvide chitarre elettriche sono al centro dell’attenzione così come le roche e arrabbiate corde vocali dell’ottimo cantante nordico. I sintetizzatori creano poi dei momenti ambientali che purtroppo interrompono, anche se per poco, la robustezza e la ferocia sonora delle due sei corde elettriche e di un basso e di una batteria completamente scatenati.
Se i Confess eliminassero tutte queste brevi e continue ambientazioni aumentando il ritmo farebbero un figurone perché unirebbero così la loro potenza e la loro sofisticatezza melodica. Con Metalmorphosis i vichinghi ritornano con una raccolta a corrente alternata che unisce un po’ di generi dimostrando che lo street metal è probabilmente troppo stretto per le loro aspirazioni. Siamo sicuramente di fronte ad un nuovo percorso sonoro in cui gli svedesi dovranno decidere cosa fare nel loro promettente futuro. La metamorfosi è appena cominciata.
La band descrive così Metalmorphosis: “Sono sicuramente le dieci canzoni meglio realizzate che abbiamo mai scritto, sia dal punto di vista musicale che dei testi. È ricco di riff potenti, ritornelli coinvolgenti e un livello di dinamica completamente nuovo. Ci siamo spinti oltre ogni limite e si vede davvero”.



