ANATHEMA – Judgement

Titolo: Judgement
Autore: Anathema
Nazione: Regno Unito
Genere: Progressive Rock
Anno: 1999
Etichetta: Music For Nations

Formazione:

Vincent Cavanagh – voce, chitarra
Danny Cavanagh – chitarra elettrica, chitarra acustica, tastiera, voce (traccia 7)
Dave Pybus – basso
John Douglas – batteria

Altri musicisti
Lee Douglas – voce femminile (tracce 7 e 9)
Dario Patti – pianoforte (traccia 12)


Tracce:

Deep – 4:53 (testo: Vincent Cavanagh – musica: Danny Cavanagh, Dave Pybus)
Pitiless – 3:11 (testo: Vincent Cavanagh, Dave Pybus, John Douglas – musica: Danny Cavanagh)
Forgotten Hopes – 3:50 (Danny Cavanagh)
Destiny Is Dead – 1:47 (musica: Danny Cavanagh, Dave Pybus)
Make It Right (F.F.S.) – 4:19 (John Douglas)
One Last Goodbye – 5:24 (Danny Cavanagh)
Parisienne Moonlight – 2:10 (Danny Cavanagh)
Judgement – 4:20 (testo: Vincent Cavanagh, Danny Cavanagh – musica: Danny Cavanagh, John Douglas)
Don’t Look Too Far – 4:57 (John Douglas)
Emotional Winter – 5:54 (testo: Vincent Cavanagh – musica: Danny Cavanagh)
Wings of God – 6:29 (John Douglas)
Anyone, Anywhere – 4:51 (testo: Dave Pybus – musica: Dave Pybus, Danny Cavanagh)
2000 & Gone – 4:51 (musica: Dave Pybus, Danny Cavanagh)


Voto del redattore HMW: 10/10

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27 anni fa, nel solstizio d’estate, usciva Judgement, degli Anathema. Ho visto diversi post su social e mi sono soffermato su quella di un ragazzo con cui spesso noto molti gusti in comune e delle analisi ineccepibili. In questo caso mi sono soffermato alla seguente affermazione Nell’universo musicale esistono opere alle quali basta un solo ascolto per poterle definire memorabili.

Ottima analisi, e in gran parte la condivido. C’è però un aspetto che vale la pena aggiungere, soprattutto quando si parla di un disco come questo, che oggi compie anni e continua a mantenere una sua aura particolare.

È vero: un primo ascolto è spesso sufficiente per capire “con cosa si ha a che fare”. Non nel senso di esaurire il disco, ma di coglierne subito la direzione emotiva, il linguaggio, la temperatura interiore. Judgement non è un album che nasconde la sua natura: si presenta con chiarezza, con una maturità espressiva già pienamente definita.

Eppure, secondo me sarebbe un errore fermarsi lì.

Perché questo è uno di quei dischi che non si esauriscono nell’impatto iniziale, ma che si rivelano per stratificazione. Ascolto dopo ascolto emergono dettagli che prima restavano sullo sfondo: sfumature armoniche, sospensioni emotive, passaggi dinamici che cambiano significato a seconda del momento in cui li si affronta.

Non è solo una questione di attenzione, ma di contesto personale. Judgement è un album che sembra riflettere chi lo ascolta. Lo stesso brano può suonare diverso a distanza di mesi, o in stagioni della vita completamente differenti. È un disco che non chiede solo di essere ascoltato, ma anche di essere attraversato. Io stesso lo ascoltai da adolescente, nella fase dei primi innamoramenti, poi ne colsi più significati reconditi e l’ho apprezzato in momenti di solitudine, di malinconia, ma anche di felicità. In stagioni diverse e non solo in autunno dove questo disco trova sicuramente più “facilità d’ascolto”. Mi ha accompagnato in fasi della vita dove sono riuscito a farlo ascoltare ad amici e persone a me molto vicine. Mi ha fatto da colonna sonora per la nascita di mia figlia e continua ad essere oggi un grande baluardo musicale a cui farò sempre riferimento.

Per questo credo che ridurlo a un’esperienza immediata sarebbe limitante. È piuttosto un lavoro che si sedimenta, che cresce insieme all’ascoltatore, e che si presta a essere riscoperto nel tempo.

E forse è proprio qui la sua natura più interessante: non è un album da “consumare” nel presente, ma da portare con sé. Un disco che può accompagnare anni diversi della stessa persona, assumendo significati sempre nuovi senza perdere coerenza.

In questo senso sì, ascoltarlo per la prima volta oggi può essere quasi un peccato — non perché gli manchi qualcosa nell’immediatezza, ma perché è un’esperienza che merita tempo davanti a sé. Con una sola eccezione: chi è ancora in una fase iniziale del proprio percorso d’ascolto, magari più giovane, ha davanti proprio il vantaggio più grande, cioè il tempo. Il lusso di poterlo incontrare più volte, in momenti diversi della propria crescita.

E forse è questo il vero valore di dischi come Judgement: non essere soltanto album ben scritti, ma diventare compagni discreti che cambiano significato mentre cambia chi li ascolta.

Solo una domanda ancora. Potrà comunque goderselo in pieno un adolescente di 15 anni pur con la vita di fronte, ma in un periodo non contemporaneo all’uscita di un disco del genere? Dovendosi confrontare con una certa discografia antecedente e postuma del gruppo, consapevole di non poterli (almeno per ora) vederli dal vivo e godere di certe vibrazioni solamente in dischi dal vivo ed esibizioni comunque molto valide?

Forse resterà un disco solo per noi dinosauri e magari pochi altri. Non raggiungerà mai le masse e non sarà un album di culto come alcune pietre miliari dei Pink Floyd, anche se per quanto mi riguarda non ha nulla da invidiare a lavori più famosi.

Judgement è così. Un disco che resta a tutti gli effetti molto personale per ciascuno di noi a cui è piaciuto davvero tanto, e forse, un po’… se lo sente proprio!

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