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Prelude To Madness Tour 2026
SAVATAGE + Orchestra
Anfiteatro Romano, Pompei (NA)
27 luglio 2026

Un concerto è sempre un’occasione per vedere e visitare posti nuovi ed è uno dei motivi per cui il turismo musicale è diventato così popolare negli ultimi tempi! Un live può trasformarsi nell’occasione perfetta per esplorare nuove città, scoprire culture locali o semplicemente godersi un viaggio “fuori porta” o distante dalla propria città. Se poi l’evento si tiene in un anfiteatro antico di origine romana e in una località ad alto valore storico/paesaggistico, come Pompei, allora la scoperta dell’ambiente circostante diventa parte integrante dell’esperienza stessa.
Approfittando di questo innesco perfetto intraprendo questo viaggio con la mia famiglia per partecipare di presenza ad uno show unico nella carriera degli americani Savatage allungando poi il soggiorno, di qualche giorno, in terra partenopea per gironzolare nei dintorni. Il 27 luglio la band statunitense si esibisce proprio nel più antico anfiteatro del mondo e quindi in una cornice unica nel suo genere insieme ad un’orchestra formata da ventotto elementi, ma questo giorno è anche quello che mi permette di incontrare due vecchi amici e colleghi di heavymetalwebzine, come Rig Ateboduus e Lele Triton, super esperti dei Savatage, ai quali, durante l’attesa, chiedo più informazioni possibili sulla serata in divenire. Praticamente i musicisti e i fan, provenienti da ogni parte del mondo, si danno appuntamento per il Prelude To Madness in un luogo che ha più di 2000 anni di storia sulle spalle e per uno spettacolo che non è assolutamente una normale data del tour; infatti non lo è per la particolarità del contesto e della scaletta prodotta che è registrata dal vivo per un futuro album e un prossimo DVD.




Il successo è poi garantito dal fatto che gli artisti, studiando un intero set con arrangiamenti orchestrali, si affidino all’esperienza accumulata negli ultimi anni con la Trans-Siberian Orchestra. Il chitarrista Al Pitrelli, direttore musicale della TSO è quindi una garanzia di bravura non solo con la teoria, ma anche con la pratica così come il fondatore Jon Oliva, cantante e mente dei Savatage che lo aiuta a mettere insieme questa interessantissima raccolta orchestrale. Confesso, fino a pochi minuti prima dell’inizio, di non sapere chi fossero gli orchestrali sul palco che si accomodano qualche minuto prima del quintetto a stelle strisce. Lo scopro grazie ad Andrea, mio vicino di posto e chitarrista che in poco tempo mi dice di aver collaborato al progetto Hollymood del maestro Vincenzo Sorrentino suonando quindi per lui insieme a questi ottimi musicisti. All’imbrunire con le luci soffuse, per la cronaca viene utilizzata la stessa troupe luci e video dei Marillion della sera prima, proprio l’Orchestra Elettro Sinfonica del maestro Sorrentino, di cui mi parla entusiasta questo nuovissimo amico, apre le danze con l’inquietante e drammatica “Overture”, brano strumentale che non viene eseguito dal vivo dal lontanissimo 1996.
La band dei fratelli Oliva, il compianto Criss e l’ormai assente di lunga data Jon che per motivi di salute è ormai da tempo relegato a casa, entra in scena con forza e rabbia dopo il successivo accenno strumentale di “Morphin Child” e precisamente con il cavallo di battaglia intitolato “Dead Winter Dead”. La set list è lunga ed è costruita per far piacere non solo ai propri ammiratori ma soprattutto è messa in piedi per presentare il loro vasto repertorio e non solo i soliti pezzi da novanta. La ciliegina sulla torta è quella di integrare i violini, i violoncelli, le trombe, i contrabbassi e le percussioni al sound della formazione fatto di un heavy metal intriso di power e di elementi operistici. Non tutto convince appieno perché qualche arrangiamento sembra frenato da alcune piccole sbavature e dalla presenza di tanti strumenti orchestrali che per forza di cose vengono in alcune parti sovrastati dalle chitarre elettriche e dalla sezione ritmica del combo nordamericano. Piccolezze causate dal pochissimo tempo avuto di provare insieme, infatti il soundcheck si protrae fino alle 19:00 quando i cancelli stanno per aprirsi al pubblico, dato che l’orchestra arriva solo verso le 17 :00 per provare solo il brano “The Hourglass” per intero e poi alcuni attacchi.
Il risultato complessivo è comunque buono e lo si sente soprattutto nel proseguo della cadenzata e melodica “Jesus Saves” e nella maestosa “The Wake Of Magellan” che trasformano in poco tempo la platea in una bolgia. La gente si trattiene nello stare seduta e nonostante l’adrenalina e l’energia sviluppata da queste coinvolgenti canzoni, si limita ad urlare e inneggiare la formazione cantando anche a memoria tutte le strofe dei loro brani. Le dimensioni e l’acustica dell’anfiteatro permettono ai passaggi più drammatici e orchestrali di esprimersi appieno, e il pubblico risponde sempre alle sollecitazioni verbali e gestuali dell’ottimo cantante Zac Stevens che stasera sembra essere in uno stato di grazia sotto la predominante luna piena di Pompei indicata esplicitamente dal singer americano. Mentre assistiamo impietriti e felici all’esibizione della coinvolgente “Miles Away” e della graffiante “Sirens” rifletto sul fatto che se oggi i Savatage sono tornati alla grande dopo anni di silenzio è indirettamente grazie ad un uomo che vede bene nel futuro del gruppo dei fratelli Oliva sin dagli esordi. Si tratta del compianto produttore e musicista Paul O’Neill, all’inizio molto criticato dallo zoccolo duro dei fan, la cui idea è quella di far scontrare le canzoni metal con quelle classiche apparentemente distanti anni luce le une dalle altre creando così il progetto parallelo della Trans-Siberian Orchestra che fonde musica classica, progressive rock e spettacoli pirotecnici. In particolare, brani, come “Chance” e “Gutter Ballet”, che sembrano essere stati composti proprio per un’occasione del genere, acquistano stasera un peso notevole grazie alla presenza orchestrale ma anche per merito di due bravi tastieristi e coristi, come Paulo Cuevas e Shawn McNair ai quali è dato l’ingrato compito di sostituire un certo Jon Oliva per intenderci. Il contrasto tra il nucleo metal della band e la tessitura sinfonica è l’elemento distintivo della serata ed è la conferma che Paul ci vedeva bene. Peccato non abbia potuto assistere di presenza a questa incredibile serata napoletana ma chissà forse da lassù ci guardava sorridendo e benedicendo i suoi magnifici ragazzi.
Tornando a noi, lo spettacolo fila liscio come l’olio sotto gli applausi scroscianti degli estasiati fan, che applaudano durante e alla fine dei brani cantando e gustandosi ogni istante dell’evento. Il gruppo statunitense è affiatatissimo, con il virtuoso e istintivo Chris Caffery e il tecnico e disciplinato Al Pitrelli che duettano tra loro scambiandosi riff e assoli chitarristici muovendosi in continuazione sul palco tra le potenti e precise linee di basso di Johnny Lee Middlenton e il tambureggiante tocco della possente batteria dell’esperto Jeff Plate. La robusta e armoniosa “Another Way”, che vede in primo piano l’impeccabile e arrabbiata ugola del frontman e’ probabilmente una delle parti più dure, insieme alla tirata e poco famosa “Unusual”, della prima parte dell’avvenimento. Difatti i ragazzi dopo aver regalato al pubblico in sala perle, come la melodiosa e commovente “This Is The Time”, l’emozionante e impetuosa “The Storm” e la suggestiva “Christmas Eve (Sarajevo 12/24)”, eseguita in modo perfetto da Chris e Al, ci catapultano in sonorità più dure e heavy facendo impazzire i presenti che ormai cominciano a stare in piedi ad osannare i propri beniamini. Nel mezzo di quest’ultima e travolgente scaletta abbiamo delle favolose chicche: una breve versione dell’Adagio in G Minor di Tomaso Albinoni & Remo Giazotto adattata per l’occasione ed eseguita solo da Johnny alle quattro corde insieme ai preparatissimi e magnifici strumentisti italiani e poi l’interpretazione da brividi di Zac nell’emozionante “Not What You See” eseguita divinamente dal cantante con la sola orchestra.
Da qui in poi il vocalist sembra perdere qualche colpo e la timbrica si abbassa quasi in modo impercettibile probabilmente per via del forte caldo e dello sforzo vocale causato da questa lunghissima performance che lascia poco spazio al riposo della sua possente ugola. I punti più alti e indimenticabili dell’esibizione si raggiungono nella sentimentale “Believe”, dove al centro del palcoscenico, illuminato da un fascio di luce, viene lasciato un microfono alla cui asta sono attorcigliate delle rose rosse. In questa occasione Zac e i suoi compagni si mettono da parte per udire la voce registrata di Jon Oliva detto: The Mountain King, che canta la prima strofa emozionando e commuovendo l’intera arena. Giusto riconoscimento al fondatore e alla mente del gruppo che cusodisce la promessa di continuare nell’avventura Savatage anche da solo se fosse successo qualcosa al compianto Criss. Jon mantiene il patto dopo la prematura scomparsa dell’amato fratello, avvenuta dopo il successo di Edge Of Thorns del 1993, perseverando nel progetto con rinnovato slancio anche se con alti e bassi che in certi casi fanno temere, soprattutto negli ultimi anni, ad uno scioglimento dei Savatage. Solo l’anno scorso, dopo l’ultima ed elettrizzante esibizione al festival Wacken Open Air in Germania nel 2015, con l’avvio del tour Madness Reigns Europe si percepisce che siamo di fronte ad un grande ritorno e pronti a riscoprire la grande potenza della band che adesso deve sfociare in un nuovo e prossimo album in studio, dopo venticinque anni dalla pubblicazione dell’ultimo disco Poets And Madmen. Dalla struggente bellezza della malinconica “Believe” si passa poi ad un finale di puro metallo con la fragorosa “Edge Of Thorns” per poi proseguire con un super e adrenalinico elenco di brani. Prima del momento dedicato a Jon rispolverano persino la ritmata ed epica “Handful Of Rain”, che colpisce profondamente per il tema che tratta in un luogo come questo. Questa manciata di note o di pioggia (fate voi) che cade sull’anfiteatro, con incisive e ipnotizzanti partiture elettriche e classiche, ricorda come sia sempre importante aggrapparsi ad un segno di conforto dopo che si è perso qualcosa in se stessi o qualche familiare e amico. I Nordamericani continuano a farlo suonando e seguendo sempre le orme di Criss e di un destino beffardo che purtroppo non li porta ad un successo maggiore e meritato di quello ottenuto fino ad oggi.
Siamo alle battute finali e pezzi come “Temptation Revelation”, “Power Of The Night” e “Hall Of The Mountain King” sono la miccia che fa scoppiare di gioia la location. In verità lo scoppio comincia con l’orchestrale “Gutter Ballet” e la gente stanca di rimanere prima seduta e poi in piedi davanti al proprio posto si proietta in modo dirompente sotto il palco ad ammirare e salutare i propri idoli da vicino. Anche io non riesco a fermarmi e abbandonato sul posto il carissimo Andrea di cui perdo le tracce a fino evento, mi lancio tra la folla per raggiungere una posizione migliore e scattare alcune foto. Le sedie delle prime file spariscono accatastate l’una sopra all’altra e si forma un grande PIT in cui gli spettatori della vecchia guardia come me cantano ormai a squarciagola ogni parola, mimano pure di suonare la chitarra elettrica e saltano alzando le corna in aria. Tanto è il clamore che l’orchestra a stento riesce a stare dietro ai cinque indemoniati Savatage ancora rinvigoriti nelle forze da tanto calore e clamore. Sì, questo è il vero “heavy metal”, è questa è anche una delle grandi musiche degli ultimi tempi nonostante in Italia sia sempre bistrattata. Non me ne voglia il bravissimo maestro Sorrentino ma, con queste ultime tracce, i suoni primordiali della band americana infiammano i cuori degli storici e dei nuovi sostenitori facendoci dimenticare per un’istante la presenza dell’orchestra campana. Non avendo mai visto i Savatage dal vivo prima d’ora, rimango davvero impressionato dalla precisione del gruppo e dall’entusiasmo di un pubblico che ormai sembra un fiume in piena senza argini. Il saluto dell’instancabile e coinvolgente Zac, quello delle due bocche di fuoco Chris e Al, dell’inossidabile Jeff e del precisissimo Johnny fanno scattare un poderoso applauso che abbraccia anche e meritatamente tutti gli orchestrali ed in particolare il soddisfatto e contento Vincenzo Sorrentino che mostra orgogliosamente al pubblico lo spartito che lui e i suoi musicisti hanno studiato devotamente in questi mesi.
Nel 79 d.c. Pompei è ricoperta dall’eruzione del Vesuvio, anzi per esattezza dal Monte Somma sotto una coltre di ceneri e lapilli alta circa sei metri, causando purtroppo la morte di migliaia di persone. Oggi i Savatage riabbelliscono questo magnifico sito di sublimi note e di superlative armonie musicali capaci ancora una volta di unire persone provenienti da tanti posti e accomunate da un sincero amore verso gli statunitensi, da un enorme affetto nei riguardi dell’heavy metal e perché no anche da un grande rispetto per la musica classica dimostrando ancora una volta di non avere pregiudizi di alcun tipo.
Scaletta
01. Overture
02. Morphine Child (intro strumentale)
03. Dead Winter Dead
04. Jesus Saves
05. The Wake Of Magellan
06. Miles Away
07. Sirens
08. Another Way
09. This Is the Time (1990)
10. Unusual
11. Chance
12. Adagio in G Minor (Tomaso Albinoni & Remo Giazotto cover – estratto eseguito da Johnny Lee Middleton con orchestra)
13. The Storm
14. Christmas Eve (Sarajevo 12/24)
15. Not What You See (eseguita da Zak Stevens con la sola orchestra)
16. Handful Of Rain
17. Lights Out
18. Tonight He Grins Again
19. The Hourglass
20. Believe
21. Gutter Ballet
22. Edge Of Thorns
Encore
23. Temptation Revelation
24. Power Of The Night
25. Hall Of The Mountain King
Formazione
Zak Stevens – Voce
Chris Caffery – Chitarra
Al Pitrelli – Chitarra
Johnny Lee Middleton – Basso
Jeff Plate – Batteria
Paulo Cuevas – Tastiera e cori
Shawn McNair – Tastiera e cori































