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Ci sono gruppi che cambiano per inseguire le mode e quelli che cambiano semplicemente perché non conoscono altro modo di fare musica. Da oltre trentacinque anni i Sigh appartengono senza dubbio alla seconda categoria. Partiti dagli estremi del black metal dei primi anni Novanta, i giapponesi guidati da Mirai Kawashima hanno costruito una discografia impossibile da rinchiudere in un’unica definizione, intrecciando jazz, musica classica, psichedelia, progressive e tradizione nipponica senza mai perdere la propria identità.
Con il nuovo album Goh-Ka, ispirato ai dipinti buddhisti Kusōzu e al tema dell’impermanenza, i Sigh aggiungono un nuovo tassello a un percorso artistico che continua a sfidare qualsiasi classificazione. Eppure, parlando con Mirai, emerge una visione sorprendentemente diversa da quella che molti attribuiscono alla formazione nipponica: nessuna ricerca dell’avanguardia a tutti i costi, nessuna volontà di stupire per il gusto di farlo, ma soltanto il desiderio di realizzare, ogni volta, un disco migliore del precedente.
Abbiamo parlato con lui del significato di Goh-Ka, del rapporto tra caos e controllo nella composizione, delle collaborazioni con Mikael Åkerfeldt, Frédéric Leclercq e Mike Heller, del black metal come linguaggio ancora aperto alla sperimentazione e di cosa significhi, oggi, continuare a creare musica dopo oltre tre decenni senza aver mai smesso di seguire esclusivamente il proprio istinto.
E’ un vero piacere poter avere l’opportunità di questa chiacchierata e partirei subito con le mie curiosità. I primi album dei Sigh erano molto più radicati nel black metal, mentre i dischi successivi sono diventati sempre più sperimentali. Guardando indietro dopo oltre trentacinque anni, senti che questa evoluzione sia avvenuta in modo naturale oppure è stata una scelta consapevole per evitare di ripetervi?
Mirai: Ogni volta che realizzo un album voglio sempre fare qualcosa che superi i lavori precedenti. È un concetto un po’ diverso dal semplice evitare di ripeterci. Se penso di poter realizzare un disco migliore mantenendo la stessa direzione del precedente, lo faccio senza problemi. Direi quindi che è stato qualcosa a metà tra una scelta consapevole e un’evoluzione naturale.
Quando scoprii i Sigh attraverso Imaginary Sonicscape, ciò che mi colpì fu quanto fosse impossibile incasellare la vostra musica in un genere preciso. Mentre scrivevi quell’album avevi già la sensazione che sarebbe diventato una pietra miliare della vostra carriera?
Mirai: In realtà, anche quando uscì il disco, le reazioni furono molto contrastanti. Alcuni lo adoravano, altri lo detestavano profondamente. Per questo non l’ho mai considerato il nostro album simbolo, nemmeno subito dopo la pubblicazione. A dire il vero non so nemmeno quando abbia iniziato a essere visto come uno dei nostri lavori migliori.
Avete sempre mescolato il black metal con jazz, musica classica, psichedelia e influenze della tradizione giapponese. C’è mai stata un’idea che persino tu abbia pensato fosse “troppo folle” per un album dei Sigh?
Mirai: Ho scartato tantissime canzoni e altrettante idee. L’unica cosa di cui mi fido davvero sono le mie orecchie. Quando mi viene in mente qualcosa, preparo un demo e continuo ad ascoltarlo per capire se tutto scorre nel modo giusto. Se non funziona, lo butto via. Quindi non serve che un’idea sia “troppo folle” per essere scartata: basta che non abbia il giusto equilibrio.
Pensi che il pubblico metal di oggi abbia una mentalità più aperta rispetto agli anni Novanta oppure incontri ancora resistenze da parte di chi si aspetta che i Sigh rientrino in un genere ben preciso?
Mirai: Assolutamente sì, oggi le persone hanno una mentalità molto più aperta. Quando fondai i Sigh, nei primi anni Novanta, c’erano persino degli idioti che venivano a dirmi: “Non dovresti usare le tastiere nel metal estremo!”, come se fosse un consiglio.
Molti musicisti descrivono la composizione come la soluzione di un puzzle. La vostra musica, invece, sembra più la costruzione di un labirinto. Come capisci quando un brano è davvero finito?
Mirai: Ancora una volta, mi affido completamente alle mie orecchie. Ascolto i miei lavori un numero infinito di volte. Mi è abbastanza facile capire se una canzone ha bisogno di altro oppure se, al contrario, alcune parti vanno eliminate. Naturalmente non esiste una risposta universalmente giusta, ma è quella giusta per me. Per Goh-ka, inizialmente avevo in mente di scrivere un unico brano epico di trenta minuti. Quando però arrivò a dieci minuti, mi fu subito chiaro che era completo. Aggiungere altro avrebbe solo rovinato il pezzo. Per questo ho preferito scrivere quattro brani ispirati al Kusō-shi invece di un’unica composizione di mezz’ora.
Goh-Ka esplora temi buddhisti e i dipinti Kusōzu, che raffigurano la decomposizione del corpo umano. Cosa ti ha affascinato di più di questo argomento? Il significato filosofico, l’immaginario visivo o qualcos’altro?
Mirai: Questo è il cuore stesso del Buddhismo: nulla dura per sempre. Mostra il semplice fatto che anche la persona più bella finirà inevitabilmente per decomporsi, e questo insegna che non bisogna aggrapparsi troppo alla propria vita, perché prima o poi finirà. Da giapponese è un concetto in cui mi riconosco profondamente, anche se ho una paura enorme della morte.
Pur affrontando temi come la morte e l’impermanenza, Goh-Ka non trasmette mai un senso di depressione. Era importante per te affrontare questi argomenti con curiosità piuttosto che con disperazione?
Mirai: Non so come il disco venga percepito dagli ascoltatori, ma personalmente credo che sia molto più basato sulla disperazione che sulla curiosità.
Nel corso degli anni hai collaborato con molti musicisti straordinari. Cosa c’era nella personalità musicale di Mikael Åkerfeldt che lo rendeva la scelta perfetta per “Unputenpu”?
Mirai: Mentre pensavo all’assolo di Unputenpu, mi capitò di sentire Mikael e mi venne subito l’idea di chiedergli di partecipare. È successo tutto in modo molto naturale. È stato così gentile da accettare e ha fatto esattamente quello che speravo. Il suo assolo era proprio ciò che volevo per quella canzone.
Frédéric Leclercq e Mike Heller provengono da percorsi musicali molto diversi. Quando inviti musicisti come loro in studio, cerchi soprattutto l’eccellenza tecnica oppure una prospettiva musicale differente?
Mirai: Entrambe le cose, senza dubbio. Il nostro precedente chitarrista era molto veloce, ma non era davvero un musicista. Le sue dita correvano sulla tastiera, tutto qui. La sola tecnica non basta. Fred e Mike hanno una tecnica eccezionale, ma allo stesso tempo sono grandi musicisti. Capiscono perfettamente ciò che voglio ottenere e lavorare con loro è semplicissimo. Inoltre portano anche le loro idee, contribuendo ad arricchire ulteriormente la musica.
I Sigh non hanno mai seguito le mode eppure oggi molte band metal moderne sembrano aver fatto proprie idee che voi esplorate da decenni. Hai mai avuto la sensazione di essere stato in anticipo sui tempi?
Mirai: Non ci ho mai pensato davvero. Però ho l’impressione che oggi abbiamo il seguito migliore di tutta la nostra carriera lunga oltre trentacinque anni. Non so se questo significhi che fossimo in anticipo sui tempi.
In alcune interviste passate hai detto di non considerare i Sigh un gruppo avantgarde, bensì piuttosto conservatore. Hai spesso citato gruppi come Venom e Celtic Frost tra le tue principali influenze. Cosa ti porta a vedere i Sigh come conservatori e perché, secondo te, così tanti ascoltatori percepiscono invece la vostra musica come qualcosa di innovativo e molto distante dal metal tradizionale?
Mirai: Nel contesto del metal quello che facciamo può sembrare diverso, ma se guardiamo alla musica rock nel suo insieme non c’è nulla di realmente nuovo. Molte delle nostre idee arrivano dal rock della fine degli anni Sessanta, cioè da oltre cinquant’anni fa. Già allora si sperimentava con sitar, musica classica, free jazz e ogni genere di contaminazione. Come può una band ispirata a idee vecchie di cinquant’anni essere davvero d’avanguardia? Anche Goh-ka, per esempio, trae le sue principali ispirazioni da gruppi classici come Celtic Frost, Voivod e Black Sabbath.
Dopo oltre trentacinque anni, cosa ti entusiasma ancora del realizzare un album dei Sigh? Cosa mantiene viva la tua ispirazione?
Mirai: Ci sono tre elementi. Il primo è la convinzione di poter creare un album migliore dei precedenti. Se non avessi questa fiducia, non vedrei alcun motivo per pubblicare un nuovo disco. Il secondo è sapere che ci sono dei fan che aspettano un nuovo album. Anche se fossi convinto della qualità della musica, non avrei voglia di registrarla se nessuno fosse interessato ad ascoltarla. Il terzo è poter contare su una buona etichetta. Sono troppo pigro per pubblicare un album da solo. Fortunatamente la Peaceville ci supporta davvero molto bene.
Dopo aver trascorso così tanto tempo a riflettere sull’impermanenza e sulla morte durante la scrittura di questo album, questa esperienza ha cambiato in qualche modo il tuo modo di guardare alla vita?
Mirai: Purtroppo no. Il fatto crudele che un giorno dovrò morire non cambierà, qualunque cosa io faccia. Vorrei trovare la pace, ma non vedo alcun modo per riuscirci.
Al primo ascolto la musica dei Sigh può sembrare caotica, ma più la si approfondisce e più rivela una struttura estremamente curata. Quanto è importante, in fase di composizione, l’equilibrio tra confusione e controllo?
Mirai: Naturalmente deve essere un caos controllato. Creare semplice caos è facilissimo, ma non vedo alcun senso nel farlo con i Sigh. Per questo mi affido alle mie orecchie. Devo trovare il miglior equilibrio possibile ascoltando i brani più e più volte.
Consideri ancora i Sigh un gruppo black metal oppure il black metal è semplicemente diventato uno dei tanti colori della vostra tavolozza musicale?
Mirai: Se proprio dovessi dare un’etichetta alla musica dei Sigh, direi proprio black metal. È un genere che accoglie praticamente qualsiasi cosa: ci puoi fare davvero di tutto. Sia i Blasphemy sia gli Alcest possono essere definiti gruppi black metal, pur essendo agli antipodi dal punto di vista musicale. In questo senso definire la nostra musica black metal è sicuramente più appropriato che chiamarla death metal o thrash metal.




