Milagre Metaleiro Open Air – 21-23/08/2026 – Pindelo dos Milagres (Portogallo)


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Milagre Metaleiro Open Air 2026
Pindelo dos Milagres (são Pedro do Sul – Portogallo)
21-23 agosto 2026

Dal 21 al 23 agosto 2026 il Milagre Metaleiro Open Air è tornato ad animare Pindelo dos Milagres (são Pedro do Sul – Portogallo) con tre giorni di musica, amicizia e passione metal.

Prima di iniziare il racconto di questa nuova edizione desidero rivolgere un sincero ringraziamento a Carlos Guimarães, responsabile delle relazioni con la stampa e della comunicazione del Milagre Metaleiro Open Air, per la disponibilità, la professionalità e il supporto fornito ai media presenti durante tutta la manifestazione.

Da oltre 25 anni, quando scrivo il report di un festival cerco di trasmettere quello che ho vissuto, e dare il mio punto di vista sulle band, conosciute o meno, e non tanto riportare titoli di canzoni o scalette (esistono siti con questo proposito). Buona lettura.

Una nuova location

Dopo molte edizioni presso la caserma dei pompieri e le ultime nella zona industriale, la edizione del 2026 vede la nuova location fuori dal paese: dimensioni più contenute (tornando alle origini), ma stesso spirito. Anzi, forse ancora di più.

L’edizione 2026 del Milagre Metaleiro ha scelto di puntare su una formula più raccolta, con un solo palco e un’area studiata per semplificare gli spostamenti tra festival e campeggio. Una decisione che alla prova dei fatti si è rivelata vincente: meno corse, meno sovrapposizioni e più tempo per godersi concerti e atmosfera. Quella che non cambia è la cura dei dettagli, il saper correggere le cose in corsa, e la passione dei volontari che continuano a rendere speciale questo appuntamento.

C’è però un altro aspetto che continua a rendere speciale il Milagre Metaleiro e che va ben oltre le band presenti sul cartellone. Nel corso degli anni questo festival è diventato anche un luogo di ritrovo per amici provenienti da varie parti della Penisola Iberica. Nel mio caso, dal 2018 si è formato un piccolo gruppo di persone, soprattutto dalla Galizia, ma non solo, con cui ci si ritrova ogni agosto. Oltre ai concerti si pranza insieme, ci si aiuta a montare le tende, si condividono fiumi di birre e liquori, e inevitabili imprevisti da campeggio. È uno spirito comunitario che rappresenta una parte fondamentale dell’identità del festival. Qui non ci si sente semplicemente spettatori: dopo pochi giorni si ha la sensazione di far parte di una piccola famiglia metaleira.

Giorno 1

Ad aprire le danze sono stati i portoghesi Gnosis, formazione nata tra Lisbona e Setúbal nel 2017 e autrice di una particolare miscela di black metal e influenze moderne provenienti dal metalcore. La componente scenica della band è stata inevitabilmente penalizzata dalla luce del pomeriggio, ma il gruppo ha comunque lasciato ottime impressioni. I suoni non erano ancora perfettamente rodati, come spesso accade alla prima band della giornata, però i momenti più melodici hanno mostrato interessanti sfumature. Promossi a pieni voti, anche se rimane la curiosità di approfondirli su disco per cogliere meglio tutti i dettagli della loro proposta.

Si prosegue con gli spagnoli Death & Legacy, provenienti da Zamora e dediti a un melodic death metal moderno e dinamico. Nonostante alcuni problemi tecnici iniziali, la band riesce rapidamente a prendere in mano la situazione grazie soprattutto alla presenza scenica della cantante. Molto efficaci anche i growl di supporto e le linee vocali pulite (principalmente) del bassista, che aggiungono varietà a una proposta già convincente. Forse una batteria ancora più devastante potrebbe dare ulteriore impatto al risultato finale, ma la sensazione è di trovarsi davanti a una delle prime vere sorprese del festival. Una band da seguire con attenzione.

È poi il momento di rivedere i Gwydion, autentica istituzione del metal portoghese. Folk metal dalle forti influenze celtiche, medievali e vichinghe, rappresentano ormai una presenza quasi fissa e sempre graditissima al Milagre Metaleiro. Il concerto assume inevitabilmente anche una dimensione emotiva particolare nel ricordo di Daniel César, tastierista fondatore scomparso improvvisamente nel maggio 2025. Il pubblico accompagna la band con partecipazione e affetto, rendendo alcuni momenti davvero toccanti. Se l’accoglienza ricevuta dai grandi nomi internazionali era quella riservata a una leggenda della scena metal, quella dei Gwydion aveva piuttosto il sapore dell’abbraccio riservato a una band di casa. Proprio per questo i momenti dedicati a Daniel sono risultati ancora più sentiti. Musicalmente il gruppo continua a fare ciò che gli riesce meglio: coinvolgere. I suoni sono buoni, le canzoni funzionano e l’atmosfera si alleggerisce dopo l’impatto delle prime due esibizioni più estreme.

Per riconquistare le transenne arriva poi una delle band che aspettavo maggiormente: gli svedesi Enforcer, alfieri dell’heavy/speed metal più classico e fieramente anni Ottanta. Un’esplosione di energia, melodie e attitudine che riporta direttamente ai giorni d’oro della NWOBHM. Il pubblico risponde alla grande, il classico botta e risposta tra cantante e platea funziona alla perfezione e il gruppo dimostra ancora una volta come il metal tradizionale, quando suonato con questa convinzione, rimanga irresistibile.

Con i The Haunted si torna immediatamente a livelli di aggressività ben diversi. Era una di quelle band che per una ragione o per l’altra ero sempre riuscito a perdere dal vivo fin dagli inizi degli anni Duemila. Finalmente arriva il momento giusto, anche se una coda interminabile ai controlli mi costa i primi brani. Poco male: una volta dentro trovo una macchina perfettamente oliata. Non è una band che ho seguito assiduamente nel corso degli anni, al di là della curiosità suscitata dai primi lavori, ma l’impatto dal vivo è devastante. Ottimi suoni, presenza scenica notevole e le immancabili fiamme sul palco a riscaldare una serata decisamente fresca. La precisione chirurgica dei riff e la solidità della sezione ritmica dimostrano come il gruppo svedese continui a essere un punto di riferimento per chi ama le sonorità più aggressive della scena thrash e death moderna.

E poi arriva un’altra categoria. I Paradise Lost.

Per me rappresentavano uno dei momenti più attesi dell’intero festival. Il mio rapporto con la band nasce nella metà degli anni Novanta, si interrompe nel nuovo millennio e riprende nel 2009 quando ci condivido un viaggio da un festival ad un aeroporto in Spagna, quando ero in tour coi JOP. Dal 2015 in poi è stato un autentico ritorno di fiamma, quasi un viaggio spirituale che mi ha portato a riscoprire e ad apprezzare ancora di più una formazione che ha segnato profondamente il mio percorso musicale. Devo dire che “Last Time” continua a emozionarmi come oltre trent’anni fa.

Vederli ancora una volta dal vivo è stato qualcosa di speciale. Monumentali, intensi e capaci come pochi di alternare peso emotivo e pesantezza sonora, hanno offerto una prestazione all’altezza della loro leggenda. Divertente anche il siparietto di Nick Holmes, apparentemente stupito di trovarsi per la prima volta nella sua carriera a suonare davanti a un castello gonfiabile. Probabilmente soltanto il Milagre Metaleiro riesce a regalare situazioni del genere.

Agli Ethereal spetta infine il compito di chiudere la prima giornata davanti a un numero di spettatori ancora sorprendentemente buono considerata l’ora. La loro proposta atmosferica, basata sull’alternanza tra voce pulita, growl e interventi femminili, crea momenti molto suggestivi. Le parti maschili funzionano particolarmente bene, mentre quelle femminili mi hanno convinto meno dal vivo. Nel complesso però la band riesce a costruire atmosfere affascinanti e rappresenta una conclusione appropriata a una prima giornata di alto livello.

Giorno 2

La seconda giornata si apre nel segno della violenza con i giovani portoghesi Warout, interpreti di un thrash metal aggressivo e senza fronzoli. Davanti a un pubblico ancora non numerosissimo, la risposta è comunque positiva. Il set è energico, intenso e della durata perfetta per lasciare il segno. Più che la qualità della prestazione in sé, a colpire è stata la gioia evidente con cui i musicisti hanno affrontato il concerto: vedere una band divertirsi così tanto su un palco è spesso contagioso e infatti il pubblico ha risposto con entusiasmo crescente.

La dose di aggressività prosegue con i portoghesi Dallian, autori di una interessante proposta che mescola progressive e symphonic death metal. Il trio propone una musica complessa e stratificata, nella quale l’assenza del bassista viene compensata dall’utilizzo di basi contenenti basso, tastiere e altre sovraincisioni necessarie a riprodurre fedelmente il materiale in studio. Purtroppo i suoni non sempre li aiutano, con una batteria particolarmente invadente che in alcuni momenti tende a coprire parte delle altre sfumature.
Ed è un peccato, perché sono convinto che la musica dei Dallian necessiti di una resa sonora impeccabile per esprimersi al meglio. A livello atmosferico mi hanno ricordato alcuni elementi dei Devil Dolls, la particolarissima creatura artistica ideata da Mr. Doctor tra Italia e Slovenia, trasportata però in un contesto molto più estremo e violento. Una proposta non immediata ma sicuramente intrigante e meritevole di ulteriori approfondimenti.

Cambio netto di coordinate con i tedeschi Serious Black, già protagonisti al festival in passato e fedeli interpreti del power metal europeo. Il genere non rientra tra i miei preferiti, ma bisogna riconoscere che una dose ben calibrata di power metal può essere tremendamente divertente. Alcune basi preregistrate, necessarie per cori, tastiere e basso, risultano inevitabilmente evidenti. L’assenza del bassista Marius Danielsen per motivi di salute avrebbe potuto rappresentare un problema importante, ma la band riesce comunque a gestire la situazione con professionalità. La sorpresa arriva quando il musicista sale sul palco per gli ultimi tre brani, accolto con grande calore dal pubblico. Pur trattandosi sostanzialmente di una partecipazione simbolica, supportata dal playback delle parti di basso, il momento assume un forte valore emotivo. L’augurio è naturalmente quello di rivederlo presto completamente ristabilito. In circostanze simili molte band avrebbero faticato a portare a casa il risultato.

Per me arriva poi uno degli appuntamenti più attesi: i Crematory. Non li vedevo dal vivo da quasi trent’anni, dai tempi in cui aprirono per i Savatage al Rainbow di Milano. I veterani tedeschi del gothic metal regalano un concerto davvero convincente, confermando tutto ciò che li ha resi speciali nel corso della loro lunga carriera. Potenza, melodia, elettronica, parti atmosferiche e un pubblico decisamente coinvolto. Una band che probabilmente avrebbe meritato una considerazione ancora maggiore, ma che ho ritrovato con enorme piacere. Non nascondo l’emozione nel risentire “Tears of Time” dal vivo.

I successivi Saurom, band ormai molto conosciuta sia in Spagna sia in buona parte del Sud America, rappresentano invece una delle mie grandi scoperte del festival. Il loro folk metal cantato in spagnolo unisce epicità, tradizione e una capacità melodica fuori dal comune. Dopo qualche regolazione iniziale dei suoni, il concerto decolla completamente. Violino, gaita e flauti si intrecciano con canzoni talmente coinvolgenti da rendere impossibile restare fermi. Tra danze, cori e ritornelli irresistibili, trasformano il festival in una gigantesca festa collettiva. Da perfetto sconosciuto per il sottoscritto, il gruppo spagnolo si è trasformato in una piacevole scoperta.

Con i Destruction arriva quella che possiamo tranquillamente definire l’apoteosi della “viulenzaaaaa”. Il quartetto tedesco guidato da Schmier offre una prestazione solidissima, professionale e devastante: il cuore dello show rimane una raffica quasi ininterrotta di riff taglienti, velocità e aggressività. Poco meno di ottanta minuti di puro thrash metal europeo eseguito con autorità assoluta. Che badilata!

A chiudere la giornata sono gli Erzsébet, che rispetto allo slot pomeridiano di qualche anno fa beneficiano questa volta di un orario notturno decisamente più adatto alla loro proposta. Il loro black metal teatrale e fortemente atmosferico guadagna molto dall’oscurità. È una band che, pur senza pubblicazioni recentissime, possiede tutte le caratteristiche per crescere ulteriormente. Atmosfera, presenza scenica e un buon equilibrio tra componente sinfonica e aggressività diretta. Personalmente me li sono goduti parecchio.

Giorno 3

L’ultima giornata si apre sotto un cielo plumbeo con i portoghesi Capela Mortuária. Le previsioni annunciano pioggia per il pomeriggio e in molti sono ancora impegnati a sistemare tende e bagagli, ma la band riesce comunque a catturare l’attenzione dei presenti. Death metal diretto, energico e suonato con evidente entusiasmo. Alla fine raccolgono un pubblico più numeroso del previsto e si rivelano una delle sorprese della giornata.

Con gli spagnoli Sovengar arriva il folk/viking metal. Le prime gocce di pioggia allontanano parte delle persone, che però lentamente tornano attirate dalle melodie e dall’energia della band. Le chitarre faticano inizialmente a emergere nel mix, ma il concerto cresce progressivamente. Molto divertente la presenza dei vari personaggi che popolano il palco, tra draghi, goblin e figure fantasy, mentre il cantante non perde occasione per interagire direttamente con il pubblico, scendendo addirittura dal palco per cantare in mezzo ai presenti e, in uno dei momenti più curiosi dell’intero festival, andando persino a bere una birra alla spillatrice, in compagnia dei fan, prima di tornare a guidare la battaglia sul palco.

Poi arrivano finalmente gli indiani Girish and the Chronicles, una delle band che attendevo maggiormente. Diverse persone me ne avevano parlato benissimo e posso confermare che le aspettative sono state rispettate. Grandi canzoni, presenza scenica eccellente e soprattutto una prestazione vocale impressionante da parte di Girish Pradhan (gli Skid Row potrebbero farci un pensiero). Una delle performance più coinvolgenti dell’intero weekend. Sinceramente mi sarei ascoltato volentieri almeno un’altra ora di concerto. Alla fine anche il pubblico, inizialmente un po’ troppo mansueto, complice il meteo e le fatiche del weekend, si è definitivamente svegliato, tributando alla band l’accoglienza che meritava.

Il successivo set di Blaze Bayley rappresenta uno dei momenti più sinceri e umani del festival. L’ex cantante degli Iron Maiden si presenta con una formazione solida e appare in ottima forma. Colpiscono soprattutto la gratitudine che continua a dimostrare verso il pubblico e l’entusiasmo con cui affronta ogni concerto. La voce regge molto bene e l’affetto reciproco tra il cantante inglese e i presenti è palpabile per tutta l’esibizione. Ogni volta che lo si vede dal vivo si ha la sensazione di trovarsi davanti a una persona sinceramente grata per poter continuare a fare ciò che ama e per l’affetto che continua a ricevere dai fan. Una prestazione molto convincente.

Nel frattempo però la pioggia decide di diventare protagonista. Le condizioni atmosferiche sembrano quasi preparare il terreno ai Belphegor. Pioggia, nebbia, freddo, lampi e oscurità contribuiscono a creare un contesto perfetto per il blackened death metal degli austriaci. Personalmente, completamente fradicio, ho dovuto cercare rifugio e qualche vestito meno bagnato, ma questo non mi ha impedito di apprezzare una performance eccellente, supportata da ottimi suoni. Per un gruppo del genere, quella combinazione di maltempo e oscurità sembrava quasi parte dello spettacolo.

La pioggia continua senza tregua anche durante il set dei Primal Fear, ma i tedeschi non sembrano minimamente intenzionati a rallentare. Ralph Scheepers rimane uno dei migliori cantanti della scena heavy metal e la formazione attuale appare affiatata e potente. Nonostante molti spettatori preferiscano rifugiarsi sotto i tendoni, il gruppo mette in scena uno spettacolo assolutamente professionale. Con Mat Sinner e compagni è impossibile rimanere immobili e quale modo migliore per combattere freddo e umidità se non con una sana dose di headbanging? Metal is forever!

A chiudere questa edizione sono i finlandesi Insomnium. Li conoscevo relativamente poco e avevo iniziato ad approfondirli soltanto negli ultimi tempi, complice anche la curiosità nata attorno ai Cemetery Skyline. Devo ammettere che mi hanno conquistato. Le atmosfere malinconiche, le melodie e il perfetto equilibrio tra aggressività e sentimento funzionano magnificamente dal vivo. Ottimo anche il lavoro delle doppie voci e dei momenti più atmosferici, che spesso rappresentano gli aspetti che preferisco della loro musica. Nonostante la stanchezza accumulata e il maltempo, il pubblico riesce a raccogliere le ultime energie per salutare degnamente il quartetto finlandese. Le melodie malinconiche degli Insomnium si sposano perfettamente con il clima dell’ultima notte del festival. C’è qualcosa di profondamente evocativo nella loro musica e, nonostante freddo, umidità e stanchezza accumulata nell’arco di tre giorni, riescono a creare uno di quei momenti capaci di far dimenticare qualsiasi disagio. Non si poteva chiedere una conclusione migliore per questa edizione.

Tirando le somme

Il Milagre Metaleiro 2026 è stata un’edizione estremamente positiva. Il ritorno a una dimensione più contenuta, con un solo palco e ritmi meno frenetici, ha probabilmente migliorato l’esperienza complessiva. È un festival organizzato da appassionati per appassionati, dove l’elemento umano continua ad avere un’importanza fondamentale. Ancora una volta, un enorme grazie va a tutti i volontari che hanno reso possibile l’evento. Se il Milagre Metaleiro continuerà su questa strada, la scelta di tornare a una formula più raccolta potrebbe rivelarsi una delle decisioni migliori della sua storia. Meno dispersivo, più umano e ancora più attento alle persone.

Perché alla fine, oltre alle grandi band e ai concerti memorabili, ciò che porto a casa da questa edizione sono i sorrisi, le chiacchiere davanti a una birra, gli amici ritrovati anno dopo anno e quella sensazione sempre più rara di appartenere a una comunità.  Devo essere sincero: ci sono festival più grandi, festival più “ricchi” e festival con cartelloni più impressionanti. Ma pochi riescono a farti sentire a casa come il Milagre Metaleiro.

Se state pensando a una vacanza in Portogallo e amate il metal, concedete una possibilità a questo festival. Unire qualche giorno di viaggio alla partecipazione al Milagre Metaleiro è un’esperienza che consiglio vivamente a qualsiasi appassionato.

Io, personalmente, non vedo già l’ora di tornare.

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