Visualizzazioni post:62

Titolo: Decay
Autore: Godflesh
Nazione: Inghilterra
Genere: industrial metal
Anno: 2026
Etichetta: Relapse Records
Formazione:
Justin Broadrick – chitarra, voce, programmazione
B.C. Green – basso, programmazione
Tracce:
- Master and slave
- Living / ending
- Feral Colony
- Fear of Man
- Fodder
- Consume Me
Voto del redattore: 7
Quando si parla di industrial metal, alle generazioni un po’ più giovani (e inesperte) potrebbero venire in mente nomi quali Rammstein o Marilyn Manson, che certamente si ispirano fortemente a questo genere, integrandone vari elementi e caratteristiche, ma che non esisterebbero senza i gruppi che si sono affermati sulla scena dalla fine degli anni ’80, tra cui i pionieri Godflesh.
Dopo 38 anni di carriera e a 25 anni da una pausa incerta, il cantante e chitarrista del gruppo (oltre che fondatore dei Napalm Death), Justin Broadrick, si esprime apertamente sul futuro della band inglese, affermando che Decay sarà il loro penultimo lavoro prima del loro ritiro completo dalla scena musicale.
A causa delle sue condizioni fisiche, Broadrick aveva già dichiarato in precedenza che l’ultimo concerto del gruppo si sarebbe tenuto il 30 ottobre 2025 alla “Scala” di Londra, durante il quale i Godflesh hanno suonato due set separati, concentrando il primo su versioni dub dei loro brani più celebri.
Tre anni fa, nel 2023, i Godflesh hanno portato alla luce Purge, un album ipnotico che funge da rivisitazione di Pure del 1992, ma che presenta modifiche non indifferenti al suono più grezzo e meno raffinato del secondo lavoro.
«Decay è nato dalle stesse sessioni di Purge», dichiara Broadrick a proposito dei sei brani dell’ultimo album. «Era un unico, enorme insieme di canzoni. Ho scelto quelle che ritenevo più adatte a ciò che volevo ottenere con Purge, con l’intenzione di pubblicare i brani che non si adattavano in un nuovo album entro un anno dall’uscita di Purge. Purtroppo, però, sono trascorsi due anni mentre valutavo etichette esterne, così da non dover più autoprodurci. È stato necessario un tempo infinito per trovare una casa discografica che mi facesse sentire a mio agio. Le registrazioni erano pronte, ma, come al solito, una volta che ci sono tornato sopra, ho cambiato un sacco di cose».
Dopo due anni di ricerca, i Godflesh hanno finalmente trovato un accordo con la Relapse Records, che ha pubblicato il loro album Decay. Il titolo sembra rispecchiare l’attuale fase del gruppo britannico: una fase di declino e, possibilmente, di tramonto.
Il mixaggio del disco è stato completato dopo l’intervento chirurgico subito da Broadrick, dando vita a quest’ultimo lavoro proprio nel momento in cui il musicista stava attraversando un periodo di dolore e disagio fisico: Decay esprime infatti in modo concreto e tangibile la sua sofferenza, precedentemente elaborata in modo astratto attraverso i dischi precedenti.
Con un totale di sei brani, il disco si distingue per i feedback estremi della chitarra, i tempi lenti e brutali e le drum machine elettroniche che caratterizzano da sempre il gruppo inglese, avviandosi e concludendosi con due brani simili ed entrambi di lunga durata che ricordano le classiche sonorità dei Godflesh.
Le sonorità incalzanti, ripetitive e martellanti, l’atmosfera opprimente e lugubre e il senso costante di ansia e minaccia incombente sono gli elementi principali di Decay, che si discosta in modo evidente dal precedente Purge, nonostante le tracce siano state composte nello stesso periodo.
Un colpo di frusta iniziale ci fa fin da subito capire la natura violenta di questo lavoro.
“Master and Slave” è un pezzo decisamente lento, minimale, primordiale e pesante, con una sezione ritmica granitica e un suono massiccio. È il brano di apertura dell’album e, insieme a “Consume Me”, rappresenta l’essenza vera e propria di Decay. Praticamente privo di variazioni armoniche, “Master and Slave” ci ricorda i progetti paralleli di musica elettronica come JK Flesh, anche se nel suo insieme può risultare più banale.
La successiva “Living / ending” si mostra più incalzante, ansimante, piena di riff minimi e compatti, che riprendono il senso di oppressione di Streetcleaner. La parte vocale risulta distorta e graffiante, e la struttura delle chitarre più composta.
Al contrario, “Feral Colony” alleggerisce temporaneamente l’esperienza di ascolto con una voce pulita e sonorità decisamente più elettroniche e martellanti, simili a quelle dell’album Selfless.
Con intervalli essenziali e mistici e una stratificazione corposa degli strumenti, l’incessante rimuginare dei bassi perdura per tutta la lunghezza del brano.
Con “Fear of Man” i Godflesh tornano sui propri passi decadenti, con una voce perseguitante che richiama l’ascoltatore dalle profondità dell’abisso. Il suono insistente e drammatico, le chitarre dissonanti e i forti contrasti tra tamburi e melodia attribuiscono un’interessante misticità al brano, che ci trascina nuovamente verso il basso, per poi trasferirci all’infernale “Fodder”.
Un lugubre ruggito iniziale lascia presto spazio a scale armoniche che salgono e scendono in modo continuo, creando un senso di oppressione e claustrofobia nell’ascoltatore.
Sussurri inquietanti, strutture ipnotiche e vortici psicotici si alternano a improvvisi intermezzi dalle sonorità più chiare e acute, che ci accompagnano fino alla fine del brano.
In questo punto, gli stacchi inaspettati sembrano un esperimento interessante, ma il contrasto con il resto del brano li rende cacofonici, se non addirittura incoerenti.
Infine, “Consume Me” mostra l’originalità del gruppo: martellante, dissonante, dalle grida cavernose e disperate. Le sonorità a tratti lente e i cori soavi da un lato alleggeriscono il lavoro, mentre il resto del brano galleggia in un’atmosfera torbida e inquietante fino al colpo di coda conclusivo.
Con un’alternanza di suoni più compatibile e coerente rispetto a “Fodder”, di questo brano di chiusura apprezziamo particolarmente la progressiva accelerazione del ritmo e l’allarme finale dei cori, che personalmente ci ricordano le sirene da coprifuoco di Silent Hill.
La sofferenza è palpabile dall’inizio alla fine del disco e lascia l’ascoltatore con un senso di inquietudine crescente, specialmente con questa angosciante traccia di chiusura.
Decay non manca di originalità né di qualità e, nel complesso, è un’opera intrigante, anche se, da un lato, bisogna ammettere che non è all’altezza di lavori di livello superiore come Purge o più sperimentali come Selfless.
Il futuro dei Godflesh sembra ormai essere stato deciso dai suoi membri: dopo l’uscita dell’ultimo lavoro del gruppo industrial inglese, che secondo Broadrick è già stato creato ma non ancora completato, il musicista sembra voler concentrare principalmente i propri sforzi sul suo progetto solista, sulla creazione di nuovi mix dub e sulla pubblicazione di performance live degli anni precedenti.
Nel frattempo, anche se a malincuore, non ci resta che attendere l’ultimissimo disco dei Godflesh e riporre speranze e curiosità nel futuro progetto solista di Broadrick.



