BLACK SPIKES – Ydos

Titolo: Ydos
Autore: Black Spikes
Nazione: Lituania
Genere: Modern progressive metal
Anno: 2026
Etichetta: Napalm Records

Formazione:

Agni – Voce
Yaga – Chitarra, elementi elettronici
Mazvis – Chitarra
Sime – Basso
Titas – Batteria


Tracce:
  1. Pasaka
  2. Motina
  3. Melas
  4. Mara
  5. Zelvar
  6. Revana
  7. Apatija
  8. Aurea
  9. Senas Demonas
  10. Dulkès

Voto del redattore HMW: 9/10

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Ti trovi all’ingresso di un bosco, ed è quasi buio. L’aria è sinistra, le foglie sono mosse dal vento, o forse dagli spiriti. Non sei costretto ad oltrepassare la soglia, alle spalle c’è il mondo che conosci e davanti c’è l’ignoto. Ma una forza a cui non sai dare un nome si traduce in un canto sirenico che intona “In nome di versi morti, incantato, diventerai uno schiavo”, ti prende per mano e, come un Virgilio oscuro, ti accompagna lungo il sentiero dove il buio inizia a parlare. È “Pasaka”, la fiaba necessaria a condurti in quel luogo immaginario popolato da voci di bambini che risvegliano qualcosa che pensavi fosse morto…

La dimensione in cui sei entrato, lo senti, ha un legame con la tua infanzia, si muove lungo l’asse del concept e prende forma nella fanciullesca vocalità della pregevolissima Agnieska Vrubliauskiene (Agni), che in “Motina” trasuda l’innocenza del figlio e la dolcezza della madre: è una culla bianca, un guscio che, però, è destinato a spaccarsi con la potenza di uno scream che rivela la sua seconda personalità, aspra e lacerante. La creazione ha inizio e l’oscurità viene liberata. In psicologia la chiamano Ombra, nata dal silenzio dell’origine, essa si dispiega, non riconosciuta e repressa, in creature demoniache. Agni le richiama a sé, dà loro un nome, le dichiara. Gli conferisce dignità d’esistenza in quest’opera, il cui titolo Ydos ci riporta al greco “eidos”, da “eidon”, il vedere, il porre lo sguardo su qualcosa e, quindi, legittimarlo.

Dalla madre, la monade generatrice, si creano forme non redente, simulacri (altro significato di “eidos”) di greve natura che i nostri Black Spikes ci servono su un piatto d’argento. La prole inizia con “Melas”, la menzogna, un cantico esistenzialista costruito su domande senza risposta, che fa convivere parti elettroniche minimal, rap e poderose sovrapposizioni: è il contrasto tra la vacuità del nulla (“Ma forse è più facile così: la non-esistenza/I giorni non ti opprimono più”) e la pienezza, pesante, della materia. Il senso della dualità permea il sound complessivo dell’intero lavoro, firmato Napalm Records, caratterizzando ogni brano con quella opposizione tra sonorità polarizzate: la sensazione è di essere sempre trascinati tra ciò che è leggero, etereo ed immacolato, e ciò che è opprimente, asfissiante, condensato. Il secondogenito, “Mara”, parla nel linguaggio macinante di un djent che ci porta sul fondo di una malattia, ma che nella sua apertura ci restituisce la volontà di redenzione attraverso il dolore e la morte necessaria di parti di noi.

L’elenco dei vizi prosegue con “Zelvar”, demone della cupidigia: atterriamo subito in un territorio di guerra, con la possenza sonora e il cicalino del mirino a rammentarci che, forse, rischiamo di essere facili prede se abbassiamo la guardia davanti a seducenti impulsi, per poi passare a “Revana”, pezzo witches friendly con ingredienti inconsueti (un rap “screammato” e una sorta di scacciapensieri nell’intro), mezzo chilo di metalcore e un cucchiaio di black, il tutto in un luogo onirico che prosciuga la mente di colui che nutre il suo sogno di vendetta. Altro punto di freschezza lo troviamo in “Apatija”, dove l’elettronica simula un esercito di ottoni che rincorre galoppanti riff in un susseguirsi che gli conferisce la ritmica di una danza popolare, mentre il colore del brano viaggia sulla malinconia del cuore di una madre che attende invano il ritorno del figlio. Che, forse, il suo dolore muta in apatia, mangiato dall’incedere del tempo e dalla rassegnazione?

Dal vaso di Pandora è uscita anche “Aurea”, l’eterna giovinezza che rifiuta l’impermanenza: un brano, per così dire, da stendardo anti-age, i cambi-tempo sono notevolissimi e ci fanno un po’ pensare al desiderio umano di “cambiare” il senso del tempo, alla volontà impositiva e arrogante su un principio governatore cosmico che scandisce la Vita. La percezione della perdita ci fa cantare all’unisono il ritornello-nenia con le tre età che, nel videoclip, si rivedono attraverso il gioco di specchi…

Siamo ancora nel cuore della foresta, e il carillon nel quale la nostra infanzia si è incastrata si dischiude davanti a noi mentre l’antico demone di “Senas Demonas” viene evocato, un’entità luciferina, chissà, a raccontarci dell’umana superbia, per poi guardare, in “Dulkes”, dentro l’urna le nostre ceneri: tutto si comprime e si riduce in polvere, dal minimalismo sonoro accostabile alla morte all’apertura ascensionale di un ritornello post-black che squarcia le nuvole e disegna l’assenza come il prodromo di una nuova vita.

Forse qualche tradizionalista guarderebbe ad Ydos con circospezione (sento già lo spostamento d’aria di storcimenti di nasi), ma trovo che sia una summa quasi perfetta di ciò che il metal contemporaneo debba offrire, senza omologazione, anzi, con tutto il valore aggiunto dato da peculiarità proprie e ricerca di elementi nuovi. Un album decisamente più compatto rispetto al precedente NIL, dal carattere più complesso ed eclettico che personalmente amo molto, traghettando i Black Spikes su larga scala. Sicuramente c’è una direzione verso sonorità più pop che catturano facilmente l’orecchio, soprattutto le parti clean dove la matrice est-europea domina con forza (ricordate le T.A.T.U.?), disegnando linee melodiche di grande fascino, oltre ad una maggiore linearità nella ritmica e scream di forte impatto. Forse i nostri avevano bisogno di qualcosa che li portasse fuori dall’anfratto dell’anonimato, fuori da quella penombra che non li avrebbe fatti emergere: e che, allora, come sculture greche intrecciate l’un l’altra, striscianti, da esse si elevi la loro maestosità. Le ombre sono state affrancate, e ora è la luce a guardare verso di loro.

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