Ancient Bards + Moonlight Haze + Skeletoon, 17 Ottobre 2026 – Alchemica Music Club, Bologna


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Mentre a pochi chilometri di distanza, tra le campate dell’Unipol Arena, in ventimila s’adunano per l’unica data italiana dei The Strokes, in via dei Lapidari si respira l’aria schietta di una festicciola tra amici. Per una serata a tema power – declinato in tre diverse varianti – l’affluenza è più che discreta, e l’Alchemica si scalda in fretta, climatizzato a fatica da un condizionatore che segnerà 28° fino al commiato dei convenuti.

Quando gli Skeletoon aprono le danze, sono ancora alla ricerca di un parcheggio, che non fatico a trovare a tre passi dall’ingresso. Sento Fooler in lontananza, nel momento in cui saluta la combriccola dei presenti. Dopo una manciata di secondi, i liguri decollano a razzo. Gran parte del pubblico manda a memoria gli estratti da The 1.21 Gigawatts Club e Nemesis, interagendo da subito (facile, con un buontempone come Tommaso a far da tramite) coi musicisti sul palco. Il quintetto macina un power metal volutamente derivativo, imbevuto di cultura pop ottantiana e nostalgia da videoteca, ma sempre trascinante e melodico, grondante citazioni e ritornelli da arena che i fedeli intonano a gran voce. Il tripudio di nerd metal culmina nella cover perfetta, vitaminizzata al punto giusto: “No Easy Way Out” direttamente da Rocky IV, lanciata con un “La riconoscerete subitooo!” sconfessato, dopo poche note, dagli sguardi perplessi dei meno attempati. Tomi non può sfoggiare il timbro seducente di Robert Tepper, ma i più anziani (tra cui il vostro umile scribacchino) hanno gli occhi lucidi già al secondo giro di basso, e gli perdonano volentieri qualche sbavatura sul finale.

Con l’ingresso dei Moonlight Haze lo spettacolo si imposta su geometrie più limpide: se lo stacco stilistico è netto, empatia e umiltà sono immutate, a partire dal buon Capone, che gira sornione tra i presenti da inizio kermesse. Di lì a poco impartirà dal palco l’ennesima lezione di scioltezza esecutiva ed eclettismo, imbracciando – per una suggestiva parentesi meditativa – la sua ormai nota keytar. Sono lui e Ale Jacobi a sostenere le traiettorie incrociate di Falanga e Melinato, che si destreggiano con tecnica disinvolta tra le coloriture pastello di Lunaris e Beyond e gli scatti più spigolosi e moderni di Animus e Interstellar Madness, EP riproposto nella sua interezza. Su questo ordito sinfonico, la voce di Chiara Tricarico brilla per nitore nelle parti operistiche e deflagra nei registri intermedi dei frangenti pop; a metà scaletta, con invidiabile naturalezza, la cantante milanese si cala leggiadra sulla platea, continuando a cantare a un soffio dai volti degli astanti, che si aprono come il Mar Rosso per consentirle un transito sereno: l’annullamento della distanza è ora totale, alla faccia dei The Strokes e di tutto l’armamentario divisivo dei mega-eventi a caro prezzo.

Con puntualità svizzera, alle 22:01 il palco accoglie i quasi padroni di casa. Per gli Ancient Bards la trasferta bolognese ha tutto il sapore della familiarità, che Sara evidenzia tradendo l’inequivocabile cadenza romagnola (“Sono di Rimini!”). L’impatto con il muro di suono dei bardi è immediato, e l’atmosfera si fa solennemente più spessa: Through My Veins, Soulbound Symphony e Fantasy’s Wings si abbattono sulla sala come marosi sul frangiflutti. Gatti è marziale, Bertozzi growleggia che è un piacere, aizzando la folla da consumato cerimoniere, Sara è, semplicemente, divina. I supplenti di lusso scelti per il mini-tour di tre date paiono integrati in un ingranaggio inarrestabile, perfettamente rodato. Venturelli, dai corregionali Trick Or Treat (“Non glielo ridiamo più!”), è un giovane maestro dello strumento, Dann Arisi (Inverno, Avelion) è una presenza magnetica dal tocco chirurgico. Dopo le penombre di Oscurità è Impious Dystopia a sferzare l’aria a pieno regime, e il congedo apparente si consuma sulle note di The Birth of Evil, Across This Life e Flaming Heart, spina dorsale di un repertorio imponente. I Bardi si defilano salutando timidamente, ma rientrano pochi secondi dopo sull’onda di un’autentica invocazione. Unending è l’ultima, radiosa perla che Sara Squadrani incastona a coronamento di un’esibizione magistrale. Quando le vibrazioni si attenuano, la sala resta avvolta in un silenzio reverenziale, prima dell’esplosione finale e dell’inevitabile foto di rito.

Un plauso ed un grazie sincero a Cerberus Booking.

PS doveroso inchino al Megadirettore Gaudam (Mahatma Gaudam), che coi suoi modi vellutati, abbinati ad una disinvolta crudeltà, mi ha concesso di trascorrere tre ore felici. Ah, dimenticavo: Sara, anch’io sono di Rimini!

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