Volbeat (Jon Larsen )

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Intervistare un gruppo nord europeo è sempre un compito ingrato. I nordici sono di poche parole e a volte poco espansivi e questo è risaputo. Con Jon Larsen, abbiamo capito (come se non fosse già chiaro da tempo nda) che il mastermind indiscusso dei Volbeat è Michael Poulsen. Per questo motivo non tutte le nostre curiosità sono state appagate. Nonostante tutto, siamo riusciti a farlo parlare il più possibile nei 30 minuti a nostra disposizione. Potete trovare inoltre la recensione del disco qui.

“Rewind, Replay, Rebound”… come siete arrivati a questo titolo?

Non so dirtelo esattamente. Michael è l’ideatore della gran parte del nostro materiale. Soprattutto per quanto riguarda titoli, copertine e molte scritture dei brani. E’ l’anima del gruppo. Ha portato a noi il titolo sei mesi fa e ci è piaciuto subito.

Questo è il primo disco con Kaspar al basso. Ormai un vero membro ufficiale della band, ma vorrei chiederti qualcosa dei vostri vecchi compagni Siete ancora in contatto con Anders Kjolholm e Thomas Bredahl? Che fine hanno fatto?

Sono cose che succedono nella vita. Le persone scelgono strade differenti. E in una band le cose funzionano come in una relazione. A volte le persone vedono le cose in modo diverso e non si va più d’accordo o semplicemente si decide di cambiare strada. Thomas voleva essere meno in vista, ma ruota sempre attorno alla musica e ora ha una sua agenzia manageriale che pare stia andando molto bene. Anders aveva bisogno di passare più tempo a casa facendo cose diverse, ma ci sentiamo molto poco.

La vostra line-up è cambiata negli anni e così il vostro sound. Molti sostengono che vi siete ammorbiditi rispetto al passato e che oggi siate molto più radiofonici…

Beh certo sono opinioni. Io stesso vorrei che i Metallica tornassero a suonare come ai tempi di “Master Of Puppets”, ma le band evolvono a meno che tu non sia i Ramones o gli AC/DC e allora non ne hai bisogno. E’ vero, i primi tre dischi sono più heavy, ma abbiamo voluto con il tempo esplorare diverse sonorità, non direi che siamo più soft, ma siamo diventati musicisti migliori e abbiamo una produzione diversa. Il trademark dei Volbeat è sempre intatto, solo con un’evoluzione dovuta anche per forza ai nuovi musicisti che sono nella band.

Ci sono bambini nel vostro video “Cheapside Sloggers”, così come in copertina e sono ancora presenti nei vostri testi e titoli. Cosa rappresentano per voi i ragazzi?

I ragazzi sono il futuro. Abbiamo voluto metterli in risalto perchè ci è sembrata un’idea interessante sia per il video che è stato molto divertente girare, sia per il concetto espresso nei testi. Michael ha espresso la sua felicità di essere padre nel brano “7:24” e anche “When We Were Kids” è un tributo alla gioventù. L’immagine di copertina ci è sembrata azzeccata.

Nei testi dei vostri brani ci sono spesso personaggi femminili del passato come Marie Jane Kelly o Lola Montez e Bonnie Parker. Che legame c’è tra questi personaggi?

Non sono sicuro. Michael si occupa di tutti i testi, ma penso che arrivino dalle ispirazioni di libri e film. Trova sempre personaggi interessanti su cui scrivere canzoni. Non si può mai sapere cosa troverà in futuro.

“Parasite”, così come “Slaytanic” nel disco precedente, è un pezzo di pochi secondi. Un brano veloce. Cosa puoi dirmi di questi due brani così diversi tra loro e dal solito?

“Slaytanic” era un brano incompleto all’inizio. Doveva essere un teaser per il nuovo disco, ma quando abbiamo cercato di terminarlo non ci siamo riusciti e abbiamo deciso di lasciarlo così. Non c’era niente di valido per poterlo finire. “Parasite” invece è nato come un pezzo divertente in stile Ramones e lo abbiamo voluto proprio così. Perchè no!

Nei vostri album compaiono sempre molte collaborazioni e anche questa volta sono tornati a presenziare Mia Maja e il Coro Gospel di Harlem. Abbiamo inoltre Neil Fallon dei Clutch e Gary Holt. Come nasce una collaborazione con i Volbeat?

Molti sono amici. A volte ci vengono in mente strane idee e chiediamo a qualche artista di suonare o cantare per noi. Con Gary è andata così. Abbiamo chiesto la sua collaborazione ed ha funzionato. Con altri come i Clutch e Danko Jones siamo stati in tour e la proposta è venuta da sè. E’ una bella cosa venire in contatto con persone che ammiriamo o a cui piacciamo. Molti di questi artisti sono stati poi anche con noi sul palco.

Certo, come al concerto a Copenhagen al Telia Park, una specie di Pavarotti & Friends del metal!

Yeah! Esattamente. Chissà, in futuro magari anche noi porteremo su un palco tutti gli artisti che hanno collaborato con noi. Un vero e proprio evento!

Parliamo del processo di scrittura dei vostri brani. Ora che siete una vera e propria band, come nasce ed evolve un vostro pezzo?

In genere abbiamo i pezzi già pronti quando entriamo in studio e facciamo subito una sorta di demo per non perdere tempo, ma questa volta siamo partiti da una base facendo sul posto tutto il resto. Michael ci mostrava un brano alla mattina e lo registravamo nel pomeriggio. Non avevamo mai fatto così, ma eravamo preparati questa volta e quindi abbiamo lavorato molto in studio.

Con quale degli artisti con cui hai lavorato ritieni di aver avuto maggior feeling e con chi ti piacerebbe lavorare in futuro?

Sicuramente Barney dei Napalm Death. Gran personaggio! Ma anche con Mille dei Kreator e Danko Jones, bravi ragazzi. E’ stato un piacere lavorare con tanti di loro. Con chi mi piacerebbe lavorare in futuro? Beh.. chi può saperlo… forse Paul McCartney? Roger Waters? Qualcosa di diverso. Oppure James Hetfield. Ti vorrei dire Elvis, ma il re è morto!

A proposito di Elvis. Ci sono molti elementi in una band come i Volbeat che possono contaminare il vostro sound. Naturalmente parliamo di Elvis, così come Johnny Cash, ma anche Metallica, Slayer o influenze punk e rockabilly. Come possiamo etichettare dunque i Volbeat oltre che “Elvis Metal”?

Siamo un gruppo particolare, non penso ne esistano come noi, è difficile etichettarci. Noi la chiamiamo semplicemente musica. E’ più facile. “Elvis Metal” va bene… ci possono chiamare anche “Schifo metal” ma per noi è solo musica. Non prestiamo troppa attenzione. Quando avevamo iniziato alcune idee erano arrivate da gruppi come Black Sabbath, poi Offspring, poi Metallica… abbiamo un po’ mixato tutto ed è venuto fuori quello che è il nostro sound.

Hai qualche ricordo o evento particolare da segnalare nella tua carriera con i Volbeat? Qualcosa di strano, o divertente o magari brutto?

Beh sì… un paio di episodi ci sarebbero. Nell’ultimo show in Danimarca ho notato che c’era qualcosa che non andava. Il palco in seguito a delle fiamme stava andando a fuoco non lontano da me. Ho cercato di attirare l’attenzione degli addetti dietro al backstage, ma nessuno mi ha notato così ho dovuto interrompere il pezzo. Stavo sentendo troppo calore e mi sono spaventato.. questo sicuramente un brutto ricordo. Di più positive direi quando abbiamo saputo di aver fatto sold out allo stadio nazionale. E’ stato incredibile anche per noi. Uno dei nostri highlight sicuramente.

Ok. Tempo di lasciarci. I minuti a nostra disposizione sono finiti. Vuoi aggiungere altro?

Grazie per questa intervista e grazie ai nostri fan italiani. Ci vediamo a Milano in Ottobre!

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