Opeth (Martin Axenrot)

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In occasione della data milanese degli Opeth lo scorso 9 novembre, abbiamo scambiato due chiacchiere con il batterista Martin Axenrot e quando due timidoni si incontrano nasce un’intervista come questa…

Ciao Martin, grazie per l’intervista e benvenuto sul nostro sito! Come sta andando il tour? La maggior parte delle date sono già sold out…

Molto bene! E’ una grande soddisfazione constatare che il tour sta proseguendo con numerose date sold out.

Comincio con una curiosità, partendo dall’artwork del nuovo album “In Cauda Venenum”, le figure all’interno della casa in copertina rappresentano la band, una metal family quindi protezione, tuttavia essa è sorretta da un demone. Qual è  quindi il reale significato?

L’ artwork nasce dalla ormai pluriennale collaborazione di Mikael con l’ artista statunitense Travis Smith, confermo che i personaggi all’interno della casa rappresentano la band mentre il demone rappresenta i pericoli del mondo esterno. 

E’ molto usuale trovare sui canali social vostri “making of” degli album o video interviste dove spiegate le tematiche dei testi. Che cosa vi affascina maggiormente di questo tipo di comunicazione e promozione?

Personalmente non sono un fanatico dei social, pensa che non ho nessun account, per quanto riguarda invece la band, pensiamo che i social siano attualmente il canale più diretto per raggiungere e aggiornare i nostri fans. 

Secondo la tua opinione, quali sono le differenze principali tra la versione in svedese e quella in inglese? Non mi riferisco alla differenza linguistica palese bensì l’aspetto più emozionale.

Diciamo che è più una questione di approccio, anche di gusti in un certo senso, in quanto la base musicale è la stessa ma lo scandire delle parole è diverso dal punto di vista linguistico e sonoro. Come band siamo più legati alla versione svedese in quanto scelta come riferimento durante le registrazioni.

“In Cauda Venenum” è stato registrato al Park Studios di Stoccolma, culla di generi anche lontani dalla scena metal. Come mai questa scelta?

Sì, effettivamente è uno studio più specializzato nel pop ma non sono mancate anche produzioni di musica più estrema. Nel 2008 vi ho registrato anche con i Bloodbath. Questa scelta ci ha permesso di non fossilizzarci su un’etichetta stilistica precisa bensì di ricercare un sound mai realizzato precedentemente.  

In questo senso pensi che “In Cauda Venenum” rappresenti la fine di un lungo processo creativo e l’inizio di una nuova era per la band?

Sinceramente non ci sentiamo una nuova band nel senso che caratteristica degli Opeth è sempre stata quella di approcciarsi a nuovi generi: dagli esordi più death a sviluppi più progressive. Anche il prossimo album potrebbe stravolgere gli equilibri: ciò avverrà in base agli eventi che influenzeranno le nostre vite in fase di composizione.  

I testi dell’album si affacciano all’età moderna, particolare diverso rispetto agli album precedenti, come riassumeresti le tematiche di “In Cauda Venenum”?

Difficile dare una risposta approfondita in quanto i testi sono stati scritti da Mikael, nella mia personale interpretazione li riassumerei come un confronto introspettivo tra i tempi moderni e quelli passati.

A proposito di età moderna, per concludere qual è il tuo pensiero sul problema climatico?

Non sono attivamente coinvolto nella tematica (come Greta Thunberg), tuttavia ho la fortuna di essere cresciuto in un paese come la Svezia dove sin dalla tenerà età si viene educati e si pone l’attenzione sul rispetto dell’ambiente e la corretta gestione dei rifiuti.

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