FLOTSAM AND JETSAM – Blood In The Water

Titolo: Blood In The Water
Autore: Flotsam And Jetsam
Nazione: Stati Uniti D'America
Genere: Thrash Metal
Anno: 2021
Etichetta: AFM

Formazione:

Eric “A.K.” Knutson – Voce
Steve Conley – Chitarre
Michael Gilbert – Chitarre
Ken Mary – Batteria
Bill Bodily – Basso


Tracce:
  1. Blood In The Water
  2. Burn The Sky
  3. Brace For Impact
  4. A Place To Die
  5. The Walls
  6. Cry For The Dead
  7. The Wicked Hour
  8. Too Many Lives
  9. Grey Dragon
  10. Reaggression
  11. Undone
  12. 7 Seconds

 


Voto del redattore HMW: 8/10
Voto dei lettori: 8.5/10
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Quando si dice perseveranza.

Io aggiungerei pazienza, vera virtù dei forti, spesso considerata, con leggerezza, sintomo di indecisione o passività, di scarsa reattività. Tutt’altro… i Flots galleggiano, con le prime cianfrusaglie metalliche, dal 1985 (chi si ricorda di “Iron Tears” e “Metal Shock”?) fronteggiando le vicissitudini come farebbe una famiglia allargata, il cui delicato equilibrio è spesso minato dal viavai degli affetti: la girandola convulsa di musicisti, etichette e tendenze passeggere non li ha mai travolti, perché ogni mutamento è stato interiorizzato con positività, come fonte di nuove risorse e più aggiornati punti di riferimento.

È evidente che il ciclo intrapreso nel 2016 con l’album auto-intitolato (pratica spesso infausta, rammentate?) abbia regalato una seconda giovinezza al gruppo di Phoenix, anagraficamente più soggetto, in teoria, a una crisi di mezz’età; e così, anche questa sortita del caro, vecchio Flotzilla (il cachet di Travis Smith è ahimè fuori portata dai tempi del magnetico “The Cold”) si rivela tremendamente efficace e segue la scia di sangue lasciata dal precedente “The End Of Chaos” appena due anni fa.

La tentazione di aprirsi ad influenze esterne al rigido canone classic thrash, più volte affiorata lungo la via, pare vinta per sempre, relegando nello scrigno dei ricordi opere minimizzate e troppo sbrigativamente liquidate come “poco ispirate” dalla critica più intransigente: chi vi scrive aveva apprezzato l’intimismo cupo e quasi cantautorale che strisciava in “Drift”, così come il rude ermetismo di “Unnatural Selection” e l’inflessione modernista di “My God”, identificando con l’ammorbidimento alternativo – malamente prodotto – di “Ugly Noise” l’unico, vero passo falso del quintetto.

Una sbandata gestita subito, dapprima con scaltrezza da notabili del gotha metal statunitense – la ri-registrazione, discutibile, del capolavoro “No Place For Disgrace”, nel 2014 – ed infine con la recente, succitata presa di posizione ortodossa. E allora avanti, ad ampie falcate, sul terreno a loro più congeniale, fra mega-zolle di thrash e power oscuro e melodico, consapevoli di poter contare, ancora una volta, su “The Voice Of ThrashErik A.K. e sulle bacchette e gli scarpini indemoniati di un certo Ken Mary, classe 1968 (qui la sua lettera di referenze).

Aggressioni premeditate, subdole, ossequi ripetuti ai signori Dave Murray ed Adrian Smith, qualche trascurabile autoreferenza (quattordici album in studio, come dire…) e coreografie da paso doble tutte da scoprire, perfette per illustrare, ai più giovani, le dinamiche di attacco e sottomissione esistenti tra due danzatori sulle corde come Gilbert e Conley… superfluo citare qualche episodio di “Blood In The Water”; l’invito è il solito, quando si parla di pezzi da novanta, ascoltare, comprare: le occasioni di fruizione anticipata non mancano, oggi. Doveste dimenticarlo, occhio al prossimo bagno in mare…

Perseverare… ma non era diabolico?

Immarcescibili.

 

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