VOLBEAT – Jon Larsen


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VOLBEAT – Elvis vive!

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Seguo da parecchio i Volbeat e li ho intervistati in molte occasioni. Non è la prima volta che incappo in Jon Larsen, forse uno dei più difficili da interrogare del gruppo. Jon è il classico batterista. Non si perde molto dietro a testi, copertine e altri significati. Troppo sbattimento. Però le interviste vanno fatte e allora ho cercato di stuzzicarlo il più possibile per tirare fuori qualcosa di vagamente discreto. Questo è il massimo che ho ottenuto da un riservato rocker danese ormai abituato ad una vita da musicista dove suonare e parlare della musica è diventato un lavoro più che una passione. I miei venti minuti sono riassunti qui, tra le mie curiosità e le piccole provocazioni ad un batterista scandinavo un po’ stanco e poco passionale, ma sempre un asso dietro le pelli…

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Partiamo dalla copertina e dal titolo. Cosa rappresenta questa persona dentro un corpo finto e come possiamo collegare ciò al titolo?

Ad esser sincero, è un’idea di Michael. Per me più o meno significa che tutti noi siamo servi della nostra mente, come accennato dal titolo. Quando andiamo a dormire e facciamo sogni, o incubi, la nostra testa continua a lavorare e tutto ciò che facciamo ci rallenta la memoria e la mente. In copertina mi sembra che ci sia un dottore che vuole guardarsi dentro la testa ma non ne sono sicuro. È Michael l’ideatore di tutto quanto.

Cosa puoi dirmi dei testi? Questa volta il tema sembra non essere un vero e proprio concept e nemmeno qualcosa di legato ad una storia particolare.

Be’… ce ne sono diversi. Non c’è un tema unico, come hai detto tu. “Wait A Minute My Girl” è stata scritta per la fidanzata di Michael, “Shotgun” è stata ispirata da qualcosa di spirituale dentro la casa di Michael, ma è tutto quello che so. “Lasse’s Birgitta” è una storia vera, sulla prima strega che fu bruciata in Svezia, molte molte lune fa. Poi ne abbiamo una su Satana, ma in realtà non ho idea di quale possa essere ahaha! Ho letto qualcosa ma poi l’ho dimenticato.

Gli ospiti sono molto importanti per voi e ne abbiamo di nuovo qualcuno. Stine Bramsen: ce la puoi presentare? Abbiamo anche il piano e il sax, di Doug Corcoran e Raynier Jacob Jacildo, musicisti di JD McPherson che hanno già suonato con voi su “Die To Live”.

Stine è la cantante di un gruppo danese che si chiama Alphabeat e che ha avuto un certo successo – si tratta di musica pop. Michael voleva una voce femminile per quella certa canzone (“Dagen Før”) e abbiamo pensato che lei potesse adattarvisi. Ci siamo messi in contatto e lei ci ha risposto subito. Sicché è venuta in studio e abbiamo registrato insieme. I musicisti del gruppo di JD McPherson, come hai detto prima, hanno già lavorato con noi per il brano “Die To Live”; e per “Wait A Minute My Girl” è stata più o meno la stessa cosa. Abbiamo pensato che sarebbe stato davvero forte averli di nuovo. Il loro stile si adatta perfettamente alla nostra musica e hanno registrato i brani piuttosto velocemente, facendo un lavoro incredibile.

“Becoming” è un tributo a LG Petrov, degli Entombed. Avete avuto la possibilità di incontrarlo ed essere sul palco con lui in passato: che ricordi avete di lui e perché questa canzone per lui?

Be’, è venuto fuori un tributo per lui quando stavamo realizzando questa canzone. All’inizio volevamo catturare quel suono del death metal svedese in vecchio stile e metterlo all’interno della traccia. Il riff stesso ricorda le sonorità di quei gruppi. Abbiamo anche pensato di rendergli omaggio perché era un nostro grande fan e avevamo un grande feeling. Per noi è stato come dirgli « Addio, LG. Ovunque tu sia ».

L’intero suono di questo album suona più profondo e più oscuro rispetto ai precedenti. È più aggressivo e sicuramente più groove metal o forse anche doom a volte. Avevate bisogno di tornare più al suono originale, come richiesto dai fan? L’ultimo album era forse troppo leggero?

L’album precedente era più rock, fatto per gli stadi e per un pubblico più grande. In questo caso, questo nuovo album è venuto fuori con una nuova ispirazione e alcune canzoni erano basate più sui giri di chitarra che sulle melodie. Le persone ci han detto che è più aggressivo, ma io penso che sia solo una sorta di ritorno agli inizi. È solo il modo in cui è venuto fuori questa volta.

Ci sono un paio di cover nel CD extra, di Wolfbrigade e The Cramps. Come siete arrivati a queste scelte e come può essere importante per voi una cover in generale?

Una cover può essere parecchio divertente ma può anche essere una spina nel fianco, perché tutto dipende da come si cerca di farla. Dovrebbe essere fatta più vicino all’originale o più a modo tuo? Credo che noi ci collochiamo a metà strada. Cerchiamo di mantenere gli elementi originali della canzone ma vogliamo anche fare qualcosa che ricordi il nostro stile. Siamo stati piuttosto veloci in studio e abbiamo avuto abbastanza tempo per fare qualcosa di più. Non siamo quel tipo di gruppo che suona venti canzoni e ne usa solo dodici. Se abbiamo tredici canzoni, allora ne registriamo tredici. Le case discografiche e i fan vogliono materiale in più, per il mercato, quindi abbiamo pensato di aggiungere alcune cover. A Michael e Kasper piacciono molto i Cramps e “Domino” era quella a cui potevamo dare più giustizia con il nostro stile. Non conoscevo per niente la canzone e ho dovuto ascoltarla per poi provare a registrarla. È stato lo stesso coi Wolfbrigade. Così l’ho ascoltata su YouTube un paio di volte prima di provare a fare qualcosa. Non è stata una cover troppo originale e questo è quello che è successo anche con la canzone dei Metallica.

Esattamente quello che volevo chiederti ora. Avete avuto la possibilità di far parte del tributo ai Metallica festeggiando il black album con “Don’t Tread On Me”: una grande responsabilità. Cosa puoi dirmi di questa vostra decisione di riproporre quel brano con un vostro acceso e spiccato marchio di fabbrica?

Con la canzone dei Metallica è stato un po’ diverso. Quando siamo entrati in studio, il management ci ha chiamato e ci ha spiegato che i Metallica erano alla ricerca di artisti che potessero suonare pezzi del black album per un album-tributo. Come hai detto tu, per festeggiarlo. Non eravamo sicuri di volerlo fare. Fare pezzi dei Metallica è sicuramente molto divertente, ma non è molto facile e non volevamo toccare nessuno dei grandi successi del disco, come “Enter Sandman” o “Sad But True”. Erano ancora disponibili “Don’t Tread On Me” e un’altra che ora non ricordo. Ci siamo presi del tempo per capire se potevamo essere in grado di farlo oppure se rifiutare l’offerta. Il lunedì seguente eravamo pronti e abbiamo provato un paio di volte, prima di registrarla e mandare un nastro al management. A loro è piaciuto molto, ne erano davvero entusiasti. Certo, l’originale è molto meglio, ma pare che la maggior parte della gente apprezzare anche la nostra versione e quindi tutto bene.

Tu sei uno dei membri originali dei Volbeat. Come è cambiato il gruppo negli anni, a partire dall’inizio, e come ti senti oggi ad essere ancora parte di una formazione di tale successo?

Be’ [ride – NdA]… se l’avessi saputo, avrei lasciato tutto e ne sarei diventato il manager! Credo che nel corso degli anni ci siamo evoluti, attraverso formazioni diverse e periodi diversi. Siamo cresciuti come musicisti e siamo invecchiati, quindi speriamo di essere diventati un po’ più saggi. Penso che sia una sorta di evoluzione naturale. Da quando Thomas si è unito al gruppo e poi quando se n’è andato ed è arrivato Rob, abbiamo avuto dei piccoli cambiamenti e così è successo quando è arrivato Kasper. Anche lui ha aggiunto qualcosa. Fondamentalmente spero che siamo diventati musicisti migliori.

L’ultimo album dal vivo è una registrazione delle canzoni suonate lungo l’ultimo tour e, per quanto io ricordi, avevate uno stile più lento rispetto all’inizio della vostra carriera. Ho avuto occasione di vedere diverse volte i vostri concerti: perché suonate più lenti dal vivo? Di solito i gruppi scelgono di andare più veloci.

Ahahah… be’, siamo invecchiati: cosa ti aspettavi?! Ahhh… beh, dai, seriamente, la gente a volte ci rimprovera di suonare troppo veloci dal vivo e probabilmente è così. Negli ultimi due anni abbiamo passato tempo non solo a provare le canzoni ma anche ad esercitarci con il tempo. Non è raro suonare più veloci, per via dell’adrenalina, sul palco e adesso prestiamo più attenzione ai dettagli, cercando di non essere così veloci come eravamo soliti fare in passato. Guardando YouTube, ho capito che a volte eravamo troppo veloci e ho notato che si perdendo alcuni dettagli. Se ascolti i Ramones, per esempio, secondo me erano troppo veloci e probabilmente perdevano molto in quanto a sentimento puro e a melodia, urlando i testi ecc. Cerchiamo di prestare più attenzione – con alcune canzoni usiamo il click e quindi abbiamo assolutamente bisogno di tenere un certo tempo. A volte si è più lenti a a volte più veloci. Dipende. E sicuramente tutti noi siamo cresciuti molto e avevamo bisogno di rallentare un po’.

Stiamo per chiudere l’intervista, Jon, quindi dimmi: quali sono i piani futuri? Quando vi vedremo, più veloci o più lenti che sia, ma di nuovo sul palco?

Ehhh … beh, sicuramente speriamo di poter tornare sul palco in fretta, perché siamo pronti e vogliamo suonare presto. Basta di star seduti a casa! Dobbiamo andare a lavorare e sicuramente vogliamo tornare in Italia.

 

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