CORELEONI – Leo Leoni


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CORELEONI – Il rock è vivo…!

Leo Leoni è sempre stato un personaggio rock ‘n’ roll e lo ha dimostrato ampiamente nella sua carriera con i Gotthard. Chitarrista tutto di un pezzo e ottimo compositore, Leo decise di creare i CoreLeoni per il venticinquesimo anniversario dell’uscita del primo album dei Gotthard e di pagare speciale tributo a brani come “Downtown”, “Firedance”, “Higher”, “Here Comes The Heat”, “In The Name”, “Ride On”, “Let It Be” e ‘All I Care For”: pezzi che sono stati ri-registrati, rinfrescati e rispolverati. Insomma, portati a nuova vita. Oggi ci troviamo all’uscita del terzo lavoro, dal semplice titolo di III. L’uscita di Ronnie Romero (voce) ha spiazzato un po’ tutti ma Eugent Bushpepa, il nuovo cantante, ha permesso alla formazione svizzera di poter andare avanti nel migliore dei modi. Abbiamo parlato un po’ di tutto, con Leo, a partire proprio da questa novità e dalle curiosità che ci hanno portato a metterlo sotto torchio.
La nostra recensione di III (fare clic sulla copertina).
Coreleoni

Ciao Leo, buona giornata. Mi risulta che oggi dovresti essere a Savigny (Francia) in tour con i Gotthard. Come sta andando?

Sì, esatto, siamo appena fuori Parigi per l’ultima parte del tour. Sta andando molto bene! La risposta è interessante e tanta gente ha davvero una gran voglia di uscire e di partecipare ai concerti e alla musica dal vivo. Tra pubblico e musicisti inizialmente c’erano un po’ di perplessità, ma ora possiamo dire che sta andando tutto più che bene… ed era ora! Il covid ha aiutato a rispettare un po’ di più certe regole e a tenere più distanza.

Oggi siamo qui per parlare dei tuoi CoreLeoni. Raccontami come nasceste e cosa ti portò a voler scegliere questo bizzarro appellativo, oltre all’accostamento al tuo cognome.

Sì, be’. Facile. Sono molto legato al mio cognome e il “Core” sta a rappresentare il fulcro di tutto ciò che volevo fare. Un piccolo gioco di parole in cui il fulcro della mia vita è la mia musica ed è quello che continuerò a fare sempre. Il progetto in realtà gira da tanti anni ma è una questione che è sempre stata rimandata. Arriva dal 1999, quando con i Gotthard stavamo prendendo già una nuova direzione e io volevo invece tornare alle origini. Più passavano gli anni e meno pezzi si facevano come volevo io, per cui mi misi a fare la mia musica. Fermo restando che non sono il primo o l’ultimo che fa progetti fuori dal proprio gruppo. I pezzi sono totalmente miei, scritti dal mio desiderio e dalla mia voglia di musica. Così come altri gruppi di questo tipo, poi, anche noi suoniamo i pezzi in questo caso dei Gotthard, nei quali ho spesso contribuito e creato molta musica. Ho incontrato i personaggi giusti per il progetto in questi anni e, be’, eccoci qua.

Iniziaste con Ronnie Romero e ora siete con Eugent Bushpepa. Ci vuoi parlare di come mai di questo cambio, di come siete arrivati a Eugent e di come avete iniziato questa collaborazione?

Il cambio era annunciato. Ronnie ha tantissimi progetti e c’erano un po’ di problematiche a dover seguire tutto e incrociare gli impegni, così lo abbiamo lasciato libero e abbiamo cercato un nuovo cantante. Abbiamo poi avuto la fortuna di incontrare Eugent, che io avevo conosciuto tramite un concorso di Eurovision nel 2017 benché non direttamente. La canzone mi era piaciuta tantissimo e anche la sua esibizione. Volevamo trovare una soluzione, così ne ho parlato con i ragazzi e la scelta migliore è stata questa.

A differenza dei Gotthard attuali, sento una netta somiglianza con lo stile di Steve nei cantanti dei CoreLeoni. È una cosa voluta o casuale? Cosa ne pensa chi vi segue e vi vede dal vivo?

Diciamo che abbiamo dovuto reimpostare tutto. Da quando Steve se n’è andato abbiamo deciso che avremmo continuato solo con la persona giusta, sia come cantante sia come individuo, e che non avevamo bisogno di una copia. Non sarebbe stato corretto per la nostra musica e per Steve, per cui ribadisco che Nic Maeder è stata sicuramente la scelta giusta per i Gotthard. CoreLeoni è un progetto vecchio e c’è sicuramente una somiglianza, non voluta, con Steve. Eugent arriva dalle stesse radici e dalla stessa scuola, per cui le note che adoperano sono molto simili. È stata una grande fortuna aver trovato una persona che riesce a raggiungere le quattro ottave come Steve. Era normale cercare qualcosa del genere già dall’inizio. Anche Ronnie ha lo stesso registro. Eravamo in tour con Bang quando mi colpì. Era di spalla a noi e lo contattai dopo il concerto. Se vuoi fare questo genere musicale, hai bisogno di una voce del genere.

Per quanto riguarda la scrittura di questo terzo disco, hai dichiarato che oggi nessuno scrive più in modo così organico. Come avete registrato e qual è la grande differenza rispetto agli altri album rock e metal che girano oggi?

Non volevo essere troppo altezzoso con questa dichiarazione. Intendevo dire che non ci sono più tanti dischi fatti in questa maniera; trovo che ci siano pochi gruppi in questo genere musicale che hanno questa energia. Sono usciti grandi dischi, come quelli di The Dead Daisies e Slash con Myles Kennedy per quanto riguarda queste sonorità. Per il resto ormai viviamo in un mondo più pop che rock. Non voglio offendere nessuno, ma ritengo che il mercato sia un po’ stagnante – anche nei testi ormai ci sono sempre gli stessi concetti e si sentono sempre le stesse parole. Coi CoreLeoni abbiamo cercato di fare qualcosa davvero rock senza dimenticare l’essenza della musica e delle vibrazioni. Ecco il perché della mia affermazione. Noi come artisti dobbiamo dare dei bei messaggi importanti per la gente che ascolta là fuori.

E quale messaggio volete dare con i vostri brani? Sei tu a comporre tutto?

In realtà collaboriamo tutti assieme e abbiamo avuto molto tempo a disposizione con il covid. Vivendo nella stessa zona, siamo riusciti a registrare e ognuno ha portato qualcosa, dai testi alle parole ai riff. Diciamo che io ho fatto la supervisione finale e siamo riusciti a fare quello che volevamo! Siamo usciti con “Let Life Begin Tonight” (“fai in modo che la vita cominci stasera”). È un brano che vuole comunicare che tutti possono avere una possibilità e bisogna avere coraggio di cominciare a fare qualcosa anche dopo certi momenti di disperazione. “Sometimes” invece è un pezzo che comunica che, quando ogni tanto sei giù, una preghiera può diventare un urlo. In generale sono messaggi di speranza, che spero che aiutino la gente a non sentirsi sola. In tanti viviamo le stesse problematiche. Poi c’è “Purple Dynamite”, nel cui video c’è questa ballerina molto diversa dall’ambiente rock ‘n’ roll – più elegante e classica – ma che poi diventa questa: ballerina di un mondo opposto! Infatti arriva in Bentley e se ne va in Harley. Una sorta di yin e yang che è in ognuno di noi.

“Greetings From Russia” è un titolo che arriva subito all’occhio in un periodo come questo, ma penso sia nata prima, per cui, come nasce questa canzone?

Sicuramente è nata prima, perché fu composta nel 2019. Parla di questo paese. Una terra di speranza è quello che abbiamo sentito quando eravamo in tour ed era quello che volevamo descrivere. Una bellissima terra ricca di speranza e rispetto, dove gli artisti non sono assolutamente sottovalutati e l’arte viene sostenuta così come la cultura ed è ancora oggi una cosa molto importante. Oggi purtroppo non è sempre così e la musica viene svenduta e regalata, nonostante le tante ore spese a imparare a suonare uno strumento, a scrivere e dare emozioni. Questo dovrebbe essere ricordato. Questa è stata l’impressione che abbiamo avuto arrivando in Russia e, come vedi, il titolo non ha niente a che vedere con quello che succede oggi e anche il testo lo dimostra. La musica dovrebbe unire le persone, per questo la facciamo.

Le copertine e i titoli sono molto semplici. C’è qualcosa di più misterioso e segreto dietro o pensi sia più importante dare spazio alla musica?

In realtà mi piace molto la semplicità e chi mi conosce lo sa. The Greatest Hits – Part 1 – è nato per riportare alla luce vecchi brani dei Gotthard, per portare i rispetti al gruppo. Poi è arrivata la seconda parte, che ne è una sorta di continuazione. Il terzo capitolo è arrivato così, da solo. Per cui uno, due e tre. Forse è anche più semplice per il pubblico da ricordare. Un titolo facile per tutti. Come quando chiedi a qualcuno del black album dei Metallica.. Qual è? Quello nero! O il white album dei Beatles! Bianco, no? Lo trovo geniale.

Con i CoreLeoni c’è anche spazio per trasporre e, diciamo, riproporre alcuni pezzi dei Gotthard. Lo avete già fatto con “And Then Goodbye”, con “Mountain Mama” e naturalmente il disco di esordio. Ora abbiamo il ritorno di quattro brani tra cui “Say Goodbye” e “I’m On My Way”: io ho avuto modo di ascoltarli, ma non sono nei titoli del disco. Escono solo per una versione speciale, giusto? E come mai con i CoreLeoni e non con i Gotthard?

Le volevo proprio così, come le hai sentite. Ri-arrangiate con questi suoni e in questo modo. La casa discografica ci ha chiesto di metterle in un’edizione speciale. Avevamo abbastanza materiale per poter fare molti pezzi nuovi ed è uscito tutto il disco, poi c’era il cambio di cantante con vento fresco e ci siamo buttati giù a scrivere e comporre tantissimo. Era ovvio per noi comporre anche delle cover dei Gotthard, per vedere cosa avrebbe fatto Eugent, così abbiamo potuto notare la sua impronta su questi pezzi. Ti porta a spasso con esibizioni canore di gran carattere. In poco tempo era pronta la stesura di tutti questi brani per un disco completo, per cui abbiamo lasciato quelli dei Gotthard così come tracce speciali; non le chiamerei bonus.

A proposito, avete inserito “Jumpin’ Jack Flash” degli Stones. Così, un gruppo a caso. Nel tributare altri artisti sei sempre molto classico. Quali altri sono i tuoi ascolti e cos’altro ti piacerebbe suonare in futuro?

È un brano che mi segue dalla gioventù. Mi piacevano entrambi, Beatles e Rolling Stones. Mi piaceva questo spirito ribelle di questo brano che suonavo da quando avevo quattordic’anni alle feste campestri, e mi ha accompagnato negli anni. La versione con Aretha Franklin e Keith Richards è davvero molto bella e grintosa. A volte la suonavo al Grotthard, il ristorante che avevo sopra Lugano. L’abbiamo provata in studio e nel divertimento l’abbiamo registrata. L’ho cantata io ed è andata così. Abbiamo deciso di tenerla. Non ho mai sentito la versione dei Motörhead, se non forse per caso. Nel disco precedente cantai io su “Boom Boom”. Sono molto classico. Ci sono tantissimi pezzi anche oggi molto belli, ma coi miei preferiti resto classico. Non so cosa potrei fare in futuro. Ci devo ancora pensare.

Avete avuto occasione di suonare dal vivo: com’è andato il riscontro del pubblico e cosa avete nel cassetto per il futuro?

Suonammo con gli Stones a Praga alcuni anni fa, coi Gotthard! Con CoreLeoni abbiamo fatto un piccolo tour con le prime riaperture! Speriamo di suonare di più. È sempre bello poter suonare.

Quale pensi sia stato il momento più bello e l’apice del tuo successo come artista? Qual è il tuo ricordo più bello?

Il ricordo più bello è ogni momento in cui mi guardo indietro da più di trent’anni. Poi, certo, ci sono tantissimi momenti importanti e storici. Altri tristi. Difficile sceglierne uno. Tanti traguardi, un passo dopo l’altro. Dal 1988/89, con Steve, alle prese con i primi contratti discografici, tutto è stato pieno di gioia. Quando suonammo nel nostro paese all’Hallenstadion, che era la mecca del rock a Zurigo: una tappa molto importante per noi. E poi non è da sottovalutare un altro bel punto della carriera di questi dieci anni: con Nic dopo Steve!

E il Grotthard? Era una bella idea, un bel posto. Come mai non lo hai portato avanti?

È chiuso e ora è un ristorante semplice. Purtroppo chiuse per motivi di salute di mia sorella. Provammo con altri personaggi ma non funzionò come avrebbe dovuto. Mi trovai a fare l’artista e l’oste e non potevo andare avanti, per cui decidemmo di venderlo. Chissà se, in futuro, potremo riprenderlo o fare qualcosa di simile. Era davvero un bel posto, ma la salute è più importante. Durò nove anni quel posto.

Hai mai pensato ad un libro? Sarebbe un bel modo di parlare di tante cose, arrivati a questo punto.

Ogni tanto l’ho pensato. Certo, bisognerebbe avere tempo e trovare qualcuno che abbia voglia di farlo. È una cosa che può portare tanto o niente..

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