DEATHWHITE – Grey Everlasting

Titolo: Grey Everlasting
Autore: Deathwhite
Nazione: Stati Uniti D'america
Genere: Doom Melodico/Metal Gotico
Anno: 2022
Etichetta: Season Of Mist

Formazione:

DW – Basso, Cori
AM – Batteria
LM – Chitarre e Voce


Tracce:
  1. Nihil
  2. Earthtomb
  3. No Thought Or Memory
  4. Quietly, Suddenly
  5. Grey Everlasting
  6. White Sleep
  7. Immemorial
  8. Formless
  9. So We Forget
  10. Blood and Ruin
  11. Asunder

Voto del redattore HMW: 7,5/10
Voto dei lettori: 8.3/10
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L’aria è meno rarefatta, l’asceta errante respira senz’affanno. Sembra evaporata lungo il cammino quella gelida foschia che intorpidiva le membra fino al sonno pre-morte, dalla quale Grave Image era pervaso. Grey Everlasting ne eredita il senso di prostrazione, vestendolo di disincanto.

Due anni di resa planetaria hanno cristallizzato la scrittura dei Deathwhite, lasciandone immutate le assonanze (Katatonia, Novembre, Warning, Ghost Brigade) per trarne un più profondo senso d’impotenza, le cui vibrazioni metalliche possano scuotere l’anima oltreché le ossa. Un intento conseguito senza storpiature di stile, con ritocchi sensibili e tenui coloriture: ogni opera riparte dove la precedente s’era conclusa.

Non ottengono replica gli abbrivi spediti e tambureggianti di “Earthtomb” e “White Sleep” – i temi lirici sono, coerentemente, inalterati – nonostante il disco proceda a tratti con una verve ritmica insolita per il genere, chiara reminiscenza del passato estremo del trio di Pittsburgh; casse e tamburi sono fondamento e forza trainante d’ogni traccia, rocce nude sulle quali la melodia gotica riposa, nell’attesa di risollevarsi per proseguire, con passo cadenzato, la marcia verso l’agognata fine. Tra calanchi e fronde rattrappite che non offrono appiglio, i tre asceti avanzano disillusi, alternando nella risalita elettricità graffiante e una mitezza acustica quasi bucolica nel suo continuo rievocare atmosfere d’incanto, appartenenti a un altrove innocente perduto per sempre.

Lo rimpiangono “Quietly, Suddenly” e “So We Forget”, il dark metal a espansione progressiva di “Formless” e “Blood And Ruin” e ancor più la litania del brano che intitola l’album, in cui le sferzate rigide delle sei corde – meno algide rispetto a Grave Image, più torbide che in For A Black Tomorrow, sebbene in consolle sieda di nuovo Shane Mayer – si placano del tutto per lasciar spazio ai toni cantilenanti di LM, alla cui vocalità affranta è giusto attribuire più d’un merito, tanta è la naturalezza con cui si lega saldamente alle trame armoniche d’impatto, variando i registri della malinconia per poterne sfiorare ogni sfibrante velatura (esemplare “Immemorial”).

Alla conclusiva “Asunder” il peso, in ogni senso, di sigillare come una pietra tombale questo terzo avello, con un doom metal possente quanto dolente, in cui la vocazione melodica delle chitarre raggiunge l’apice emotivo. Incerto, indefinito, esitante nel suo protendersi, a seconda della luce, verso le opposte estremità del bianco o del nero, il grigio ha ora un’inedita, persistente nuance.

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