AVATARIUM – Death, Where Is Your Sting

Titolo: Death, Where Is Your Sting
Autore: Avatarium
Nazione: Svezia
Genere: Doom/Hard Rock
Anno: 2022
Etichetta: AFM

Formazione:

Jennie-Ann Smith – Voci
Marcus Jidell – Chitarre
Andreas Habo Johansson – Batteria e Percussioni
Mats Rydström – Basso
Daniel Karlsson – Tastiere


Tracce:
  1. A Love Like Ours
  2. Stockolm
  3. Death, Where Is Your Sting
  4. Psalm For The Living
  5. God Is Silent
  6. Mother Can You Hear Me Now
  7. Nocturne
  8. Transcendent

Voto del redattore HMW: 7,5/10
Voto dei lettori: 7.5/10
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Scava adagio, il doom, fino all’origine della coscienza. Scuote l’anima nel suo alveo sanguigno per trarne il tormento da tramutare in musica. Forza e intensità d’ogni scossone sono però variabili meno costanti di quanto si creda, e non di rado un tocco leggero giunge a smuovere i sensi più del solido maglio.

Una lezione impartita ai compagni Avatarium dal fondatore stesso, quel Leif Edling custode, per intercessione divina, del Sacro Cuore di Iommi. Ridotto per gradi il suo contributo, la pala è passata alla coppia Jidell/Smith, che scava scava, a quanto pare, è sbucata dall’altra parte, superando a ritroso alcune scelte di stile che avevano già reso The Girl With The Raven Mask pietra di paragone a grana finissima per tutto il movimento retro-doom degli anni Dieci.

Alla seconda ronda attorno alle potenzialità espressive del genere, infatti, il bassista svedese sembrava aver appagato l’impulso ad osare – potente in ogni sua creatura, Krux su tutte – facendo volteggiare come fiaccole nel buio hard settantiano e psichedelia, jazz e progressive. Dopo un terzo atto di natura celebrativa come Hurricanes And Halos, in The Fire I Long For ogni tassello ritrova l’incastro perfetto, trasformando lultima carrozza partita da Donzdorf in una berlina da cerimonia nella quale ganci melodici a pronta presa, rifiniture psichedeliche e inserti blues-rock si saldano a un rinnovato telaio sabbathiano.

Finalmente solo al comando, il duo s’adopera oggi con polsi e vertebre per traslare su disco malinconie e patimenti accumulati nell’arco del biennio virale, simbolicamente avvinto nel doom come un feretro nel drappo funebre. Il periodo d’isolamento non poteva che ridestare la vocazione a sondare la sensibilità dell’ascoltatore, accrescendo, con la consapevolezza dell’alienazione esistenziale, l’esigenza di instaurare tra le parti un dialogo più riservato e intimo, modalità comunicativa che i toni raffinati e discreti del rock ‘60/’70 – e relativa selezione di colori timbrici da parte del “restauratore” Marcus Jidell – attuano senza ricorso ad affettazioni.

L’intimità richiede luci soffuse e disdegna i registri altisonanti, com’è evidente non appena “A Love Like Ours” (no, Barbra non c’entra, tranquilli) apre, con archi struggenti, questo Death, Where Is Your Sting; una melodia sfumata e sensuale, d’un pallore quasi gotico, da cui il violino spilla sangue fino a far tremare le membra; spetta a “Stockholm” risvegliarci dal momentaneo sopore, trasfondendo l’energia che solo l’incontro tra le radici hard rock del doom classico e le sue più grevi diramazioni ottantiane può scatenare: gli Europe di Walk The Earth sono a due passi, ma tra una falcata e l’altra lungo le vie ciottolate della capitale svedese si proietta, sinistra, l’ombra stigia dei Trouble.

Sospinta dai riverberi e da un’armonia incantata, la traccia che intitola l’album è il perno concettuale di questa prima stoccata per AFM, un rock elettro-acustico dal ritmo regolare, percorso da un sentimento di sereno abbandono al Fato; non c’è aura di sacralità attorno al celebre versetto paolino contenuto nella Prima Lettera Ai Corinzi (dalle implicazioni storico-religiose devastanti), riletto nel contesto C19 e secolarmente traducibile con «O Morte, so che presto pungerai, ma non è ancora giunta la mia ora!».

L’abbandono diventa preghiera in “Psalm For The Living”, responso opposto (volontario?) agli Psalms For The Dead dei cugini Candlemass: solo corde che vibrano, mentre l’invocazione sale come uno spiritual, dominata dal magnetismo vocale di Jenny; non occorre ricordare, giunti al quinto sigillo, come ogni accento, ogni modulazione, ogni singolo verso (di cui è ora unica autrice) arrivi direttamente ai precordi, rendendo sublime l’esperienza d’ascolto.

Nessuna risposta dalla volta celeste, a poco servirà urlare contro il cielo un disperato “God Is Silent” e riconnettersi elettricamente col demone dei Black Sabbath… tornano però a ruggire le chitarre di Jidell, addirittura con fragore metallico nell’ossessiva (e in parte deludente) “Nocturne”: refoli d’acustica, distorsioni rétro, corde sfregate fino all’orgasmo in “Mother Can You Hear Me Now”, il cui finale è una piccola morte blues da estasi prolungata; Karlsson colma i pochi spazi disadorni – quisquilie, rispetto alle colate laviche dell’organo di Nilsson – mentre la voce di Jenny fa la solita differenza, fino al prog-doom strumentale (con violino) di “Transcendent”.

Hanno forse già toccato l’apice, gli Avatarium, ma continuano a girare lì attorno, senza uscire dalla cerchia di intoccabili ai quali è concessa l’irrimediabile nostalgia del revival. Per loro l’”oziosa domanda” ha un’unica risposta…

«Sono convinto che l’uomo mai rinuncerà alla vera, autentica sofferenza… Giacché la sofferenza è la vera origine della coscienza… In realtà io continuo a pormi una domanda oziosa: che cos’è meglio, una felicità da quattro soldi o delle sublimi sofferenze? Dite su, che cos’è meglio?» (F.Dostoevskij).

 

 

 

 

 

 

 

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