ROYAL HUNT – Dystopia Part II

Titolo: Dystopia Part II
Autore: Royal Hunt
Nazione: Danimarca
Genere: Metal Melodico Sinfonico/Progressivo
Anno: 2022
Etichetta: Northpoint Production

Formazione:

DC Cooper – Voce
Jonas Larsen – Chitarre
André Andersen – Tastiere
Andreas Passmark – Basso
Andreas HABO Johansson – Batteria

Con le voci di Mats Levén, Mark Boals, Henrik Brockmann, Kenny Lübke e Alessandra Andersen.

 

 

 


Tracce:

1. MIDWAY (RESUMPTION) 1:212. THORN IN MY HEART 8:393. THE KEY OF INSANITY 6:034. LIVE ANOTHER DAY 8:595. THE PURGE 3:496. ONE MORE SHOT 7:167. SCREAM OF ANGER 14:08a) Hit and Run b) The Thrill of the Chase8. LEFT IN THE WIND 7:119. RESURRECTION F451 1:31


Voto del redattore HMW: 6,5
Voto dei lettori: 7.9/10
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«C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci si immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, subito rinasceva dalle sua stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte…ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai: sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta». (R. Bradbury, Fahreneit 451).

Ce lo ricordano ancora una volta, i Royal Hunt. Proprio ora, quando lo slancio verso il baratro sembra inarrestabile, nell’anno in cui ogni evento ribadisce quanto a poco sia servito tramandare di generazione in generazione, attraverso parole scritte e immagini, il messaggio già così chiaro nelle parole che sigillano il capolavoro di Bradbury: «Conosciamo bene tutte le innumerevoli nefandezze commesse nei secoli e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi funebri e di saltarci sopra».

S’incupisce e s’attualizza col procedere della storia, Dystopia, e lo si nota subito dai colori. Messa in piedi anche grazie al contributo economico d’una solida base di seguaci, in questa seconda parte l’impalcatura dei danesi non si sposta d’una virgola, s’irrigidisce per concedere maggior spazio a Larsen e a tratti sembra contrarsi dal punto di vista melodico; come già si diceva a proposito della prima parte, la pregevolezza delle linee resta l’unico obiettivo da centrare per evitare deja-vu, sensazione che si sperimenta più volte lungo il corso del nuovo album, al di là degli ovvi richiami al capitolo precedente.

Nessuna rivoluzione, quindi. Fatti salvi l’agile prog-metal di “The Key Of Insanity”, brano particolarmente riuscito in cui Cooper duetta col sempreverde Levén, l’epico intermezzo strumentale di “The Purge” e un nuovo classico come “One More Shot”, il resto di Dystopia Part II regge a fatica il confronto coi trascorsi più gloriosi, e solo grazie al mestiere, assestandosi su un’aurea mediocritas nella sua accezione più sardonica, un accontentarsi senza osare che profuma di stasi creativa.

Affidarsi alla coralità degli interpreti ripaga solo in parte, le voci degli ex sono versatili e tecnicamente ineccepibili, ma padron Andersen sembra volerle contenere, limitando a un paio di episodi quelle spacconate da maestri che possono garantire qualche brivido in più: i gorgheggi arabeggianti di Boals in “Thorn In My Heart” e i lampi halfordiani di DC avrebbero meritato una minor concentrazione.

Non per questo il disco risulta sbilanciato, anzi. Le parti soliste sono sempre inappuntabili per gusto e perizia, ma basso e batteria non sono da meno, aggiungendo dettagli degni di nota in un contesto per natura già rigoglioso di contrappunti e accenti. Il ricorso alla chitarra acustica è ridotto al lumicino — ma rifa capolino il violino — a favore di un’elettricità costante, duro contraltare alle trame morbide e avvolgenti di André.

Una passeggiata, per purosangue come i Royal Hunt, la lenta cavalcata sinfonica “Live Another Day”, più articolata la suite “Scream Of Anger”, per metà strumentale, che regala un quarto d’ora di barocchismi nel più classico stile del gruppo, con cambi di tempo fluidi e cori perfettamente integrati nell’intreccio armonico. “Left In The Wind” chiude con un lirismo che tocca la fredda preziosità formale, altra deformazione professionale ormai inevitabile. Vera pecca resta la scelta dei suoni, troppo torbidi per chi ha sempre dimostrato di saper giocare disinvoltamente con grandeur e pomposità. In un mondo di plastica e scaltre falsificazioni potrebbe quasi essere una scelta condivisibile.

E comunque «per ogni cosa c’è una stagione. Il tempo della demolizione, il tempo della costruzione. Il tempo del silenzio e il tempo della parola. Sì, tutto questo. Ma che altro, che altro?». (R. Bradbury, Fahreneit 451).

Il tempo della grande musica, per esempio. Tornerà, tornerà.

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