THE MODERN AGE SLAVERY – Giovanni Berselli


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THE MODERN AGE SLAVERY – La Prima Madre

Approdati proprio ora su Fireflash Records e giunti alla loro quarta fatica, i The Modern Age Slavery, affrontano il pubblico internazionale a grandi falcate. Dopo la recensione del disco QUI, ci siamo addentrati per scoprire un po’ di più sulla formazione tricolore. Assieme a Giovanni Berselli, cantante della formazione, abbiamo affrontato non solo 1901 | The First Mother, ma volevamo saperne di più su passato e futuro del gruppo che ha tanto da sviscerare.

Iniziamo a parlare di voi. Intanto siete stati ispirati da un libro mi pare di capire – ‘Escaping From Freedom’ di Erich Fromm, ho letto in giro che parla dello stato psicologico delle masse non istruite, disposte a evitare la responsabilità di scegliere per il proprio futuro”. Parlami di come sono nati i The Modern Age Slavery

I Modern sono nati nel 2007 ad un concerto dei Black Dhalia Murder a Bologna, quando Luca Cocconi, Mirco Bennati ed io, nell’ordine – chitarrista e produttore, bassista, frontman/cantante – abbiamo incontrato quelli che sono stati i nostri ex-compagni. Avevamo in tasca una pre-produzione di quattro pezzi grazie al quale abbiamo raggiunto Rock-Hard Germany che ci recensì come demo del mese. Da lì, seguì la firma per la Napalm Records ed il nostro primo Damned To Blindness. In effetti, il nome – The Modern Age Slavery – ha preso ispirazione dal libro che citi e che tratta appunto della tendenza dell’uomo a negarsi la possibilità di essere libero. Fromm legge, infatti, la libertà come una forma di responsabilità ed è, in un certo senso, capibile: nel momento in cui siamo portati a decidere per noi stessi dobbiamo anche sottostare alle conseguenze delle nostre scelte. Da quel libro è scaturito appunto il nostro nome.

Nel 2016 cambiate formazione e arrivano due grandi e importanti novità. Batteria e chitarra. Quindi Federico Leone e Ludovico Cioffi. Quest’ultimo si occuperà anche di orchestrazione. Come cambia dunque il vostro sound?

Ludovico Cioffi e Federico Leone si sono aggiunti per il nostro terzo album –Stygian- al quale hanno contribuito in modo molto riconoscibile. Grazie a loro, le sonorità si sono sicuramente evolute verso atmosfere più black e a volte più ricercate, con aggiunte anche di parti elettroniche. Siamo un po’ più strutturati ed un po’ meno crudi rispetto al passato.

“1901 | The First Mother” non è un concept, ma farà parte di una trilogia e comunque ha una certa attinenza nei testi, mi vuoi dire di più?

Partiamo dal titolo; 1901 è l’anno in cui inizia il ventesimo secolo, muore la regina Vittoria e, nella letteratura anglosassone, rappresenta l’inizio dell’età moderna (ossia The Modern Age). Il sottotitolo – The First Mother – come giustamente dicevi, nel nostro immaginario richiama la volontà di far seguire a questo disco altri due capitoli in cui tratteremo tematiche similari. Infatti, i testi di 1901 nascono da una ricerca, fatta assieme a Ludovico, nel tentativo di elencare possibili forme di schiavitù reale o autoimposta. Sulla base di questo elenco, mi sono poi liberamente ispirato – in quasi tutti i brani – a poeti filosofi o scrittori del passato. Nella trilogia, vorremmo quindi far seguire a questo capitolo un lavoro in cui mi ispirerò al presente ed infine un lavoro proiettato ad un futuro distopico. Tornando ai testi, posso fare qualche esempio. “OXYgen” parla della schiavitù alle sostanze stupefacenti – il titolo OXY richiama l’ossicodone (OXYcontin) ossia un antidolorifico, mentre OXYgen nel nella sua totalità richiama appunto il bisogno di respirare. Per fare un altro esempio, “KLLD”, di cui è appena uscito il singolo, è liberamente ispirato ad una poesia di Blaise Cendras – J’ai Tué – tradotto in I’ve Killed e poi KLLD tratta della schiavitù nella chiamata alle armi. il testo cerca di dipingere le sensazioni di un poeta francese – sicuramente non un uomo d’azione – che è costretto a uccidere per la prima volta al fine di salvarsi la vita. Diciamo che, in tutti i casi, non è ovvia quale sia la fonte d’ispirazione ma il tema conduttore è appunto la schiavitù.

Siete stati definiti da metalsucks.com “la band metal più sottovalutata di tutta l’Italia, e forse di tutta l’Europa” – come ritieni questa affermazione?

Se devo dirla tutta, nonostante tale frase sia stata utilizzata anche a scopo promozionale dalla nostra nuova etichetta, proprio per sottolineare il fatto che, dopo anni sulle scene, siamo abbastanza in grado di fare il nostro mestiere (soprattutto dal punto di vista), quella frase mi lascia sempre un po’ l’agrodolce. Mi pare che, per le vicissitudini della vita e per le scelte che a volte siamo anche stati costretti a fare, i Modem siano una band che ha raccolto meno di quanto ha seminato. Credo che questo sia dovuto anche ad una legge del mercato a cui ci si deve senza dubbio adattare…non lo voglio dire in modo in modo critico ma semplicemente da osservatore. Il mercato richiede alle band che fanno musica estrema in Italia di produrre a ritmi sicuramente più veloci di quello che hanno fatto i Modern nella loro storia. Ricordo una volta, parlando con un promoter di Metal Blade, sentirmi dire che i gruppi di metal estremo debbano essere composti da Hard Touring People, ossia debbano essere sempre in giro per concerti. Questo perché se vuoi sopravvivere, ossia se vuoi fare il passo che ti porta dall’essere professionale all’essere professionista, per campare devi sempre essere sempre per strada e suonare incessantemente. A volte ci si chiede perché nei gruppi di metal estremo ci siano spesso tanti cambi di formazione. Forse, semplicemente, la vita del musicista che si impegna nella musica estrema è sicuramente piena di soddisfazioni ma anche piena di sacrifici. Questi sacrifici sono belli da sopportare soprattutto quando si è giovani. Col passare degli anni, e con l’aumento delle responsabilità, diventa sempre più complesso. Detto questo, il momento in cui possiamo sfogare tutta la nostra energia, ossia i concerti, rimane e rimarrà sempre la spinta a farci andare avanti. Quindi, la cosa che oggi mi rende e ci rende più orgogliosi è che, nonostante gli anni, i Modern sono ancora qua.

E ora le cose stanno cambiando? Come siete visti ora in Europa? E in Italia?

Onestamente, tutte le volte che usciamo dai confini nazionali, le cose vanno sempre molto bene. Credo che questo sia dovuto ad una maggiore curiosità degli ascoltatori. Anche alla loro voglia di scoprire cose nuove… o almeno nuove per le loro orecchie. Spesso, ci capita di fare concerti fuori dall’Italia e conoscere persone che non sapevano di noi ma che, davanti all’energia di un concerto, scoprono il gruppo e la sua storia. Oggi, sui nostri banchetti, ci sono quattro album. Mi fa piacere dire che, quando suoniamo, spessissimo le persone che vengono ai banchetti ne portano a casa più di uno… a volte anche tutti e quattro, nonostante la spesa non sia indifferente e ad oggi si possa molto tranquillamente ascoltare musica anche su internet. In Italia, credo ci sia molta più fame di “sensazionalismo”. Con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione, e quindi l’esistenza di canali social e di influencer, mi pare di assistere ad un distacco da quella che è la musica in sé. In Italia, più che in altri paesi, vediamo nascere e morire, in modo continuo, realtà che vivono il loro momento di gloria (e di questo sicuramente siamo contenti) ma che poi non hanno longevità. Il sensazionalismo porta questo: a belle storie non durature. Ovviamente ci sono eccellenti eccezioni e realtà grandissime e bellissime, Vorrei citare gli amici Flashgod Apocalypse e gli Hideous Divinity. Detto questo come siamo visti in Italia, forse non lo devi chiedere a me, ma a chi ci segue.

Nei tour non siete messi male, avete avuto modo di confrontarvi con grandi nomi del metal internazionale, siete dunque pronti al grande salto?

Non credo ci siano grandi saldi da fare. Se c’è possibilità di andare in tour, siamo già pronti! Anche, non vedo nessun confronto. A volte abbiamo vissuto il palco aprendo concerti a band enormi. Per noi è stata una grande palestra. Abbiamo sempre tentato di imparare quando possibile. Quello che posso dire e che siamo ancora pronti ad imparare. Se definisci questo come grande salto, allora certo – siamo pronti.

Nelle etichette c’è stato un gran movimento e non avete fatto il classico passaggio dopo 3 dischi. Come vi muovete nel mercato discografico?

In generale, non abbiamo mai avuto un piano discografico strutturato. Abbiamo seguito il flusso degli eventi. Oggi, ci ha portati ad uscire per una quarta etichetta che è senza dubbio su un altro livello rispetto alla precedente e che ci ha permesso di pubblicare Stygian (il nostro terzo album).

Come siete approdati su Fireflash Records? Neonata, ma ovviamente con un gran potenziale, costola di Atomic Fire, nuova realtà degli storici discografici di Nuclear Blast.

L’approdo su Fireflash è nato da un incontro diretto tra me e Markus Wosgien, grazie ad una promoter di Atomic Fire che abbiamo conosciuto al Metalitalia Festival, Barbara Francone. Semplicemente ho portato a Markus una preproduzione dell’album, ci siamo conosciuti davanti a una piazza ed è stato subito estremamente semplice andare d’accordo. Credo che Markus sia una persona profondamente preparata nel lavoro che fa, nonché davvero in grado di farti sentire a tuo agio, nonostante, come dici, abbia un passato ed un presente discografico di altissimi livelli. La stessa cosa mi sento di dire di Barbara. In sintesi, siamo approdati ad Atomic/Fireflash dall’ingresso principale, bussando alla loro porta.

Sono passati 6 anni dal precedente lavoro. Ovviamente c’è stata una pandemia di mezzo, ma è comunque tanto. Come vi siete mossi per concepire questo vostro ultimo lavoro?

Questo lavoro, anche a causa della pandemia, è nato nel “nuovo” modo di comporre, ossia mettendo assieme il lavoro di 5 musicisti che non avevano la possibilità di vedersi e di provare assieme quello che poi avrebbero suonato dal vivo. Quindi, l’album è nato da diverse idee preregistrate dal nostro produttore e chitarrista Luca Cocconi, che le ha poi passate al batterista, Federico Leone, per la scrittura delle parti di batteria e poi a me, per la scrittura di metriche e testi. Infine, sono state aggiunte da Ludovico le orchestrazioni. 1901 è nato con una scrittura “seriale” e non parallela. In passato, sarei stato molto critico rispetto a questo modo di scrivere musica in quanto, personalmente, sono ancora molto legato alla possibilità (e anche al divertimento) che si genera nel trovarsi in sala prove, scornarsi e creare musica. Devo però ammettere che il risultato che abbiamo raggiunto in questa nuova modalità è davvero soddisfacente e mi devo ricredere Grazie all’aiuto della tecnologia, utilizzata in questo caso in modo ragionevole e razionale, siamo riusciti a scrivere anche se non abbiamo avuto la possibilità di vederci. Il punto se vuoi dolente è che certamente questo metodo ci ha richiesto più tempo per arrivare ad un risultato che ci facesse tutti contenti.

Quali sono i gruppi più simili a cui pensi siete stati comparati e quali i più distanti? Un confronto con gli altri gruppi è sempre necessario per cercare di collocarvi in un genere o far capire cosa suonate a chi non vi conosce.

Gruppi simili a cui siamo stati comparati, forse solo perché il nostro primo album fu etichettato deathcore sono Aborted, Suicide Silence, Benighted. In tutti questi casi, ci sentiamo onorati del paragone. Negli ultimi due album abbiamo aggiunto, almeno a livello di musica, delle sonorità black. I Modern non saranno mai un gruppo black, poiché io non sarò mai un cantante black ma, ultimamente, ci hanno avvicinato anche ai Behemoth. Anche in questo caso il paragone ci riempie di orgoglio.

Dove vi vedremo suonare prossimamente?

Ci vedrete sicuramente a Firenze e a Carpi. A breve comunicheremo un’altra serie di date sempre in zona. Nel nostro prossimo futuro, quasi certamente, comunicheremo anche un tour.

Ancora una cosa. La copertina del vostro disco è molto d’impatto e pare anche essere molto provocatoria. Ce ne puoi parlare?

La copertina è opera di Ludovico Cioffi, il nostro chitarrista. Concordo che sia una copertina di impatto. Ludovico ha cercato di distaccarsi dagli archetipi metal utilizzando uno sfondo bianco. Il disegno rappresenta un trittico in cui viene raffigurata, in tre fasi del tempo, la regina Vittoria in una sua rappresentazione in chiave death metal. La presenza del trittico richiama appunto la nostra idea di scrivere una trilogia.

Chi vorresti ringraziare in particolare per questo disco?

In primis, i Modern ringraziano i Modern ossia Luca Cocconi, Mirco Bennati, Federico Leone, Ludovico Cioffi, Giovanni Berselli proprio perché, nonostante il tempo che passa, siamo ancora qua a scrivere musica e a divertirci dal vivo. Ringrazio poi sentitamente le altre persone che hanno contribuito a 1901: Simone Sighinolfi per l’aiuto nelle voci e nella produzione, Vanessa OConnor per l’aiuto nella scrittura di OXYgen , Barbara Francone e la NeeCee Agency, per il tempo, la pazienza e per aver creduto in noi. Infine, non per ultimo, un grazie sentito a Markus e a tutta la sua splendida famiglia.

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