SCARDUST – Souls

Titolo: Souls
Autore: Scardust
Nazione: Israele
Genere: Metal Progressivo Sinfonico
Anno: 2025
Etichetta: Frontiers Records

Formazione:

Noa Gruman – Voci
Gal Gabriel Israel – Chitarre
Aaron Friedland – Tastiere
Orr Didi – Basso
Yoav Weinberg – Batteria


Tracce:

1.    Long Forgotten Song
2.    My Haven
3.    RIP
4.    Dazzling Darkness
5.    Unreachable (con la TLV Orchestra)
6.    End Of The World
7.    Searing Echoes (con Ally Storch)
8.    Touch Of Life I – In Your Eyes (con Ross Jennings)
9.    Touch Of Life II – Dance Of Creation
10.  Touch Of Life III – King Of Insanity (con Ross Jennings)


Voto del redattore HMW: 7,5/10

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Non ci s’attendeva di certo una dissertazione sull’aurea mediocritas oraziana, da parte del quintetto di Ramat Gan. Lo spessore delle prove disseminate in rete – a partire dalla splendente cromatura riservata alle “arie” delle principesse Disney – ha posto in ulteriore risalto un progetto artistico ambizioso e sfaccettato, in cui ogni dettaglio possa brillare e ricevere attenzione semplicemente variando l’esposizione alle diverse luci mediatiche: collaborazioni illustri, insolite rivisitazioni, analisi critiche e dimostrazioni di eccellenza tecnica mai macchiate da vanagloria, una densità di contenuti che a stento trattiene l’impeto creativo di Noa e del suo virtuoso, rinnovato entourage.

Souls suona ancor meno immediato del suo predecessore, già così traboccante di connessioni da travolgere l’ascoltatore, soggiogato dalle mille sollecitazioni che la scrittura degli israeliani sembra liberare con invidiabile naturalezza. Più schietta la scelta di parole ed immagini – l’occhio, come specchio dell’anima – diretta emanazione di una sensibilità non ordinaria, acuita da drammi quanto mai recenti, che hanno indotto i nostri a concepire parte di questo terzo album sotto le fredde luci dei rifugi antiaerei, ingannando con l’arte l’attesa di una pace che a tutt’oggi sembra ancora irraggiungibile.

Musicalmente, il percorso prosegue per linee parallele. S’è scelto, accettando il rischio di sfociare a tratti nel balzano, di accostarne di nuove alla pletora già distesa in precedenza, lasciando all’uditorio il difficile compito di abbracciarle in una visione d’insieme senza precipitare, tanto risulta elevato il punto d’osservazione necessario a tal fine: le vertigini, ahimè, sono assicurate.

Le componenti d’estrazione metal-prog post Images And Words (che lascito inestimabile, eh?) e le più moderne frammentazioni ritmiche di scuola Leprous/Tesseract/Haken (e qui la titolarità del pesante lascito la lascio indovinare a voi) coesistono senza frizioni, innestate in un tessuto orchestrale sì impegnativo, ma mai impudente. Le svisate power dal piglio aggressivo sono oramai un ricordo, e il rigo si apre a lunghe divagazioni folk di diversa matrice – che trovano massima espressione nelle trame orientaleggianti di “Unreachable” e nelle vorticose evoluzioni del violino di Ally Storch in “Searing Echoes” – e ad un sinfonismo dal taglio cinematografico, che ammanta i brani a più ampio respiro di morbido velluto.

Gli assolo a grappolo si sprecano, sciolti nel fluire di partiture a dir poco articolate: il tasso tecnico del gruppo è talmente elevato da sbalordire persino qualche vecchia volpe che s’accosti, per avventura, alle sue esibizioni live (chi ha detto Steve DiGiorgio?). Insomma, in giro c’è di peggio quanto ad orpelli e ridondanze fuori luogo.

A lambire il tronfio ci pensano i cori dell’onnipresente Hellscore Choir (per referenze chiedere ad Epica, Amorphis, Alestorm, Orphaned Land, Therion) e la vocalità infinita della Gruman, capace di modulare con la stessa nonchalance sussurri da cherubino e growl abrasivi, nonché padrona del meccanismo M3. Lo ribadisco, sono convinto che sparse qua e là si nascondano brevi melodie impostate su frequenze che solo i vostri amici a quattro zampe possono udire distintamente.

I brani graziati da una maggior regolatezza brillano da subito, si prenda l’apripista “Long Forgotten Song”, la notturna “Dazzling Darkness” o i capitoli dispari di “Touch Of Life”, in cui Ross Jennings si uniforma all’esuberanza dei mediorientali; lo spirito di tolleranza richiede un potenziamento solo quando le acrobazie – soprattutto quelle di Noa – rubano la scena: difficile non strabuzzare gli occhi di fronte ai saliscendi di “My Haven” o ai folli cambi di registro (e di tempo!) di “RIP”, pezzi che solo dopo una applicazione diligente schiudono le menti a nuove percezioni.

Troppa grazia? Forse sì. La chiave per il successo è già nel mazzo, ma servirà un lavoro di cesello per garantire una fruizione meno elitaria e una fluidità d’ascolto più appagante, che svincoli l’ascoltatore medio da obblighi d’attenzione sempre meno esigibili nei contesti ricreativi contemporanei. A patto che lo si voglia, chiaro.

Io sono anziano, paziente, spesso viscidamente snob, e questi dischetti mi mandano in solluchero. Se rimanessero privilegio per pochi, ne godrei senza ritegno… quindi voltate pagina e continuate ad ignorarli, ok?

PS Brava Frontiers!

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