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Tanto per cambiare gli svedesi Creye riformano la propria formazione evidenziando una continua instabilità nella line up. Solo il chitarrista Andreas Gullstrand rimane a rappresentare la band originale e sicuramente è anche il responsabile di questi continui cambiamenti. Descritto come l’uomo dietro la visione della band e come forza trainante della stessa, è lui che mette volontariamente a dura prova la pazienza dei fan con questi repentini cambiamenti. In IV Aftermath il combo scandinavo offre un rock melodico, moderno, profondo e ricco di sintetizzatori che accompagnano dei buoni ritornelli ma non siamo al livello dei primi due ottimi dischi in studio e del buon Weightless uscito tre anni fa.
Dopo il raggiungimento della piena maturità artistica questo nuovo lavoro in studio è purtroppo un piccolo passo indietro. Andreas Gulstrand non si discute a livello musicale e neppure al missaggio dell’album che ahimè sembra, nonostante sia ottimamente prodotto, poco creativo e poco ispirato. Probabilmente l’apporto di questi nuovi componenti non porta quell’entusiasmo sperato e in particolare il cantante Simon Böös non entusiasma più di tanto risultando una spanna al di sotto dei suoi predecessori, come per esempio l’amato August Rauer. Gullstrand rimane il conduttore e il leader con i suoi brillanti e indovinati assoli chitarristici mentre Fredrik Joakimsson alla chitarra ritmica, Denny Karlsson al basso e Vidar Savbrant alla batteria costruiscono una base solida e a tratti anche raffinata. Si può ancora parlare di evoluzione artistica della band nordica? Probabilmente no, in quanto la raccolta riflette le conseguenze di una profonda ristrutturazione interna che però non si avverte da subito perché l’iniziale “Something Missing”, dall’atmosferica apertura, sostenuta da un muro di campionatori e da intermittenti riff di chitarra elettrica che esplodono in un orecchiabile ritornello, dimostra come l’eredità e la brillantezza scandinava siano ancora presenti come ai vecchi tempi. La pecca o il cambio di rotta si ha quando il puro AOR viene mischiato con il suono intenso e pomposo delle boyband attuali, dove ogni ritornello è il frutto di forzati arrangiamenti pop che puntano ad essere recepiti e canticchiati al primo ascolto. Lo si sente già con la più ritmata “Bad Romance”, caratterizzata da chitarre più taglienti e riflessivi cambi di tempo che portano ad un mieloso e studiato refrain basato sempre sui soliti e ruffiani sintetizzatori. Sulla stessa scia anche il pop rock della semiballata “Rust”, brano malinconico guidato da densi riff chitarristici, da una battente sezione ritmica e da una buona performance vocale. Simon canta bene ma la sua voce sembra essere quella di migliaia cantanti sparsi per il globo. Manca quel pizzico di personalità e calore che i suoi ex colleghi avevano sprigionato piacevolmente nelle vecchie opere del combo. Anche in “Glow” si alzano i ritmi dimostrando come l’AOR e il pop contemporaneo si muovono sul filo del rasoio con il giusto equilibrio e concludendo alla fine di ogni pezzo con un euforico assolo di chitarra che termina bruscamente e con grande impeto. Un altro esempio di questa direzione è la cadenzata e più rock “Don’t Talk About It”, dove la musica è calda, leggera e ambientale per via della melodica timbrica vocale del frontman e di un ammaliante e commerciale ritornello. Uno dei migliori momenti melodici di grande rock melodico è sicuramente in “Left In Silence”, dove l’armonia la fa da padrone sempre per gli zuccherosi tocchi di tastiera e per la soave e pulitissima ugola del singer vichingo. La cinematografica e galoppante “Through The Window” è un altro momento clou del disco, per intenderci alla Harem Scared, in cui gli svedesi accelerano aumentando velocemente l’intensità sonora dei propri strumenti. Questo orientamento verso l’hard rock è una delle qualità migliori della band che dimostra come sia in grado di entusiasmare con suoni più duri ma sempre armonici e coinvolgenti. Qui non convincono solo le corde vocali che sembrano non raggiungere gli acuti necessari per sostenere dei toni così alti e robusti. Quasi sulla stessa intensità troviamo la vivace e ultra-melodica “Only You”, pezzo dal tocco scandinavo in cui spiccano i ruvidi e gli intermittenti riff chitarristici e una dinamica sezione ritmica attorniata da ripetitivi synth di sottofondo. La terzultima e carina “Aligned” è un ritorno al pop da classifica ma anche al rock di classe grazie ai continui cambi di tempo e all’energia sviluppata dalle grintose sei corde elettriche. Proprio la forza e la robustezza delle due chitarre elettriche evita che la composizione si appiattisca nella banalità dei suoi sintetizzatori e di una voce troppo frenata per i miei gusti rock. Infine, la ripetitiva e smorfiosa “The Last Night On Earth” non lascia il segno per la sua troppa semplicità e prevedibilità mentre l’ultima e ritmata “Clay”, che cresce poco alla volta, mostra la vera vena rock e metal di una formazione che sembra non decidersi in quale direzione andare. Bello il ritornello ma soprattutto il muro sonoro alzato dai rapidi riff chitarristici e da una sfrenata sezione ritmica che copre in parte i soliti e freddi campionatori di contorno.
In IV Aftermath il bravo Andreas Gullstrand cerca di replicare il primordiale sound della band unendolo ad un pop da classifica che seppur equilibrato manca della scintilla che possa far esplodere in positivo una set list interessante e con dei bei brani. Il colmo si raggiunge quando i Creye appesantiscono le loro note buttandosi gradevolmente su un hard rock melodico e riuscito ma non interpretato bene dal proprio vocalist. Böös, sembra cantare fuori dalla propria zona di comfort forzando, in modo evidente, la propria timbrica nelle note più alte. La prova del nove sarà vederli sotto il palco dell’imminente Frontiers Rock Festival per dare un giudizio definitivo su questa nuova formazione capitanata sempre dall’eclettico Gullstrand.



