FRONTIERS ROCK FESTIVAL 01/05/2026 – Live Club Music Trezzo Sull’Adda (MI)


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01/05/2026 : Frontiers Rock Festival (Giorno 1) – Live Club, Trezzo Sull’Adda (MI)

Streetlight

Shiraz Lane

Dan Byrne

Creye

Russ Ballard

Giant

Starship ft. Mickey Thomas

 

Seppur, nel proprio roster, le band italiane siano poche e forse si contino sulle dita di una mano, la nostrana Frontiers Records si afferma nel corso del tempo come forza trainante a livello mondiale nel campo del rock melodico e non solo. Dodici anni fa parte l’organizzazione del primo festival e poi ogni anno questa kermesse diventa un appuntamento fisso tranne che nel 2020 per un’ inaspettato stop coinciso anche con l’epidemia di covid 19. Per fortuna, dal 2024 il buon presidente Serafino Perugino riprende le danze rallegrando così i tanti appassionati del genere provenienti da tutta Europa. In questa VIII edizione pur non presentando una line-up mega stellare si vedono e si sentono alcune delle figure più venerate del melodic rock, in una rara occasione per il vecchio continente, dando anche spazio ad alcune nuove promesse dell’etichetta che non hanno frequenti opportunità di esibirsi dal vivo. Occorre anche dire che quest’anno l’etichetta italiana festeggia il trentesimo anniversario dimostrando di essere in ottima salute e regalandoci tre giornate di grande allegria ed emozione. Il concerto si svolge, come sempre, nel piccolo paese di Trezzo Sull’Adda, a circa trenta chilometri a est di Milano, all’ombra delle Alpi. Il Live Club, un edificio dall’aspetto modesto simile a un magazzino, si rileva, anche quest’anno, un’ottima location con una capienza di circa 1500 persone, un grande parcheggio e un cortile interno dove il pubblico può mangiare, bere, chiaccherare e socializzare con altri fan tra un set e l’altro. L’organizzazione è impeccabile, ritmi serrati ma mai caotici, un’ambiente intimo e caloroso che nessun altro festival europeo del settore riesce a replicare così bene. Questa prima giornata vede però cancellate, a pochi giorni dall’evento, le esibizioni degli House Of Lords e della cantante Robin Beck che danno forfait per motivi di salute ma questa giornata sonora rimane comunque nella storia in quanto si assiste al primo full show degli statunitensi Giant di Dann Huff dal lontano 1992. Se aggiungiamo il tutto esaurito nel locale allora si può ben affermare come la nostra etichetta discografica sia sulla strada giusta per continuare a proporre un Festival amato e apprezzato dagli amanti del genere. Io come al solito arrivo con qualche minuto di ritardo ma con la giustificazione che fuori in cassa c’è una fila chilometrica pronta ad invadere la venue lombarda.

Streetlight

Entro di corsa nella sala, quasi al buio, notando da subito come già alle 14 e 50 c’è una marea di persone che sembrano apprezzare il suono melodico della band svedese degli Streetlight. Dopo essermi rapidamente divincolato tra la folla raggiungo quasi le transenne in modo da poter ammirare da vicino gli scandinavi e soprattutto cominciare a scattare delle foto per immortalare la lunga ed entusiasmante serata. Gli Streetlight si definiscono giustamente come: “AOR proveniente dalla Svezia o AOR made in Svezia”, ma sono fortemente influenzati dal melodic rock americano di gruppi famosi come i Journey e i Toto solo per citarne alcuni. L’iniziale e melodica “Hit The Ground” ne è un esempio lampante e proietta direttamente nel mitico periodo ottantiano dove canzoni del genere spadroneggiano nelle radio e nelle classifiche. Lo svedese Johannes Hager, cantante e chitarrista, sorride compiaciuto dall’accoglienza del pubblico e pur rimanendo alquanto statico al centro del palco riesce a coinvolgere e ad attirare l’attenzione. Non esalta a livello vocale ma aiutato dal resto del gruppo riesce comunque a far appassionare i presenti con le ultime canzoni del disco Night Vision, da me decretato l’anno scorso come uno dei migliori dischi AOR di quel periodo. La ritmata e veloce “Straight To Video” è probabilmente la più roccheggiante del lotto proposto ma in realtà, a differenza delle tante band nordiche gli Streetlight prediligono arazzi tastieristici che avvolgono le chitarre per un sound meno hard e molto più melodioso. Ne è un esempio la spensierata, atmosferica e allegra “Long Distance Runner”, song coinvolgente grazie soprattutto al super orecchiabile ritornello. Idem per la ballata “Chutes And Ladders” sostenuta dai sottili e ammalianti tasti della keytar dell’estroso tastierista John Svensson e dai leggeri e sussurrati riff della chitarra elettrica di Filip Stenlund. L’emozionante e sofferto lento “Fly With Eagles” è un altro brano che ammalia e che sinceramente fa sognare ad occhi aperti, complice anche la calda e passionale ugola di Hager. Le noti finali della cadenzata e melodicissima “Captured In The Night”, chiudono questa breve esibizione con la robustezza delle due sei corde elettriche e con la solita e ruffiana tastiera di John capace di trascinare, ancora una volta, insieme a degli incantati arrangiamenti. Il pubblico applaude e saluta questa piccola ma intensa esibizione dove emerge la qualità melodica; purtroppo non tanto originale di questi cinque bravi vichinghi.

Scaletta:

01. Hit The Ground
02. Straight To Video
03. Sleep Walk
04. Long-Distance Runner
05. Chutes And Ladders
06. Fly With Angels
07. Captured In The Night

Formazione:

Johannes Häger – Voce solista e chitarra
Filip Stenlund – Chitarra e cori
John Svensson – Tastiera e cori
Erik Nilsson – Batteria e cori
Johan Tjernström – Basso e cori

Shiraz Lane

All’improvviso, come un miraggio vedo la giovane e bella Cassidy Paris presentare la prossima band, ovvero i Shiraz Lane parlando in un inglese frettoloso e urlato che sinceramente mi mette in difficoltà nella comprensione. Nella mia testa penso alla presentatrice dell’anno scorso che aveva lasciato un buon ricordo in quanto parlava sia in italiano e sia in inglese. I finlandesi sono, dopo aver ascoltando il loro ultimo album, un pò deludenti perché in parte abbandonano il suono grezzo e polveroso dello sleazy e del glam tipicamente americano che li aveva contraddistinti agli esordi. Adesso, puntando ad un sound piu’ accessibile, si sono modernizzati e un pò commercializzati puntando molto sui freddi e passivi campionatori. Incredibilmente, mi devo subito ricredere in quanto con l’iniziale e robusta “Plastic Heart”, i finnici mettono in campo tantissima energia e grinta soprattutto con le chitarre elettriche di Laine e Kalske. I synth sembrano spariti o comunque attenuati rispetto alla versione in studio e la conferma si ode nella successiva e graffiante “Stone Cold Lover”, dove i vichinghi ritornano alle origini di uno sporco e crudo suono ottantiano di matrice californiana in cui i sintetizzatori non hanno proprio ragione d’essere. Mi basta ascoltare il prolungato e potente assolo chitarristico di Jani per comprendere che stasera i cinque scandinavi si siano riconvertiti. A loro favore c’è pure il singer Hannes Kett che con la sua voce determinata e melodica e le sue continue smorfie riesce ad accalappiarsi le simpatie di tutta la platea meneghina. I pezzi estrapolati dall’ultimo Vertigo sembrano ritrasformati e rigenerati come nel caso della super melodica “Live A little More” in cui la timbrica sensuale del frontman va a braccetto con l’armonioso e radiofonico refrain della traccia che e’ rinvigorita dalle spumeggianti e a tratti pungenti chitarre elettriche di Jani e Miki. “Dangerous” è più dura e anche più orientata ad un classico e melodico hard rock che culmina in un semplice ma ipnotizzante ritornello. Su questo filone segue il rock duro, adrenalinico ma sempre armonioso di “Harder To Breathe” vivacizzata anche dalla buona presenza scenica dei ragazzi. Kett canta con sicurezza incitando i metalheads sotto il palco coadiuvato dal movimento costante del bassista e del funambolico batterista che picchia senza sosta le sue pelli. Peccato per l’audio che in alcuni pezzi non rende giustizia a questi abili e talentuosi musicisti. Le chitarre e la voce di Hannes sembrano a volte coperte dal fracasso della sezione ritmica, come se i suoni degli strumenti non fossero regolati bene. Gli applausi e gli incitamenti finali dei supporters sanciscono l’ottima performance del quintetto vichingo e la speranza che possano riprendere definitivamente la strada smarrita.

Scaletta:

01. Plastic Heart
02. Stone Cold Lover
03. Broken Into Pieces
04. Live A Little More
05. Dangerous
06. Harder To Breathe
07. To The Moon & Back

Formazione:

Hannes Kett – Voce
Jani Laine – Chitarra
Miki Kalske – Chitarra
Joel Alex – Basso
Ana Vilkkumaa – Batteria

Dan Byrne

Il giovane artista inglese Dan Byrne (ex Revival Black) è chiamato all’ultimo minuto a sostituire la defezionaria Robin Back e sinceramente lo fa molto bene. Il mio scetticismo passa subito già dal primo pezzo intitolato “Saviour”, dove la sua potente voce conquista all’istante. Sembra di sentire il cantante dei connazionali Inglorious, per intenderci un certo Nathan James e sinceramente non e’ poco. La sua timbrica vocale colpisce positivamente in un contesto di puro ed energico hard rock settantiano e ottantiano che lo esalta ma che entusiasma anche la gente festante del Festival. Per la cronaca debutta come artista solista nel 2023 con l’EP Beginnings e adesso è in attesa del suo album di debutto, This Is Where The Show Begins, che addirittura è già disponibile in anteprima negli stand allestiti dalla casa discografica all’ingresso del Live Club. Con la successiva e cadenzata “Like Animals”, Dan propone anche un suono moderno oltre che possente ma sempre figlio di quelle influenze blues e soul tipiche del tradizionale e immortale hard rock tramandato da artisti famosi come il britannico Glenn Hughes. Piace il gruppo di supporto che lo mette nelle condizioni di far esplodere la propria esplosiva vocalità. Ottimo il robusto sound fatto di  micidiali assoli che si odono soprattutto nella inquietante e massiccia “She Is The Devil”, pezzo hard rock in cui Dan dimostra, non solo di interpretare bene il brano ma anche di avere anche una buona presenza visiva. Le sue particolari corde vocali e il suo cantato rauco guidano tutte le composizioni che nella parte finale del concerto tendono a sposare un suono piu’ attuale e armonico, come nel caso della robusta e melodiosa “Hard To Breathe”. Il popolo (per la maggior parte formato da stranieri) del Frontiers Rock Festival, che se ne intende, applaude e urla di gioia approvandone la performance e dimenticando cosi’ l’iniziale delusione dell’assenza dell’americana Back. Dan Byrne ha un grande futuro davanti a se ed il tempo ci dirà se riuscirà ad imporsi tra i grandi del genere. Le premesse ci sono tutte.

Scaletta:

01. Saviour
02. Like Animals
03. She’s The Devil
04. Praise Hell
05. Sentimental
06. Easier
07. Hard To Breathe
08. Death Of Me

Formazione:

Dan Byrne – Voce
Glenn Quinn – Chitarra
Colin Parkinson – Basso
Max Rhead – Batteria

Creye

La Svezia fa di nuovo capolino con i collaudati Creye, artefici di un AOR e un hard rock piu’ scandinavo che americano e protagonisti di un sufficiente show rovinato dal volume, troppo basso, del microfono del cantante che penalizza proprio il cantato del nuovo vocalist Simon Böös. In piu’ sia il singer e sia gli altri musicisti sono artefici, in generale, di una esibizione  troppo statica e prudente per i miei gusti. Non ho molta simpatia per l’ugola del cantante svedese anche perchè il leader e chitarrista Andreas Gullstrand ha avuto sempre, tra le sue file, ottimi cantanti. Simon fa il suo onesto compitino senza strafare e senza muoversi dal centro del palco, dove rimane inchiodato, forse per l’emozione. Peccato, perchè il primo brano, “Something Missing”, estrapolato dall’ultimo disco in studio IV Aftermath, e’ una vera e propria bomba di melodia e ritmo. Il proseguo con la sdolcinata “Face To Face”, presa dal secondo album, rappresenta il marchio di fabbrica degli scandinavi che sviluppano un grandissimo ritornello, dei memorabili cori e un assolo fumante di chitarra. Idem per la super orecchiabile “Carry On”, ricca di adrenalinici riff di chitarra elettrica e di una precisa sezione ritmica che sono la base per esprimere una forte timbrica vocale. Böös purtroppo, anche in questa occasione, fa rimpiangere la strepitosa voce dell’ex Rauer. In compenso Gullstrand, mente geniale della band e maestro assoluto del suo strumento è circondato da un variegato e preparato gruppo di musicisti che fanno bene la loro parte ma che non riescono ad esprimere passione e gioia nonostante il numero molto elevato di eccellenti  brani. Se la scaletta verte per la maggior parte su canzoni del nuovo disco le altre come la stupenda “Different State Of Mind”, vera e propria hit del genere, meritano un interpretazione piu’ vivace e aggressiva che ahimè non avviene. A loro discolpa c’e’ il fatto che non suonano insieme da almeno tre anni ma anche il fatto di aver eliminato  il ruolo del tastierista sostituendolo con basi registrate fa capire che siamo in un momento di profondi cambiamenti e di un impoverimento sonoro che deve far riflettere per il futuro.

Scaletta:

01. Something Missing
02. Face To Face
03. Bad Romance
04. Different State Of Mind
05. Carry On
06. Only You
07. Rust
08. Weightless
09. Miracle
10. Left In Silence

Formazione:

Simon Böös – Voce
Andreas Gullstrand – Chitarra solista
Fredrik Joakimsson – Chitarra ritmica
Denny Karlsson – Basso
Vidar Savbrant – Batteria

Russ Ballard

Fino ad ora abbiamo scherzato perchè quando la bella Cassidy Paris annuncia il leggendario cantante, chitarrista, cantautore e produttore Russ Ballard (ex Argent) si entra praticamente nel vivo di questa lunghissima maratona musicale. L’inglese, che sostituisce senza rimpianti gli statunitensi House Of Lords, a partire dalla metà degli anni ‘70 sforna sempre dei bei dischi solisti ma soprattutto è un grande compositore che scrive canzoni per una miriade di artisti internazionali. A tal proposito consiglio di reperire il nuovo doppio album Songs From The Warehouse / Rewired, pubblicato l’anno scorso dove il musicista anglosassone riassume tutta la sua strepitosa carriera rimpossessandosi di quelle canzoni composte per altri. La vera sorpresa è però la sua tenuta fisica e vocale già dalla prima song, “I Can’t Hear You No More”, nonostante abbia ottantanni suonati e stasera sia anche un po’ raffreddato ma stupisce anche per come suona la chitarra cimentandosi in parecchi assoli. Russ propone egregiamente anche il rock and roll dei suoi vecchi Argent con i pezzi: la settantiana e incalzante “Liar” e la conclusiva e famosa “God Gave Rock’n’Roll To You”, portata al successo dai Kiss, che con il suo mieloso refrain e il suo memorabile ritornello ha fatto la storia del rock. L’esperienza e il carisma di Ballard sono visibili e palpabili in ogni suo movimento, in ogni tocco di chitarra e in ogni sguardo rivolto al bassista Pj Philips , al chitarrista Roly Jones e al batterista John Miller. Russ, nonostante l’età è un furetto ma anche un grande chiaccherone soprattutto nella prima parte dove sinceramente rischia di annoiare una platea che si aspetta suoni tutti i suoi grandi successi, come la meravigliosa e ultra melodica “Since You’ve Been Gone”, resa celebre dai Rainbow di Graham Bonnet. In parte riesce a farlo ma il tempo non e’ sufficiente. Rimane un grande spettacolo grazie anche allo spessore della grande band  che lo supporta e che non partorisce nessuna sbavatura. Decisamente straordinario e impeccabile! Avere ottanta anni e non sentirli!

Scaletta:

01. I Can’t Hear You No More
02. In The Night
03. Two Silhouettes
04. Playing With Fire
05. Dream On
06. A Woman Like You
07. Liar
08. Your Time Is Gonna Come
09. Voices
10. The Fire Still Burns
11. Since You Been Gone
12. God Gave Rock And Roll To You

Formazione:

Russ Ballard – Voce e chitarra
John Miller – Batteria
Pj Philips – Basso
Marc Rapson – Tastiera
Roly Jones – Chitarra

Giant

Onestamente questo è il momento piu’ atteso della prima giornata perchè gli americani Giant ritornano sul palco nientemeno che con il chitarrista Dann Huff. Il gruppo statunitense abbraccia il successo alla fine degli anni ‘80 e nei primi anni ‘90 per poi essere risucchiato dal fenomeno grunge che spazza dalla scena il rock melodico. Purtroppo questa non è la migliore performance della loro carriera che possano presentare in quanto la sfiga colpisce abilmente la formazione di Nashville che suona questo live priva del batterista David Huff bloccato negli U.S.A. per problemi con il passaporto e priva pure del bassista Mike Brigardello. Quest’ultimo, addirittura si fa male al braccio cadendo da una scaletta qualche istante prima di salire sul palco. In effetti dietro le transenne la gente aspetta impaziente una quindicina di minuti prima che la preoccupata Cassidy Paris, annunci che ci sono alcuni problemi di salute per un componente della band. Dopo pochi minuti si vedono il cantante Bryan Cole, il chitarrista Dann Huff, il chitarrista Mark Oakley, il tastierista Larry Hall e il batterista Chris McHugh presentarsi tristemente sul palco insieme ad un responsabile della Frontiers Music, il quale spiega in inglese e in italiano che Brignardello si è infortunato al braccio e non potrà suonare, ma esorta tutti a sostenere il gruppo perchè i Giant suoneranno ugualmente. Un sincero applauso accompagna queste affermazioni e da quel momento sale in cattedra la musica dei Giant supportati, dalla prima all’ultima canzone, da una folla straripante e rumorosa. Sin dal primo pezzo rock and blues “Shake Me Up” il commosso singer Bryan Cole inizia a sciorinare una magnifica esibizione che non fa rimpiangere le corde vocali di Dann, che abbandonato il microfono è ancora un bravissimo e superlativo chitarrista. Non mancano i classici del combo americano onestamente interpretati divinamente principalmente dal duo Haff/Cole capaci entrambi di trascinare e coinvolgere un pubblico estasiato e allegro che canta insieme a loro tutti i ritornelli, come nel caso della super ballata “I’ll See You In My Dreams”, estrapolata dall’album di debutto e il cui video clip scorre dietro la batteria nello schermo luminoso montato sul palcoscenico. Spiccano pure altri due classici: la roboante e cadenzata “Thunder And Lightning” e la ritmata “Stay”. La prima caratterizzata da riff e assoli chitarristici al fulmicotone, da una battente sezione ritmica, una melodica tastiera di sottofondo e soprattutto arricchita dall’eccezionale ugola di Cole. Il frontman dimostra di essere in formissima grazie alla sua potente ed emozionante timbrica ma anche all’ottima interpretazione delle canzoni. La seconda ammalia ed emana grinta per via dei suoi intermittenti e robusti riff chitarristici ma anche per una potente batteria. Dan Huff è il secondo pilastro del gruppo in quanto sprizza talento e professionalità da tutte le note uscenti dalla sua sei corde elettrica. Insomma, la classe non è acqua e con i Giant ci si accorge che siamo ad un livello superiore rispetto a ciò che si è sentito in precedenza.

Scaletta:

01. Shake Me Up
02. Thunder And Lightning
03. I Can’t Get Close Enough
04. Stay
05. No Way Out
06. Chained
07. Don’t Leave Me In Love
08. Hold Back The Night
09. It Takes Two
10. I’ll See You In My Dreams
11. Can’t Let Go
12. Waiting On A Whisper
13. I’m A Believer
14. Innocent Days
15. Time To Burn

Formazione:

Dann Huff – Chitarra solista e cori
Bryan Cole – Voce
Chris McHugh – Batteria
Mark Oakley – Chitarra ritmica e cori
Larry Hall – Tastiere e cori

Starship ft. Mickey Thomas

Confesso di avere avuto dei dubbi sugli headliner Starship. In primis perché presentano una formazione largamente rimaneggiata in cui è rimasto il solo Mickey Thomas che, per fortuna, non dimostra assolutamente i suoi settantasei anni e poi perché il gruppo propone un AOR dalle venature pop e commerciale che si allontana dall’hard rock e dal puro AOR tipici del Frontiers Rock Festival. Se poi aggiungiamo che sono fuori dai radar da parecchio tempo, nonostante siano famosi per brani incisi negli anni ‘80, come “We Built This City” e “Nothing’s Gonna Stop Us Now”, allora il cerchio si chiude. Invece, già dalla prima traccia “Layin’ It On The Line” comincio a ricredermi e ad apprezzare un gruppo ancora vivo e vegeto formato da egregi musicisti, come il chitarrista August Zadra, il tastierista Phil Bennet, il bassista Jeff Adams, il batterista Darrel Verdusco, e la passionale e teatrale cantante Chelsee Foster, che duetta in quasi tutte le tracce con il veterano Thomas. Gli Starship dimostrano di essere un super gruppo di consumati professionisti facendo catapultare indietro nel tempo tutti i presenti del Live Club che ipnotizzati dalla loro magica musica cominciano a saltare e a cantare a squarciagola le loro canzoni. Mi sento mortificato e mentre scatto le mie foto pensando di essere fortunato ad assistere ad un concerto del genere che addirittura sembra essere un tantino superiore di quello dei Giant uditi prima. La set list è una riscoperta dei loro dischi e precisamente da quando si chiamavano Jefferson Starship. Infatti, dopo l’iniziale “Layin’ It On The Line” udiamo la tirata e ipnotica “Jane” e la martellante “Stranger” dal suono abbastanza fusion. Vengono pescate dall’archivio anche pezzi dei Jefferson Airplane, primissima genesi della band, come la cupa e inquietante cover “White Rabbit” e l’orecchiabile “Somebody To Love”, cover scritta da Grace Slick e dai The Great Society e interpretate entrambe da una megagalattica e carismatica Foster. La cantante si muove bene in coppia con Mickey e oltre a duettare con il vocalist americano suona i tamburelli e partecipa ai cori delle song. Da segnalare anche la bluseggiante cover dell’americano Elvin Bishop, “Fooled Around And Fell In Love”. Non mancano la malinconica e romantica ballata “Sara”, la famosissima “Nothing’s Gonna Stop Us Now”, contenuta anche nella colonna sonora della commedia Mannequin del 1987 e “Wild Again” inserita nel film Cocktail con Tom Cruise. Gli impeccabili Starship arrivano alla fine dello spettacolo tra ovazioni, applausi e cori da stadio che fanno capire come gli amanti del Festival siano rimasti soddisfatti ed estasiati del loro pop/AOR ottantiano senza tempo. Si è fatto tardi e soddisfatto scappo di corsa  dal locale perché domani ci sarà di nuovo un bel tour de force.

Scaletta:

01. Layin’ It On the Line
02. Jane
03. Sara
04. Wild Again
05. Nothing’s Gonna Stop Us Now
06. Set The Night To Music
07. White Rabbit
08. Somebody To Love
09. Fooled Around And Fell In Love
10. Stranger
11. It’s Not Enough
12. We Built This City
13. Find Your Way Back

Formazione:

Mickey Thomas – Voce e chitarra ritmica
Chelsee Foster – Voce
August Zadra – Chitarra solista e cori
Jeff Adams – Basso e cori
Phil Bennett – Tastiere e cori
Darrell Verdusco – Batteria e cori

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