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Questo The Moth rappresenta certamente uno dei progetti più ambiziosi della carriera di Devin Townsend. Si tratta di un lavoro concepito nell’arco di quasi un decennio, che l’artista stesso ha definito come una sorta di opera della vita, un punto di arrivo in cui convergono le sue molteplici direzioni creative. E, soprattutto, è il momento in cui — rispetto all’ultimo disco, che pur avendo apprezzato moltissimo mi è sembrato stare più sul sicuro — Devin decide di giocarsi tutto.
L’album si presenta come un’opera ampia e stratificata, articolata in numerose tracce e costruita secondo una logica quasi sinfonica. Più che una semplice raccolta di canzoni, The Moth funziona come un vero e proprio percorso sonoro, in cui si alternano momenti di forte intensità orchestrale ad altri più intimi o frammentari. In questo senso, il disco include brani brevi, talvolta quasi interludi, accanto a composizioni più estese, seguendo una struttura che richiama quella delle suite o degli affreschi musicali di grande respiro.
Dal punto di vista stilistico, Townsend porta qui all’estremo il suo linguaggio: il progressive metal si intreccia con arrangiamenti orchestrali imponenti, cori stratificati e una produzione densissima, quasi totalizzante. Il risultato è un suono monumentale, spesso vicino a una dimensione cinematografica. Non a caso, alcuni brani come “Prepare For War” (che non so come ma mi ha ricordato delle atmosfere degli ultimi lavori di Jon Oliva – strani scherzi fa il cervello!) e “The Big Snit” sono una vera carica di energia e incarnano perfettamente l’incontro fra spinta prog metal e respiro orchestrale, mentre “Home At Night” (ma che bel pezzo!) mostra ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, il controllo vocale, la preparazione e il gusto compositivo di Townsend.
Fondamentale, in questo senso, è anche la formazione che lo accompagna, come sempre di altissimo livello, insieme alla Noord Nederlands Orkest, che contribuisce in modo determinante alla profondità e alla ricchezza sonora dell’opera. Il tutto è sostenuto da quella produzione maniacale e curatissima che è ormai una firma inconfondibile del musicista canadese.
Uno degli aspetti che mi ha entusiasmato maggiormente è il ritorno di Anneke van Giersbergen, presenza fondamentale in “Stained Hearts”, che si affianca all’ottima Lynn Wu. Ed è proprio nelle canzoni in cui compare la cantante olandese — vera musa vocale, dal mio punto di vista parte femminile capace di completare l’universo espressivo di Townsend — che il disco raggiunge alcuni dei suoi momenti più alti. Brani come “Covered by Causes”, otto minuti di pura emozione, rientrano fra i miei preferiti e rappresentano forse al meglio l’essenza del lavoro: qui le diverse anime vocali di Devin si intrecciano in modo perfetto con quelle delle colleghe, dando vita a un equilibrio espressivo di grande intensità.
Sul piano tematico, l’album si muove su un terreno fortemente simbolico e introspettivo. La figura della falena — la “moth” del titolo — diventa una metafora del desiderio di trasformazione e della tensione verso qualcosa di luminoso, ma anche potenzialmente distruttivo. Ne deriva un percorso interiore che si sviluppa attraverso immagini, stati emotivi e passaggi di intensità variabile.
È anche un disco difficile da assimilare, che non arriva subito. Personalmente, ho fatto fatica all’inizio, anche perché il mio processo di recensione è piuttosto strutturato: ascolto il disco per qualche giorno senza leggere nulla, per farmi un’idea senza influenze; lo ascolto a pezzi, quando capita, per ambientarmi; poi passo all’ascolto completo, raccogliendo informazioni e focalizzandomi sui singoli brani; infine annoto ciò che mi colpisce di più, in positivo e in negativo, e solo a quel punto scrivo.
In questo caso, però, non sono riuscito ad applicare la prima fase, perché questo disco è un tutt’uno, deve essere ascoltato, vissuto, metabolizzato nella sua interezza. È un’opera metal, una vera e propria colonna sonora: come quando si guarda un film, che va visto dall’inizio alla fine per essere compreso davvero, per poi eventualmente tornare sulle singole scene. Lo stesso vale qui. Non lo si ascolta solamente, lo si vive.
All’interno della discografia di Townsend, The Moth si colloca così come un’opera radicale, totalizzante, in netto contrasto con l’immediatezza del lavoro precedente. Un disco che non cerca la via più facile, ma richiede tempo, attenzione e disponibilità, restituendo in cambio un’esperienza profonda e stratificata, aperta a molteplici livelli di interpretazione. TOP ALBUM



