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Stramaledetta malinconia. È l’età, lo so, non posso farci nulla se ogni parto dei Flots è un naufragio nei ricordi. A.K. e compagnia sono come vecchi amici con cui si è fatto bisboccia negli anni migliori, sempre pronti a farsi carico di ansie e crucci in cambio di un paio di birre.
Una nostalgia canaglia a cui è facile aggrapparsi da entrambi i versanti, tanto forte è il richiamo del passato. La stima incondizionata dell’intera scena e il giudizio imparziale che solo il tempo può dispensare, forniscono una comoda base d’appoggio su cui adagiarsi, evitando dispendiosi slanci compositivi; sforzi che pure c’erano stati, nel mezzo del cammino, a contrastare una stagnazione fisiologicamente inevitabile. Velleità riformiste che chi vi scrive aveva quasi sempre apprezzato, ritenendole connaturate all’essenza della compagine di Phoenix.
Come una rampa discendente, l’omonimo del 2016 ha impostato la rotta più funzionale al ciclo “nuovo disco nuovo tour” (il 7 dicembre saranno allo Slaughter Club di Paderno Dugnano), che non preveda stratagemmi autocelebrativi. I Flotsam 2026 sono tetragoni, ma ad un passo dall’autocompiacimento: non potendo più sfruttare l’istinto della verde età né azzardare divagazioni sul tema classic thrash – che insidierebbero una credibilità riconquistata con sacrificio e rimescolii di personale – hanno ceduto alla cristallizzazione del proprio linguaggio, celando dietro a un muro di coerenza stilistica quella che pare, a tutti gli effetti, una lunga stasi creativa.
Cosa si intenda, è presto detto: The End Of Chaos, Blood In The Water e I Am The Weapon sono accomunati da intrecci e sfondi che sembrano scaturiti da un medesimo canovaccio iniziale, con variazioni di trama appena percettibili. Questo primo album per Napalm Records morde, picchia, strattona, ma lascia solo lividi sottocutanei, nonostante la giustapposizione (voluta?) fra tre blocchi di diverso peso: tellurica la cinquina iniziale, culminante nel tour de force tecnico del brano che intitola l’album; più epica e power la quaterna di mezzo, variegata e aperta a soluzioni più melodiche la tranche conclusiva, a partire dall’inno antimilitarista di “A Taste For War”. Le mie preferite? “Anthem For The Broken”, col suo passo dinoccolato da vecchia scuola, e “Not Goin’ Down That Way”, una chiusura teatrale in pieno stile Flotsam (i “Die!” di Eric non li batte nessuno). Sono le ultime due in scaletta, come dire, un paio di sforbiciate – e suoni che non ricordino Cyberpunk2077, totalmente privi di calore vivo – avrebbero reso Rats In The Temple più digeribile.
A beneficio di nuovi adepti e distratti cronici, qualche cenno sulle maestranze in gioco è doveroso: Eric Andrew Knutson resta il pilastro attorno a cui tutto ruota, the voice of thrash ha superato i sessanta, ma è ancora in grado di sbalordire, come se lo spessore delle rughe conferisse maggior profondità ad ogni sfumatura interpretativa; per meglio definire i due chitarristi è stata sviluppata una semplice uguaglianza algebrica: Gilbert + Conley = (Murray + Smith) ², un incastro simbiotico tra cuore pulsante e mente razionale. E il povero Bodily? Preso tra due fuochi, deve pure star dietro all’ipercinesia di Ken Mary, uno dei batteristi più straordinari, versatili e ingiustamente sottovalutati della storia dell’heavy metal (e del patrimonio hard rock americano… chi ha detto Alice Cooper?). Gente che ha fatto la storia, che conosce il mestiere, ma da cui un lavoro di mestiere non lo si vorrebbe mai ricevere.
I topi fuggono quando percepiscono un pericolo imminente. Sarà la furia predatoria di Flotzilla o lo scricchiolio delle colonne che sorreggono il tempio, preannunciandone la rovina?



