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In ritardo entro al bar antistante alla sala concerti di Stengade, Marcello siede solo con mezza birra nel bicchiere: “Mi sta costando molto finire questa birra”, giallastra e senza schiuma, è uguale alla birra che ho appena preso. Piatta, dolciastra, sa di lavapiatti agrumato. Davide arriva trafelato pochi minuti dopo l’inizio della band di supporto: generoso e allergico al glutine, porta un giro salvifico di Gin Tonic. Ora sì che vale la pena lasciar perdere il gruppo spalla a favore degli amici; la chiacchierata decolla in fretta e si allarga fino al banchetto del merchandise.
Grazie alla colla miracolosa della lingua italiana, ai nostri discorsi si unisce presto una nuova voce da dietro il banchetto. Peter “Pete” Menchetti, da Reno (Nevada) ma con il cuore a Napoli, si presenta umilmente come aiuto della band, ma in realtà è il promotore del tour dei TwentyOne Children. Anzi, un autentico mentore dell’underground punk internazionale: il boss della Slovenly Recordings e la mente dietro a quel delirio itinerante della We’re Loud Fest.
I racconti dei suoi festival tra Sud Italia, Americhe e Africa accendono la curiosità, ma noi vogliamo sapere dei Twenty One Children da Soweto: “Quando incontrai la band la prima volta iniziarono a suonare a casa loro su un palco improvvisato e ne uscì una festa. […] Tutto è spontaneo e DIY!”
Inutile parafrasare: il mio dito ha schiacciato REC mentre il nostro autore Davide si è pinzato a Pete.
Sotto palco in attesa dell’inizio, Marcello indica la chitarra con un sorriso: “La maggior parte degli amici della mia band si vergognerebbe di suonare quella chitarra in pubblico”. Tappezzata da adesivi strapazzati, una dozzinale sei corde economica e malconcia viene accordata.
La chitarra convenienza apre lo show con un assolo guidato dalle dita di Thula, questa volta le corde reggono, a differenza di quanto successo a Copenhell. L’entrata in corsa di Abdula Skink che apre le corde vocali e da qui non ci si ferma. Un allegra folla salta e spintona, divertita e gioiosa. In costante crescendo si affonda in quell’euforia che sospende la realtà. Il palco scompare mentre il trio si unisce alla folla, è uno di quei momenti festa in cui non si capisce bene cosa succeda, ma ti senti stranamente a casa. Inebrianti.
Il concerto scivola veloce, la scaletta viene divorata velocemente, ma il buon vino non si annacqua e 50 minuti sono il tempo perfetto per giungere al gran finale con Ice-Cube soddisfatti, felici e stanchi al punto giusto.
I Twenty One Children dal vivo riescono a polverizzare il distacco tra artisti e pubblico, quella pragmatica freddezza che nasce nelle tappe forzate tra sale di registrazione e tour infiniti. Tre ragazzi ancora capaci di suonare ogni sera su un palco diverso (ormai da molti mesi) mantenendo il calore umano del punk fatto in casa.
Quando li abbiamo visti a Copenhell era palese la tensione del più grande concerto della loro carriera, l’adrenalina di una partenza in salita e l’emozione di una risposta di pubblico inaspettata.
Oggi nella piccola Stengade ci si può lasciar trascinare da un concerto visto da vicino e sincero, intimo: un evento non da ammirare ma da sentire.
Questi tre ragazzi hanno qualcosa da dire, ma anche passione da trasmettere.
Bandcamp: https://twentyonechildren.bandcamp.com/
Youtube: https://www.youtube.com/channel/UCZe8jx-JFxfK6DMjm0z0hhA
IG: https://www.instagram.com/stories/twentyonechildren/
FB: https://www.facebook.com/profile.php?id=100093083635564
Label: Slovenly Recordings












