FRONTIERS ROCK FESTIVAL 03/05/2026 – Live Club Music Trezzo Sull’Adda (MI)


Visualizzazioni post:593

03/05/2026 : Frontiers Rock Festival (Giorno 3) – Live Club, Trezzo Sull’Adda (MI)

IT’sALIE

Transatlantic Radio

Smoking Snakes

Confess

John Corabi

Nelson

Stryper

 

Dopo un fugace pranzo nella bellissima città di Bergamo, dato che sono in veste di turista, mi catapulto nella vicina Trezzo sull’Adda per assistere all’ultimo appuntamento della riuscitissima ottava edizione del Frontiers Rock Festival. Il risultato finale è ottimo, nonostante la defezione dell’ultimo minuto di alcune band. Tutto va per il verso giusto, dall’organizzazione all’interno del locale , alla bravissima squadra di tecnici e allo staff di Serafino Perugino, che lavorano alla grande e con passione per fare in modo di portare sempre in Italia il meglio dell’hard rock melodico mondiale attirando migliaia di persone provenienti da tante parti del pianeta. Inoltre la Frontiers, proprio quest’anno, compie “30” anni e questa manifestazione è anche l’occasione per festeggiare tutti insieme questo importante traguardo. Purtroppo, come per il primo giorno dobbiamo registrare il forfait dei tedeschi Frontline, che vengono sostituiti efficacemente dagli svedesi Smoking Snakes. Il terzo giorno racchiude in se tutto ciò di buono e positivo di quello che si è vissuto nelle date precedenti confermando anche stasera la presenza di gruppi melodici di alta qualità. Con gli headliner Stryper si raggiunge poi il top con un sound heavy metal che si discosta dal rock melodico e dall’hard rock melodico anche se, in generale, qualche venatura AOR è presente in molte loro composizioni. Sarebbe bello avere in futuro più gruppi metal non per stravolgere il Frontiers Rock Festival ma per allargare la fascia di utenza anche perché la label italiana ha parecchie formazioni di quel genere tra le proprie fila.

IT’sALIE

L’arduo compito di ricominciare e indirizzare la serata verso il clou con gli Stryper spetta ad una band italiana dal nome alquanto strano: It’sALIE capitananti dall’ottima Giorgia Colleluori (Eternal Idol, Sinner e Rock Meets Classic) e aiutata dal fratello Camillo alla batteria. Purtroppo manca il famoso Matt Sinner al basso, sostituito dal bravo Mirko Caso ma il gruppo italico scalda comunque un pubblico ancora in fase di rodaggio e un po’ in dormiveglia. Per fortuna i ragazzi danno la sveglia con i loro cavalli di battaglia, come la tambureggiante “Believers Of leaders” e “Death Road” prese dall’ultimo disco in studio chiamato: Wild Games. La prima è un classico hard rock in cui spicca la squillante e acutissima voce della cantante italiana, ma anche l’ipersonico e prolungato assolo chitarristico dell’eccellente Leonardo Duranti. La seconda è più veloce e con un impetuoso groove guidato da massicci riff di basso e potenti colpi di batteria ma anche da taglienti giri di chitarra e assoli chitarristici sovrastati solo dalle incazzate e rabbiose corde vocali della scatenata Giorgia. I pezzi sono melodici e abbastanza moderni ma il combo italico accentua molto la robustezza creando in certi momenti un sound più duro. La frontwoman canta benissimo con forza e grinta che inevitabilmente contagiano tutto il resto della formazione ma soprattutto il buon pubblico in sala che minuto dopo minuto aumenta considerevolmente. La super melodica e adrenalinica cover di Sammy Hagar “One Way To Rock” è la ciliegina sulla torta di una prestazione ben riuscita e in cui la perfetta resa vocale di Giorgia cattura lo spirito e l’attitudine del rock and roll! Indubbiamente una delle migliori sorprese del Festival che la gente apprezza con scroscianti applausi.

Scaletta:

01. Death Road
02. Living In The City
03. Waiting For The Rain
04. Believers Of Leaders
05. One Way To Rock
06. Gates Of Faith
07. Fire

Formazione:

Giorgia Colleluori – Voce
Leonardo Duranti – Chitarra
Mirko Caso – Basso
Camillo Colleluori – Batteria

Transatlantic Radio

Il popolo del festival continua ad aumentare e quelli come me presenti sin dall’apertura degli It’sALIE sono già riscaldati e vogliosi di proseguire questa lunga maratona sonora. I Transatlantic Radio vengono dagli USA e sono la nuova creatura del bassista e produttore svedese Victor Brodén il quale più che scandinavo è ormai diventato uno statunitense d’adozione per i tanti anni passati a Los Angeles. Questo super gruppo assemblato da Victor comprende Mattias Osbäck al microfono, il leggendario chitarrista RJ Ronquillo, il batterista Chris Reeve e il tastierista/produttore Fred Kron. Dalla prima song: “The Good Times” si ode da subito una soave melodia, degli armonici arrangiamenti ed una voce pulita e passionale aiutata dagli alternati cori degli altri membri. Insomma puro AOR a stelle e strisce senza fronzoli o contaminazioni di nessun tipo. Il songwriting ottantiano alla Journey è atmosferico e radiofonico in tutte le canzoni anche se il brano “Wide Awake” risulta più graffiante nei riff chitarristici e l’ugola di Mattias è più rauca del solito anche se si ammorbidisce nel ruffiano e indovinato ritornello. Proprio la ricerca di ammalianti refrain, vedi la riuscitissima “All For You”, è l’asso nella manica dei musicisti ma gli assoli del virtuoso Ronquillo danno ai pezzi un tocco più hard coinvolgendo positivamente anche la sezione ritmica in un lavoro indubbiamente robusto. Fred Kron alle tastiere merita la lode per il suo prezioso contributo nello spargere i suoi tocchi magici e i suoi assoli in tutte le composizioni. Il momento migliore è comunque la cover dei Signal “Arms Of A Stranger”, un vero e proprio omaggio alla compianta Marcie Free, scomparsa l’anno scorso, che suscita il rispettoso consenso dei presenti. In poco tempo i Transatlantic Radio offrono le canzoni più significative del loro album di debutto Midnight Trasmission dimostrando di essere una nuova e riuscita scommessa da parte della Frontiers. Buona prestazione e altra piacevole sorpresa di una kermesse che ci offre un’altra band dal pomposo e melodicissimo sound sostenuto prevalentemente dalla chitarra elettrica e dalla tastiera. Non originali ma veramente bravi.

Scaletta:

01. The Good Times
02. Wide Awake
03. All For You
04. Arms Of A Stranger
05. That’s What You Get (For Falling In Love)
06. City Of Angels

Formazione:

Mattias Osbäck – Voce solista e cori
RJ Ronquillo – Chitarra
Victor Brodén – Basso
Fred Kron – Tastiera
Chris Reeve – Batteria

Smoking Snakes

Gli svedesi Smoking Snakes si ritrovano quasi per caso a questa edizione del Festival per via della mancanza dei Frontline e con un genere completamente diverso rispetto ai tedeschi. Ma nonostante il poco preavviso mettono su uno show scoppiettante e travolgente che alla fine è sicuramente una delle esibizioni più forti dell’odierna scaletta. Il quartetto nordico preme da subito il piede sull’acceleratore già con la martellante “Angels Calling”, sciorinando un hard rock veloce e pesante con alla base degli straordinari cori e dei grandi assoli di chitarra accompagnati da una buona melodia di fondo. Il genere è quello classico dello sleazy metal ottantiano influenzato dai Motley Crue, dagli L.A. Guns e dai W.A.S.P. solo per citarne alcuni. Qui propongono prevalentemente le canzoni del loro album di debutto del 2024: Danger Zone ma allo stesso tempo danno un assaggio di quello che dovrebbe uscire nell’imminente prossimo album. Tracce come “Pleasure And Pain” e “Brocken Heart” fanno letteralmente impazzire una caldissima e rumorosa platea che li incoraggia senza sosta dall’inizio alla fine. A parte lo sporco e il grezzo sound i quattro vichinghi di Goteborg colpiscono in positivo per il curato e inconfondibile look, tipico di quel periodo storico e pure per la grande padronanza della scena con un infernale Brett Martin alla voce e alla chitarra elettrica. Nel complesso anche gli altri membri non scherzano in quanto riescono con disinvoltura a sviluppare una massiccia potenza di fioco che cala fisiologicamente solo sul finale. La prova offerta è di assoluto valore e la voce di Brett aggiunge quella caratteristica tipica dello sleazy-metal nordico che non guasta mai. Brani come “Pleasure And Pain” e “Brocken Heart” fanno letteralmente impazzire il pubblico che li omaggia e sostiene per tutta la durata del loro tellurico live.

Scaletta:

01. Angels Calling
02. Sole Survivor
03. Run for Your Life
04. There Is No tomorrow
05. Rocking To The Morning Light
06. Pleasure & Pain
07. Lady Luck
08. Restless And Wild
09. Who Am I
10. Excited

Formazione:

Brett Martin – Voce e chitarra ritmica
Andy Delarge – Basso e cori
Stan Ricci – Batteria e cori
Leo Razor – Chitarra solista e cori

Confess

Mi viene da pensare che in Svezia siano tutti musicisti vista la quantità di gruppi e artisti sproporzionata agli effettivi abitanti dello Stato scandinavo. A parte questa spiritosa considerazione, si ritorna ancora a citare questo stupendo Paese europeo con i giovani Confess i quali offrono una serie di brani molto pesanti e a tratti anche oscuri che tendono al metal ma che in realtà sono il frutto di un miscuglio tra il metal di stampo europeo e il glam metal statunitense. Siamo di fronte a qualcosa di nuovo per il Frontiers Rock Festival e se aggiungiamo l’ottima e aggressiva presenza scenica si può ben dire che i Confess sono un’altra gradita novità. Il mastotondico leader John Elliot, cantante pure dei celebri Crashdiet è una vera forza della natura che si abbatte, con la sua tenebrosa voce e il suo corpulento fisico, sullo stupito e attento Live Club. Sentire qualcosa di diverso spezza in un certo senso la normale monotonia di questa tre giorni canora e porta anche del dinamismo e della sana curiosità. In effetti a parte il robusto sound dei vichinghi colpisce, come già scritto prima, la loro attitudine e la loro bravura nello stare sul palco. Piacciono e coinvolgono nell’immediatezza la nuova “Metalmorphosis” che nei primi giri di chitarra elettrica sembra di sentire la stessa melodia di “Fear Of The Dark” degli Iron Maiden. La song poi accelera rapidamente con un suono martellante ritrasformandosi varie volte e alternando momenti riflessivi e ambientali ad altri più combattuti. Meglio i brani successivi come la vivace e corale “The Warriors”, pezzo di puro glam o l’ultra melodica ”Wicked Temptation”, pezzo di hard rock melodico caratterizzato da dei mielosi campionatori di sottofondo che lanciano un super melodico ritornello interpretato bene dalla rauca ugola del cantante svedese. Non scherza la cadenzata e tirata “Haunting You” e neppure la loro versione della cover di Graham Lyle “What’ s Love Got To Do Whit it”, qui proposta in una riuscitissima versione metal che fa impazzire di gioia una scatenata platea. Stasera i Confess si confermano come una delle realtà più interessanti e massicce del vecchio continente e capaci di alzare il tasso adrenalinico di un popolo in attesa dei pezzi grossi di giornata.

Scaletta:

01. Malleus
02. Metalmorphosis
03. The Warriors
04. Strange Kind oOf Affection
05. Haunting You
06. Wicked Temptations
07. What’s Love Got To Do With It

Formazione:

John Elliot – Voce
Samuel Samael – Batteria
Ludwig Nordlander – Chitarre
Asser Hakala – Chitarre
Lucky – Basso

John Corabi

I John Corabi And Friends sono un altro super gruppo di musicisti al servizio dell’ex cantante dei Motley Crue. Si tratta di nomi importanti della scena rock internazionale, come Michael Devin (Whitesnake), Paul Taylor (Winger), Jeremy Asbrock, Troy Lucketta (Tesla) e Marti Frederiksen. Questa è un’altra parte importante di questa lunga e conclusiva giornata e Corabi non delude di certo; in fondo è un uomo carismatico che sa cantare con una timbrica inconfondibile e suonare bene la chitarra ma soprattutto è un grande intrattenitore e riesce a tirare il pubblico dalla sua parte. Diciamo che oggi il compito è ancora più facile in quanto qui la gente ha il palato fine e segue la band con attenzione ed entusiasmo. La prima “New Day”, presa dal suo ultimo disco in studio apre le danze con un inizio potente mostrando la sicurezza e l’esperienza di un uomo navigato e attorniato da pezzi da novanta. Se pensate che suoni solo metal o hard rock melodico siete allora fuori strada in quanto, John pur cantando con i The Dead Daisies, sforna un suono genuino e caldo tipico del Southern Rock aggiungendo poi un pizzico di funky. L’unica canzone della sua band attuale è il rock and blues di “I’m Gonna Ride” mentre dai Motley Crue propone la ritmata e arpeggiante “Hooligan’s Holiday” cantata con molto pathos. ll risultato finale è quello di ascoltare delle splendide canzoni che dal vivo rendono di più, portando a saltare e a canticchiare per tutto il tempo. Segue la nuova “That Memory”, dal disco New Day, dove la spensierata e allegra atmosfera sudista guida la melodia. La rauca ugola di John e gli assoli chitarristici di Jeremy Asbrock sono la ciliegina sulla torta riuscendo a scaldare i cuori e l’anima dei presenti. Piace anche la sensuale e armonica “1969”, che ricorda gruppi del passato come i Creedence Clearwater Revival. La set list però pesca anche da ciò che l’artista ha fatto in passato, come per esempio la battente “Do Your Ow Thing” degli Union o la tambureggiante cover “Midnight Moses”, qui in una versione roccheggiante, della The Sensational Alex Harvey Band. La gemma finale è comunque la massiccia e melodica “Man In The Moon” dei The Scream, in cui la sua ruvida ugola e la sua efficace interpretazione fanno ancora breccia su un pubblico in delirio. Con Corabi abbiamo quindi, per circa un ora una bella atmosfera anni’ 70 che si alterna agli ‘80 e a questa sua nuova propensione verso il souther rock e il funky suscitando vibrazioni ed emozioni che rimangono impresse nella mente di tutti. Alla fine i cori, le mani alzate e gli applausi sanciscono la fine di un riuscitissimo ed autentico spettacolo, dove John alterna grinta e forza a momenti invece più riflessivi e lenti. Tutto dipende dal brano che interpreta perché in realtà non ci deve essere fretta nella vita ma solo prendersi i tempi giusti in base agli avvenimenti positivi o negativi che arrivano. John Corabi lascia sinceramente un bel ricordo ricordando a tutti di essere ancora un fuoriclasse e uno dei migliori frontman rock in circolazione.

Scaletta:

01. New Day
02. That Memory
03. I’m Gonna Ride
04. One More Shot
05. Do Your Own Thing
06. When I Was Young
07. 1969
08. Hooligan’s Holiday
09. Midnight Moses
10. Man In The Moon

Formazione:
John Corabi – Voce
Jeremy Asbrock – Chitarra
Troy Luccketta – Batteria
Paul Taylor – Tastiera
Michael Devin – Basso

Nelson

Appiccicato alle transenne e stretto da tutti i lati come una sardina cerco di sgranchirmi le gambe dato che stare fermi per parecchie ore non è proprio il massimo. La stanchezza scompare quando sul palco entrano i gemelli Matthew e Gunnar Nelson e il loro seguito. Anzi, primano entrano i musicisti quando le luci sono ancora soffuse e poi, per ultimi, i due artisti accolti trionfalmente da una platea curiosa di vedere e sentire cosa possa dare ancora questa coppia dopo tantissimi anni dal suo importantissimo successo. Il tuffo nel passato dei Nelson comincia con la strumentale “Fill You Up”, per poi proseguire con la rapida e robusta “Desire”. I ragazzi sono in forma smagliante sia per ciò che riguarda la loro pulitissima voce e sia per la qualità del loro suono, semplicemente perfetto. Dire di essere rimasto sbigottito è poco, ma la stessa sensazione la noto con gli amici che ho a fianco i quali mi fanno evidenti cenni di consensualità. “More Than Ever” è il pezzo che innesca la miccia dello show e che fa anche infiammare la gente del Festival. Anche l’aspetto visivo è importante: Matthew al basso con il suo cappello rosso e nero non sta fermo un secondo nonostante debba suonare e cantare allo stesso tempo, idem per il fratello Gunnar che con la sua chitarra elettrica si impadronisce della scena spostandosi e cantando su tutti e due i lati del palcoscenico. Sembrano non essere mai invecchiati e in effetti fisicamente stanno benissimo. Oltre a pescare dal primo disco, la loro scaletta verte pure sul bellissimo album Lightning Strikes Twice, da dove ripescano l’avvolgente ballata acustica “To Get Back To You” che porta ad accendere in sala gli smartphone creando così una bella atmosfera romantica. Lo stesso effetto suscita la melodica “How Can I Miss You?”, dove Gunnar parte in quarta con un prolungato e morbido suono di chitarra elettrica per poi aumentare l’intensità aiutato dall’ingresso vocale di Matthew e culminante poi in un orecchiabilissimo ritornello. Siamo probabilmente nella parte più emozionante e commovente dello spettacolo e il popolo rocchettaro applaude intensamente e canta insieme ai propri idoli da qui fino all’ultima song. In mezzo a questo amato amarcord i gemelli anticipano il nuovo singolo “Streamroller”, che segue coerentemente la strada sonora del puro AOR americano e che probabilmente sarà inserito nel nuovo e prossimo album in studio. L’ultima “(Can’t Live Without You) Love And Affection”, è uno dei simboli della loro musica in quanto unisce il pop rock e il country rock californiano. Entrambi i generi sono poi esaltati da delle azzeccate armonizzazioni interpretate e cantate in duetto in modo stellare. Questo è l’ultimo tassello fondamentale di un epico e indimenticabile spettacolo che tutti i partecipanti, me compreso, non dimenticheranno facilmente per via dell’allegria e della nostalgia trasmessa. Neanche a dirlo anche qui abbiamo un’acclamazione assoluta da parte dell’intero Live Club.

Scaletta:

01. Fill You Up
02. (It’s Just) Desire
03. More Than Ever
04. Two Heads Are Better Than One
05. To Get Back To You
06. I Can Hardly Wait
07. How Can I Miss You
08. After The Rain
09. Everywhere I Go
10. Steam Roller
11. (Can’t Live Without Your) Love And Affection

Formazione:

Matthew Nelson – Voce e basso
Gunnar Nelson – Voce e chitarra
jj Farris – chitarra
Danny Roselle – Tastiera e chitarra
David Keith – Batteria

Stryper

Appena la leopardata Cassidy Paris annuncia, a suon battutto, gli Stryper come per magia non sento più la stanchezza e i dolori ai muscoli che mi avevano attanagliato qualche ora prima. Sì, per me questo è il primo miracolo di questa christian metal band, accolta calorosamente da un boato sentito probabilmente in tutto il paese di Trezzo. Michael Sweet è uno dei migliori cantanti della storia del metal e anche stasera lo dimostra ampiamente già dalle prime battute della potentissima e ritmata, “Sing-Along Song”, estrapolata dal disco To Hell With The Devil, con un urlo iniziale degno di nota e poi dopo con un cantato pulito e indistinguibile. Attorno a lui un gruppo di fedeli devoti, compreso l’ottimo fratello Robert Sweet alle pelli, che macinano elettriche e taglienti note. A proposito di miracoli, l’altro è sentire e guardare Michael avere superato i suoi problemi di salute e soprattutto vedere il fortunato Oz Fox alla sei corde elettrica guarito dopo il male che lo aveva colpito. A pensarci bene i californiani sono venuti di recente al Festival, prima che scoppiasse il covid, nel lontano 2018 e nonostante siano passati otto anni sono davvero in grande spolvero. Vestiti di nero, con gli strumenti di colore giallo nero e con il loro logo riportante il versetto della profezia biblica 53:5 del profeta Isaia, suonano, per la gioia di tutti, con una carica ed una adrenalina indescrivibili devastando i timpani di chi sta, come me, sotto il palco ma anche di quelli che si trovano sulle retrovie. L’effervescente, melodica e corale “Calling On You” è il classico cavallo di battaglia che non può non mancare infiammando così il locale in un batter d’occhio grazie anche al modo convulso e rapido di suonare la batteria di Robert. Il batterista picchia le sue pelli come se non ci fosse un domani, seguito dal grande lavoro di basso di Perry Richardson che, per i miei gusti, è troppo statico e sempre fermo nella sua posizione originaria. Praticamente non si sposta mai sul lato destro del palco per prendersi i meritati applausi anche di questa parte del locale. Il singer è in gran forma, non solo vocalmente, ma anche con la sua fedelissima chitarra elettrica, come nella successiva e tirata “Free”, canzone potente e melodiosa presa sempre da To Hell With The Devil che i ragazzi sembrano amare alla follia dato che i primi tre brani sono pescati proprio da quel celebre platter. L’atmosfera celestiale e paradisiaca in platea sale a livelli estremi perché ci si sente tutti coinvolti e ipnotizzati da così tanto fragore. Si salta, si balla, si cerca di pogare in qualche assolo e si applaude all’unisono senza sosta coinvolti dall’ottimo intrattenitore e dal grande comunicatore Michael Sweet. Non mancano altre canzoni incantevoli e adrenaliniche che non possono non esserci in un loro concerto. Penso alla tellurica e spietata “Loud’N’clear”, alla massiccia e martellante “The Rock That Make Me Roll”, alla cadenzata e battente “All For One” e infine alla struggente ballata “Always There For You” che porta delle armonie più leggere e sognanti rispetto agli standard del quartetto. La chicca degli Stryper è però la cover, “Breaking The Law”, vero e sentito omaggio ai Judas Priest e interpretata in modo più aggressivo e potente rispetto all’originale. Il Live Club è ormai una bolgia incontenibile e qui la band cala i suoi recenti successi, come la incisiva e melodicissima “When We Were Kings” e la ritmata “The Walley”. Non tutto però fila liscio; il cantante statunitense ha un incidente tecnico con la caduta a terra e con la consequenziale rottura di un apparecchio acustico che un po’ lo penalizzerà nel finale. Lo stesso avviene con un leggero e fisiologico calo di voce sicuramente provocato dall’operazione avuta qualche tempo fa, ma nulla di grave però! Da campione qual è, prosegue brillantemente con la chiusura affidata alla grintosa “Soldiers Under Command”, e alla galoppante “To Hell With The Devil”, entrambe sostenute dai prolungati e fulminanti assoli chitarristici di Oz Fox e dello stesso Sweet. Per stasera il Festival espia egregiamente i propri peccati verso quella totale conversione prospettata da questi quattro profeti metallari provenienti dal nuovo continente. La benedizione data al pubblico e il lancio di mini vangeli conferisce al loro live un senso di spiritualità religiosa completando così l’ultimo miracolo. Quale? Innanzitutto quello di esserci divertiti con loro, rivisti di nuovo e soprattutto di aver goduto di queste tre magnifiche giornate perché anche questo è un dono di Dio. Non diamo nulla per scontato! La vita stessa è un miracolo e probabilmente gli Stryper ce lo ricordano anche nella loro terza presenza al mitico Frontiers Rock Festival. Amen!

Scaletta:

01. Sing-Along Song
02. Calling On You
03. Free
04. Loud ‘N’ Clear
05. The Rock That Makes Me Roll
06. Sorry
07. Breaking The Law
08. No More Hell to Pay
09. All For One
10. More Than A Man
11. Divider
12. Always There for You
13. When We Were Kings
14. The Valley
15. Soldiers Under Command
16. To Hell With The Devil

Formazione:
Michael Sweet – Voce solista, chitarra solista e ritmica
Robert Sweet – Batteria e percussioni
Oz Fox – Voce, chitarra solista e ritmica
Perry Richardson – Voce e basso

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.