Messa


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Messa 

Fautori di uno stile occulto e sperimentale e orgoglio italiano all’estero, i Messa sono stati da noi raggiunti per fare il punto sul loro ultimo album, Close, uscito lo scorso marzo su Svart Records.

Ciao ragazzi, innanzitutto è un piacere avervi ospiti sul nostro sito e grazie dell’intervista.

Grazie a voi dell’interesse!

Il vostro disco Close è uscito ormai da qualche mese e le recensioni in rete sono tante. C’è qualcosa che vi piacerebbe far notare agli ascoltatori o ai recensori e che magari rischia di passare inosservato con un ascolto troppo frettoloso?

Dal nostro personale punto di vista, pensiamo che Close sia un disco da ascoltare nella sua interezza. Abbiamo prestato molta attenzione alla scaletta, in modo che un brano portasse in maniera fluida e naturale all’altro. Scegliere i singoli del disco è stato più complesso del previsto, proprio perché sentivamo l’esigenza di mantenere il significato originario dell’album stesso.

Un dettaglio di cui poche persone si accorgono è che il basso impiegato su Close è un basso ad otto corde!

Il brano “Orphalese” è ispirato all’opera « Il Profeta » di Kahlil Gibran: quali altre influenze letterarie, fotografiche o cinematografiche hanno portato alla realizzazione di questo disco?

Siamo condizionati naturalmente da tutto ciò di cui facciamo esperienza nelle nostre vite. Assistere ad un concerto dei Dead Can Dance nel 2019 è stato letteralmente cruciale per la composizione di Close. Possiamo dire che alcuni dei gruppi più citati in fase di registrazione e composizione del disco sono stati proprio loro, assieme a Beatles, Killing Joke, Swans, Om. Anche la musica araba e la flamenco hanno avuto un ruolo importante. Artisti come Paco Peña, Umm Kulthum e Lole Y Manuel sono stati una grande fonte di ispirazione.

L’album offre diverse contaminazioni sonore, tra le quali il blues e il jazz, così come l’uso di strumenti musicali non convenzionali al metal. Intanto vi chiedo se li suoniate voi direttamente, quanto impegno ciò comporti e se sia stato un percorso piuttosto naturale.

Le parti di oud registrate su Close sono state suonate da Alberto. Sicuramente per lui è stata una sfida. Questo affascinante strumento a corde senza tasti permette di produrre i cosiddetti microtoni, che sono tipici della musica mediorientale. Non è stato semplice avvicinarsi ad uno strumento così complesso; ha richiesto molto tempo e pazienza. Ci siamo spinti spontaneamente ad un certo tipo di sonorità, ma ti possiamo dire che ha richiesto impegno svilupparle!

Anche sul precedente Feast For Water Alberto si era dedicato ad un altro strumento assieme alla chitarra, il pianoforte Rhodes. Su Close ci siamo avvalsi dell’aiuto di Giorgio Trombino (Assumption, Bottomless) per alcune parti di sax e di duduk (un tipico flauto armeno in legno di albicocco).

Considerando quindi l’intreccio di diversi aspetti, a vostro avviso qual è la strategia migliore per trovare un equilibrio tale da rendere i brani scorrevoli e ipnotici, senza cadere nell’eccesso e nel virtuosismo che possono appesantire l’ascolto?

Risposta breve e sincera: ore infinite, confronti continui, studio preciso degli arrangiamenti.

Una delle tematiche concettuali e visive di Close è legata alla nakh, danza rituale berbera presentata sia sulla copertina del disco sia come protagonista del singolo “Pilgrim”. Volevo chiedervi se avete mai pensato di integrare questo ballo caratteristico coinvolgendo le artiste del video o affini, anche all’interno dei vostri concerti.

Ci abbiamo pensato per qualche occasione, ma purtroppo non è tanto facile, per questioni logistiche! Ci piacerebbe molto e magari in futuro riusciremo a proporre un’esibizione di nakh durante qualche concerto.

Celebri sono già le vostre apparizioni a festival importanti come il Roadburn e l’Hellfest, ma vorrei mi raccontaste del vostro concerto a Braunschweig, in un posto decisamente suggestivo…

È stata un’esperienza intensa in un luogo fuori dal comune! Il posto influenza l’esecuzione stessa, così come i luoghi in cui viviamo hanno impatto sulla nostra attività artistica. La chiesa in cui abbiamo suonato si prestava molto bene al tipo di musica che facciamo, l’atmosfera era davvero bella e il pubblico è stato molto partecipe. Eravamo a metà del nostro tour europeo di aprile 2022 ed è stato piacevole spezzare la routine suonando in un luogo così insolito. Un brano del concerto è stato filmato dalla Black Rainbow Productions,ed è visibile qui:

Rimanendo appunto in tema, continua la vostra attività dal vivo alternando date da festival prestigiosi a realtà minori. Cosa apprezzate maggiormente di entrambe le situazioni?

Suonare ad un festival con molta presenza crea molta adrenalina. È un tipo di esperienza più rock. Ad essere totalmente sinceri, ci piace suonare ai festival anche perché spesso abbiamo pure noi la possibilità di vedere gruppi che ci piacciono! Di sicuro, i festival permettono anche di vedere amici da tutte le parti del mondo con i quali abbiamo stretto rapporti negli anni. Sembra un cliché ma è una bella occasione per ritrovarsi.

Dei concerti nei club invece ci piace il rapporto più stretto che si crea con il pubblico. L’atmosfera è più intima e spesso l’ascoltatore è più attento.

Per concludere, Close è un album che in un certo senso si sviluppa da sentimenti ed esperienze scaturiti durante la pandemia all’interno di un viaggio spirituale e rituale, eppure il titolo letteralmente indica vicinanza e concretezza. La scelta del titolo rappresenta un punto d’arrivo in questo viaggio oppure un’utopia?

Close è un titolo che Sara ha proposto molto tempo prima delle registrazioni del disco. Abbiamo subito pensato che fosse un termine chiave per comprendere la musica in tutte le sue sfaccettature e lo abbiamo scelto immediatamente. Questo album è stato l’emanazione diretta del nostro desiderio di fuggire verso mete lontane, di intraprendere un viaggio tanto con la mente quanto con lo spirito. A livello concettuale, uno degli obiettivi che ci siamo posti era quello di fare viaggiare l’ascoltatore.

       

 

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