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Prologo
Il self-titled delle Witch Club Satan (WCS) è quell’album che avrei voluto recensire dal primo ascolto, ormai due anni fa. Mi sono sempre tirato indietro, salvo poi non resistere a recensire con entusiasmo ogni sviluppo del loro progetto attraverso i loro live memorabili con John Cxnnor (a Copenhell, Vega e Roskilde). Insolente, vi offro una meta-recensione incompleta. Non è (solo) egocentrismo: è una questione di approccio artistico alla musica metal del trio norvegese.
Entrai in possesso di uno dei 666 album delle WCS nel 2024, quasi contemporaneamente al disco di debutto di un gruppo locale per molti versi molto affine, le Vulvatorius. Vidi i concerti di entrambi i gruppi, ma mentre per le Vulvatorius la connessione tra musica e show live apparve immediata, per le WCS qualcosa strideva tra la registrazione e la sua trasposizione live, come se mancasse un elemento narrativo fondamentale.
A complicare l’indagine, il gruppo al tempo era restio ad apparire in interviste per conservare un alone di mistero. Dopo due anni di compiti a casa, non sono riuscito a mettere il sangue sulla carta, dunque vi lascio le scribacchiature. Proprio ora che il disco torna finalmente disponibile in ristampa.
Lost-in-translation
Rapito da una rara curiosità dopo gli incredibili 10 minuti di esibizione delle WCS con John Cxnnor a Copenhell, mi butto alla caccia di biglietti per il loro prossimo show. Piovoso autunno nella venue di RUST, le WCS sono l’headliner, aperte proprio dalle Vulvatorius. “Black metal is krig”, “Birth”, “Mother”: il suono delle WCS strabocca di black metal, eppure la sensazione non è paragonabile al black metal che consumo abitualmente. Forse sono traviato dall’energia punk del gruppo spalla?
Tornato a casa riascolto il disco, e non ha lo stesso sapore; rimando la recensione sia del disco che del concerto.
Qualcosa non è andato perso (o meglio, è stato trovato) nella traduzione in atto. Durante il successivo anno le ascoltai in altre due occasioni con John Cxnnor. Sono giunto alla realizzazione che, paradossalmente, la vera essenza del progetto WCS è la continua evoluzione e irrepetibilità dell’arte teatrale. WCS è teatralità; l’LP Witch Club Satan è la dichiarazione di intenti che ha dato il via a un percorso in cui la band non ha mai provato a riprodurre la musica del disco, ma a re-interpretarla a servizio dello show.
Witch Club Satan S/T
Dopo aver abusato della vostra pazienza, provo a recensire questa dichiarazione musicale unica.
Lato- A: Black Metal di Rara Forgia
Il disco si apre con “Birth”: il metallaro all’ascolto viene subito appagato da urla graffianti e un ritmo di batteria marciante, tutto ben amalgamato da sfuocate chitarre distorte. È una lenta salita all’apice delle montagne russe, come chi ascolta black metal ben sa. Pochi secondi e parte la batteria pestata al ritmo accelerato, il pummeling che aspettavamo. La melodia di chitarra addolcisce gli spigoli degli spuntoni del gatto a nove code quel tanto che basta a rendere contundenti le flagellate ritmiche, sferzate a dosi interrotte da stacchi netti. Prima traccia: tutto confortevolmente metal.
Il loro cavallo di battaglia, “Fresh Blood, Fresh Pussy” attacca subito. Le pelli sono pestate con violenza più che con precisione, la chitarra si fa essenziale. Una traccia scarna come il punk che rivela la vera natura delle WCS. La tematica femminista si fa spazio in maniera prepotente; un messaggio diretto e non diluito da virtuosismi, di cui la melodia è supporto funzionale. L’energia dell’interpretazione rende la semplicità primitiva un caleidoscopio. È la loro traccia definitiva: banale nella costruzione, ma gridata con tale determinazione da non lasciare dubbi. In ogni concerto risulta immediatamente riconoscibile ma sempre diversa; a Roskilde è stata eseguita tre volte durante lo stesso show, con un impatto completamente diverso a seconda del contesto e dell’arrangiamento. Le WCS sono performance e interpretazione, e questo pezzo le mette di diritto sulla mappa del genere black metal moderno scandinavo.
“Black Metal is Krig”, “Steilneset” e “Reverse this fuck” sono l’headbanger per destare il metalhead. Partiamo da “Black Metal is Krig” – il black metal è guerra. Una traccia che riporta subito indietro al classico black norvegese, con assalti brutali spaziati da sezioni atmosferiche tra i Darkthrone e gli Emperor: inutile inventare qualcosa che già funziona. Le WCS ci mettono il loro tocco teatrale e portano a casa una fan favorite, anche grazie alla spinta ritmica delle corde grosse. Con “Steilneset”, offrono una bella interpretazione in stile coven, ariosa e atmosferica, capace di far respirare prima della sfuriata finale del trittico “metal enciclopedico”. La rabbiosa “Reverse this fuck” chiude il cerchio con un metal contaminato di hardcore/punk, un supporto narrativo per dare spazio all’attore parlante. Insomma un Cabaret di deliziose pastarelle metal da antología.
“Mother Sea” è una delle tracce che ha catturato maggiormente la critica all’uscita dell’album. Intima, ambientale, melodica, sfrutta una composizione complessa e voci tonali multiple. Preso fuori contesto rimane un “Oscar bait” (una canzone per compiacere la critica, ndr). Fuori luogo nella sua pulita bellezza compositiva, ma ha il pregio di tracciare una traiettoria che va oltre al metal gridato, una direzione funzionale per iniziare a comprendere quello che verrà.
Il Lato B: Oscurità Umana
Sarò spietato: il lato B è il vero gioiello di questo album, poco importa se le hit sono sul lato A. “Hysteria II” e “Wild Whores” sono un’esplosione di puro black metal WCS, essenzialmente le loro origini. Senza compromessi, crudelmente vera e metal “in your face”. Suona grande: le chitarre distorte incalzano il ritmo frenetico; da qui si cambia marcia e si entra nella dimensione più oscura e brutalmente critica delle WCS.
Tra il Metal Coven e il metal depressivo scandinavo, “Wild Whores” ed “Hex” sono la spirale che trascina verso una profondità oscura e inquietante. Come l’Antichrist di Lars von Trier, ribolle di una nascosta intimità umana e femminile. Destabilizzanti, crude verità che la società nasconde. Le streghe norvegesi rompono la dura glassa sociale, inondandola di sangue umano ancora caldo. I ritmi rallentano e si fanno spietati. È il metal che non ha bisogno di sferzare per lacerare la carne. La forza emotiva dell’atto scenico utilizza la ritualità per amplificare il suono del metal attraverso la nostra stessa paura. Un impatto sonoro in cui il profilo tecnico è mezzo espressivo puro al servizio della saturazione sensoriale.
Questa traccia è la chiave di volta per comprendere lo scollamento tra live e registrazione: l’immersione nel suono come mezzo istintivo. Il lato A è fantastico per il metallaro che vuole ascoltare un bel black metal, ma risulta quasi un enciclopedico esercizio di stile. Ma qui il suono si sente sulla pelle.
Chiusura: _blank_
Ho pensato a lungo prima di chiudere questa recensione. Ho scritto tutto quello che precede in pochi giorni, ma di nuovo, arrivato a questo trittico finale (I Was Made by Fire; Salvation; Mother), mi sono bloccato. Settimane di silenzio in cui la bozza è rimasta incompleta, sospesa.
Staccate il disco. Aspettate alcuni minuti in silenzio.
Scrivo pochissime recensioni e canzoni come queste tre ne sono il motivo. Eppure, paradossalmente, se non fosse per la loro forza non avrei sentito il bisogno di scrivere nemmeno una riga di questo testo.
Queste tre tracce enfatizzano lo sviluppo del progetto musicale e live delle WCS. “I Was Made by Fire” e “Salvation” possiedono uno spiccato profilo narrativo, mentre “Mother” accentua la forza recitativa, decostruendo la melodia in una base minimale per far risaltare le voci su un ritmo semplice e diretto.
Per quanto rimangano le canzoni più evocative del lavoro di debutto, il loro impatto è strettamente legato al contesto in cui vengono ascoltate. Funzionano egregiamente perché raggruppate nel finale del disco, ma rischiano di subire l’aggressività delle tracce precedenti se non vengono “staccate”. Ugualmente, nel classico Live Show, generalmente su palchi piccoli e con la coreografia minimale concessa ai gruppi di supporto durante i tour, perdono parte della loro potenza.
In questo contesto, la cura maniacale per la scenografia e l’ingegneria di suoni e luci del progetto John Cxnnor ha permesso di esaltarne l’intensità negli show del collettivo. “I Was Made by Fire” e “Salvation” sono il terreno fertile per “Unlike Human”, una traccia non incisa che ne amplifica le proprietà narrative e rituali. “Wolf Mother” è invece una versione elettronica di “Mother”, brano in cui vengono enfatizzati gli elementi ritmici e coreografici della performance.
È strano da raccontare su una webzine metal, ma liberare le WCS dagli strumenti fisici per focalizzare le artiste sull’uso della recitazione e della voce è stata una mossa vincente per potenziarne la forza comunicativa.
È un’intensità che va vissuta sulla pelle; un black metal che genera viscerali stati emotivi e rende di poco conto la dissezione tecnica. Proseguire oltre sarebbe un esercizio di stile sterile, un rumore di fondo. Per le vostre sensazioni, per i vostri abissi e per i vostri pensieri, vi lascio uno spazio bianco che sia vostro.
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Riprendete l’ascolto, le ultime tre tracce vi aspettano.
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