IRON MAIDEN – Senjutsu (Recensioni di Redazione)

Titolo: Senjutsu (Recensioni di Redazione)
Autore: Iron Maiden
Nazione: Gran Bretagna
Genere: Heavy Metal / NWOBHM
Anno: 2021
Etichetta: Parlophone Records / Warner Records

Formazione:

Steve Harris: Basso
Dave Murray: Chitarra
Adrian Smith: Chitarra
Yanick Gers: Chitarra
Bruce Dickinson: Voce
Nicko Mc Brain: Batteria


Tracce:

1. Senjutsu (Smith/Harris) 8:20
2. Stratego (Gers/Harris) 4:59
3. The Writing On The Wall (Smith/Dickinson) 6:13
4. Lost In A Lost World (Harris) 9:31
5. Days Of Future Past (Smith/Dickinson) 4:03
6. The Time Machine (Gers/Harris) 7:09
7. Darkest Hour (Smith/Dickinson) 7:20
8. Death Of The Celts (Harris) 10:20
9. The Parchment (Harris) 12:39
10. Hell On Earth (Harris) 11:19


Voto del redattore HMW: Secondo Redattore
Voto dei lettori: 5.0/10
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Ad una settimana dall’uscita di Senjutsu degli Iron Maiden e dopo la prima recensione a caldo QUI, abbiamo raccolto le recensioni di chi in redazione ha voluto dire la sua. Sì perché ci sono stati tantissimi commenti e tante critiche positive e negative in giro per la rete e non solo. Ed è la stessa cosa che è emersa in redazione. Vorremmo solo far notare che, a prescindere da tutto, il bello è proprio potersi confrontare su come ognuno di noi percepisce il disco e darne una spiegazione. Ognuno di voi la penserà a proprio modo, ma una verità assoluta non esiste ed è semplicemente in ognuno di noi. Il nostro “lavoro” di recensori è dire la nostra e il confronto con tutti i fan, con chi ci segue e a chi piace la musica, è sempre doveroso. Ricordiamoci sempre che siamo persone, siamo umani e per fortuna sinceri. Un disco degli Iron Maiden dopo quarant’anni di carriera non è affatto facile da affrontare, né per chi crea la musica e la deve trasmettere né per chi la deve ascoltare e percepire, ma alla fine siamo tutti per la stessa bandiera. Up The Irons!

Un disco degli Iron Maiden è sempre un evento e non è facile, di certo, esprimere il proprio giudizio in poche righe: ci provo. Premetto che non sono mai stato un loro fanatico, ma da oltre trant’anni mi godo Harris e soci, sia su disco sia, principalmente, in contesto live. Ora, gli ultimi due anni non sono stati per nulla facili e per questo motivo, forse, l’uscita di un lavoro dei Maiden porta un senso di normalità che non può che rasserenare. Quelle melodie che spesso sembrano trite e ritrite, già sentite ma allo stesso tempo nuove e super catchy, non possono che infondere un senso di pace in chi ascolta la musica per stare bene e non -per forza- per criticare o trovarne i difetti.
Detto questo, se da un lato la scelta dei suoni è soggettiva (e devo dire che capisco la voglia di vintage e genuinità in un mondo dove ormai la “perfezione” sembra essere obbligatoria), dall’altro la produzione è oggettivamente scadente, e, lasciatemelo dire, questa è una gran pena. Sono sicuro che, se verrà confermata l’intenzione di riproporlo nella sua interezza dal vivo, il risultato finale ne guadagnerà sicuramente.
Nel mio caso, inoltre, forse per questo motivo non ho assaporato il disco al primo ascolto: ci ho messo qualche giorno ad assimilarlo ma alla fine, in tutta onestà, non posso che esprimere un giudizio positivo. Il disco infatti gira bene, mantenendosi per tutta la sua lunghezza su buoni livelli; peccato per alcuni pezzi che risultano per il mio palato troppo lunghi, rischiando quasi di annoiare. Bruce, nonostante il passare degli anni e quello che per cui è passato in quelli più recenti, è sempre sul pezzo anche se in un paio di occasioni avrebbe forse potuto “giocare sul sicuro” senza tirare troppo. Un buon disco che avrebbe guadagnato un voto più alto, se fosse stato meno lungo di quindici o venti minuti e soprattutto se avesse beneficiato di una produzione che una band di questi livelli merita.
Voto: 7,5
Redattore: Rig Ateboduus

Tutto si può scrivere sui mitici Iron Maiden, tranne che non siano una delle più grandi metal band del mondo. La gratitudine per la formazione inglese è infinita e meritata ma questo non significa che l’ultima fatica discografica sia un capolavoro come gli stessi inglesi vogliono farci credere rispetto ai platter sfornati a ripetizione nei lontani anni ’80. Oggi i nostri eroi sono invecchiati e non sono più quei giovani rampanti pronti a lottare e stupire, conquistando i cuori di tanti metalhead sparsi per il pianeta. Nonostante tutto, ogni loro uscita è attesissima e accompagnata da un fragore dirompente che coinvolge giornali, TV e radio, alcune delle quali spesso lontane anni luce dal metal. Il tempo cambia per tutti; io naturalmente non sono più quello di trent’anni o quarant’anni fa e capisco che anche la Vergine di Ferro voglia seguire diverse strade artistiche, modificando in parte il proprio suono, coraggiosamente, per portare maggiore qualità, ma rischiando di contro di fallire pure clamorosamente. Il problema di Senjutsu però non è solo questo, ma è anche dovuto alle parti sostenute da tastiere e sintetizzatori che male si abbinano al contesto generale e da una produzione che definire scadente è puro eufemismo. L’opera è comunque figlia di una trasformazione avvenuta già nel 2000 in “Brave New World” con il rientro del dissidente Dickinson (sempre eccezionale vocalmente, nonostante i suoi guai fisici) e del ritrovato Smith, continuando fino ai giorni nostri. Harris e soci sono più interessati a canzoni con atmosfere costruite lentamente e alle strutture progressive di song orientate stranamente al prog metal che all’energia di suoni classici e potenti in pieno stile heavy metal. Gli eighties sono un lontanissimo ricordo che noi vecchi fan dobbiamo solo conservare gelosamente nei nostri cuori pensando che oggi la musica va avanti e si evolve con nuove generazioni di rocker pronti a innamorarsi anche della nuova musica dei Maiden. L’album è complesso e va ascoltato parecchie volte, ma mi associo all’ottima rece fatta sul sito dal nostro caporedattore che ha fatto un’ottima disamina di tutte le tracce. È difficilissimo comunque trovare un equilibrio tra le esigenze dell’artista e i desideri dei supporter, ma questo è stato sempre un tema caldo cominciato già agli inizi degli anni’80 con i primi trionfi della band londinese ed in generale con i grossi nomi dell’heavy metal.
Voto: 7/10
Redattore: Christian Rubino

Un nuovo album degli Iron Maiden è senza dubbio un terremoto di scala altissima nell’ambiente metal e forse anche oltre. Senjutsu non fa eccezione e monopolizza l’attenzione e le discussioni sui social network.
La conseguenza è che un giudizio oggettivo non c’è, poiché il nuovo corso dei Maiden, già perpetrato con il precedente “The Book Of Souls”, vede canzoni meno d’impatto, molto più lunghe e magniloquenti. Si veda il minutaggio di questo album per capire quanto materiale la band di Harris abbia voluto mettere in ogni singola traccia. E alcune di queste sono anche buonissime canzoni, vedansi la stessa “Senjutsu” (che funge da apertura del disco e ha un gran bel ritornello) o la power ballad “Darkest Hour”. Musicalmente il disco funziona, sebbene sia chiaro a tutti che non è il lavoro più ispirato targato Iron Maiden, ma dopo più di quarant’anni di carriera non vedo questi grossi problemi.
Li vedo invece dal lato tecnico: come è possibile che un album ad alto budget come Senjutsu abbia una produzione così scadente? Batteria dal sound opinabile ed “inscatolato”, chitarre assolutamente senza mordente e voce di Bruce Dickinson ovattata e perennemente in secondo piano; il basso di Harris è sì presente ma non dà corpo alla sezione ritmica. È un manuale di come NON produrre un disco metal, neanche un demo di una garage band riuscirebbe a vantare così tanti difetti al giorno d’oggi. Ed è un peccato perché altrimenti non saremmo qui a parlare di tecniche di registrazione, ma della musica dei Maiden che ci accompagna da così tanto tempo.
Voto: 5/10
Redattore: Daniel Fleba

Ladies and Gentlemen, cominciate a tremare, la “Vergine Di Ferro” è di nuovo tra noi ed anche questa volta ci regala un magistrale doppio album che sorprende e colpisce sin dall’artwork dannatamente curato, che ritrae il “nostro” Eddie in versione samurai. Il nuovo lavoro dei Maiden è incentrato sul tema della tattica e della strategia e, come nella natura del gruppo, ci regala sonorità potenti, dure e al tempo stesso molto cadenzate e che strizzano anche l’occhio ad un sound rock’n’roll. Alla quadratura del cerchio ci pensa la maestosa prova vocale dell’inossidabile Bruce Dickinson che, nonostante abbia dovuto affrontare numerosi problemi di salute, è sempre, come suol dirsi, “sugli scudi”. La titanica sezione ritmica orchestrata da sua maestà Steve Harris al basso e dalla macchina dietro le pelli che risponde al nome di Nicko McBrain è splendidamente assistita dai duelli sonori tessuti dalle tre chitarre di Murray, Smith e Gers.
L’album si potrebbe idealmente dividere in due parti, la prima più “in your face” grazie alla presenza delle splendide e maestose “Senjutsu”, “The Writing On The Wall”, la bellicosa ed incalzante “Stratego” e le cadenzate, sinistre, potentissime ed assassine “Lost In A Lost World” e “Days Of Future Past”, e la seconda più ricercata e progressiva grazie alla meravigliosa ed atmosferica “The Time Machine” ed alla splendida suite composta da “Death Of The Celts”, “The Parchment” ed “Hell On Earth”.
Nonostante siano trascorsi oltre quarant’anni dal loro esordio, i Maiden dimostrano ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, di essere ancora capaci di dettar legge nel panorama metal mondiale.
Voto: 7/8
Redattore: Donato Tripoli

Fin dall’annuncio avvenuto qualche settimana fa, tutto il mondo dell’heavy metal si è eccitato all’idea di un album targato Iron Maiden anni ’20 e, dopo averlo ascoltato, sono tranquillo nell’affermare che l’attesa sia valsa la pena.
Il trio di apertura “Senjutsu” – “Stratego” – “The Writing On The Wall” entrerà quasi sicuramente nelle scalette live della band d’ora in avanti, per l’efficacia che le contraddistingue, ma il discorso è certamente altrettanto valido per le canzoni che seguono, intelligentemente alternate tra episodi più lunghi e complessi, quali “Lost In A Lost World” e “The Time Machine”, e brani di durata più contenuta (si fa per dire) come “Days of Future Past” e “Darkest Hour”.
Amici e conoscenti mi hanno riferito di come la lunghezza totale del disco, vicina all’ora e mezza, li abbia spaventati e convinti a non dare una possibilità a questo lavoro. Bene, come avveniva con i classici vinili, una strategia da approntare è quella di dividere l’ascolto in due sessioni, includendo in un ideale “lato A” le prime sette canzoni ed in seguito le conclusive “The Death Of The Celts” – “The Parchments” – “Hell On Earth”, di durata oggettivamente impegnativa, nel “lato B”. Sarebbe un peccato non usufruire di un’opera che, al di là dei gusti personali, rappresenta comunque un evento di grande importanza per un metallaro di qualsiasi età.
Senjutsu apre un nuovo corso per questi mostri sacri del metal e suona sincero, senza forzati rimandi al passato. Gli Iron Maiden anni ’20 non perdono assolutamente le caratteristiche che li hanno resi leggendari e al contempo suonano come solo i veri artisti sanno fare: al meglio delle proprie capacità e guardando in avanti in cerca della prossima sfida.
Voto: 7,5
Redattore: Vittorio Manzone

L’eterno dubbio, l’eterna dualità della condizione umana: da una parte la tradizione, dall’altra il tradimento, entrambe condizioni fondamentali della nostra natura, perché se l’una ci rese sedentari e ci insegnò che i campi si potevano anche coltivare, l’altra ci rese feroci e forti contro le altre bestie del Creato, nutrendoci laddove saremmo periti, perché senza tradimento non c’è fine e tutto inizia sempre da ciò che è finito.
Ed eccolo il connubio di queste forze opposte dove c’ha portato: Iron Maiden, Anno Domini duemilaeventuno, quattordici ore di musica prodotta con una media di un disco ogni due anni per
quarantuno anni di carriera da professionisti, ecco la premessa della Vergine ai tempi di Senjutsu. Avete mai guardato una montagna negl’occhi, tanto da conoscerne creste, versanti, valichi, passi…? Tutto sembra così eterno nel contemplarla. Eppure… Eppure qualcosa muta, pian piano. E sai quando te ne accorgi?
Quando hai le orecchie dentro, quando ripercorri il sentiero della cavalcata che, ormai, conosci a memoria, quando cerchi il ristoro di fine estate nella cascata degli assoli e ti accorgi che il
surriscaldamento globale è arrivato anche lì e davvero il mondo come lo conosci è, improvvisamente, ogni giorno un po’ più diverso.
Questo disco è meraviglioso perché è pieno di difetti.
Perché quella montagna ti ricorda improvvisamente tuo padre che quand’eri bambino rubava il fuoco agli dèi e adesso ti chiede di aprirgli l’acqua perché non ha abbastanza forze.
Questo disco è meraviglioso perché attraverso quella crepa che prima non c’era oggi passa la luce della consapevolezza che nulla è per sempre, neanche una montagna, e quindi bisogna essere
sempre consapevoli della fortuna di quei momenti di non trascurabile felicità. Questa disco è meraviglioso per la sua voglia di esserci, per il suo cuore pulsante verità e la straordinaria profondità di essere coerenti con sé stessi e, allo stesso tempo, proporsi ugualmente diversi ancora una volta.
Questo disco è meraviglioso e, concedetemelo, commovente perché ci permette di salire in contemplazione estatica la profonda meraviglia di questa montagna chiamata Iron Maiden, ancora
una volta, ad un passo dal Giorno del Giudizio.
Voto: senza voto
Redattore: Gianluca Faziotti

Il nuovo disco dei Maiden arriva a fine estate del 2021, dopo un paio di singoli che hanno spaccato (come sempre) i giudizi degli ascoltatori. Da una parte esaltati (e fan sfegatati), dall’altra detrattori (e fan sfegatati), in mezzo una miriade di commenti e sensazioni da parte del resto.
Il disco si fa ascoltare bene. Meno pesante dei precedenti e con più “canzoni”; ecco questa è l’impressione, “Stratego” fa saltare e cantare, “Lost in A Lost World” mi ricorda i dischi solisti di Bruce ma in nove minuti si passa a sensazioni diverse. Come per il singolo “Writing…” anche “Days Of Future Past” mi ricorda qualcosa tra Somewhere In Time e Brave New World. Un po’ epica “Death Of The Celts” con introduzione lenta e cadenzata ed un cambio centrale che ormai è un classico Maiden, nei suoi dieci minuti scorre bene e fa immaginare buone cose per i futuri concerti, come la conclusiva “Hell On Heart”.
Un disco che, dopo qualche ascolto, convince e gira in testa. Del resto loro sanno fare bene il loro mestiere… resta il dubbio, almeno per chi scrive, circa il sound complessivo; una band del loro calibro deve far da traino e da guida per tutti, e questo lavoro non brilla per la qualità di suoni e mix, abbassando di molto il voto finale. Attenderemo per ascoltarli dal vivo, dove i Nostri sono, ancora oggi, fenomenali.
Voto: 6,5/10
Redattore: Lele Mr Triton

Nel mondo heavy metal, i mostri sacri in grado di smuovere masse, opinioni, fiumi di parole, youtuber e sporadici ascoltatori sono rimasti in pochi. Molto pochi. Gli Iron Maiden sono tra questi. Di conseguenza, scrivere e pensare che l’opinione di un qualunque scribacchino possa in qualche modo influenzare o indirizzare le scelte del popolo metallico è sinceramente utopistico. Aggiungerei anche che, per quanto navigati e per quanto si cerchi di essere oggettivi ed imparziali, lasciare un giudizio che possa lasciare il segno è, tutto sommato, presuntuoso.
Però diciamo che ognuno la sua la vuole dire e pertanto eccoci qui.
Questo Senjutsu arriva come un fulmine a ciel sereno, registrato nel 2019 e tenuto in ghiaccio fino ad ora per tutto il trambusto del covid, prodotto e mixato dal solito Kevin Shirley e anticipato dal mini film/cartone animato per la traccia “The Writing On The Wall” e dall’altro singolo “Stratego”.
Se togliamo lo stupore per l’attacco tra il blues e il country della già citata Writing, l’impatto con l’album avviene tramite la title track, che a conti fatti mi suona come un’infinita traccia introduttiva di oltre sette minuti. Sinceramente l’ho trovata abbastanza lunga e poco interessante, ricade fondamentalmente nel peccato di cui soffrono i Maiden in questi ultimi anni: la prolissità. Trascurabile.
“Stratego” invece traccia un po’ il segno di come l’album si muoverà. È un pezzo dinamico e che strizza l’occhio alle cavalcate degli anni ’80 e ’90, ma con il tocco progressivo degli ultimi due decenni. Buone melodie e buon impatto.
Del singolone “The Writing On The Wall” si è già detto tanto e forse pure troppo, ma rimane che è una buona canzone e non sfigura.
“Lost In A Lost World” è oggettivamente il pezzo meno riuscito del lotto: lunga, prolissa, trita e poco originale. Non aggiunge nulla a quanto prodotto nella storia, anche recente, del gruppo, ma non riesce nemmeno ad essere piacevole con le melodie e a spiccare. Un po’ facilona e lunghissima. Pazienza.
“Days Of Future Past” è forse la migliore canzone che ho trovato qui. Molto sentita e con melodie che mi hanno ricordato una delle tracce più intriganti del bistrattato The Final Frontier: Starblind. Un misto tra il prog e il meglio dei Maiden. Ritorno al futuro.
“The Time Machine” dà l’impressione di essere l’ennesima traccia lunga e floscia, ma poi parte bene e le classiche melodie cavalcate marchio di fabbrica fanno decollare il tutto. Cantato accostato alla melodia portante (“For The Greater Good Of God” nessuno?), molto cadenzata, anche ariosa in molte sue parti. Ventata di freschezza.
La seconda parte (effettivamente il disco n. 2) si apre con “Darkest Hour”. Nonostante la lunghezza, è la più breve del cd ed è anche molto bella: ricorda molto l’approccio di “Infinite Dreams” e me ne sono innamorato sin dal principio. Antichi riflessi di splendore.
Le ultime tre tracce sono un trittico a firma Harris, tutte dalla durata importante, sopra i dieci minuti.
“Death Of The Celts” rimanda al periodo The X Factor e gli echi sono molteplici. Si sente il tocco compositivo di uno dei bassisti più influenti della storia del nostro genere. Come spesso accade in queste tracce, Harris tende a sbrodolarsi addosso e a concepire intro che sembrano quasi più un divertimento che mostrare una vera utilità all’economia del pezzo. Poi entra il cantato di Bruce e tutto sembra andare a posto e la ballata prende forma. Ennesimo pezzo cadenzato, ma che non si fa pregare e mostra il suo lato energico, con un Dickinson finalmente immerso in tonalità in cui si trova più a proprio agio. Melodie quasi epiche e solenni, comparto intermedio con assoli interminabili ma molto belli. Sign Of The Celts.
“The Parchment” mi ha stupito, mi ha ricordato molto “Afraid To Shoot Strangers” e ha delle melodie che mi hanno sinceramente catturato. Scorre molto bene e non stufa, nonostante la lunghezza estrema; uno “special” zeppo di assoli molto spontanei e una ricerca di melodie memorizzabili e “confortevoli” caratterizzano questa ennesima ballata epica. Afraid Of The Dark.
“Hell On Earth” è la conclusione dell’album, sulla falsariga delle due precedenti. Anche in questo caso, se ci fermassimo alla mera analisi dal punto di vista musicale, non dovremmo né stupirci né gridare al miracolo, ma questa canzone rispecchia in toto stile e voglie compositive di Steve Harris: introduzione che supera tranquillamente i due minuti e che fanno già tremare di per sé, ma poi si rivela più dinamica e meno noiosa del previsto. Anche in questo caso, inutile girarci intorno, sono le melodie che vincono, catturano e piacciono. La canzone è quello che i Maiden sono da qualche anno, ma qui escono bene e coccolano l’ascoltatore. Comunque promossa.

Globalmente, dovendo ricercare dei difetti, mi permetto di segnalare tre cose, soprattutto: mixing, cantato e strutture.
I suoni sono un po’ troppo impastati, specie in alcuni punti e l’impressione generale è che si potesse tirar fuori molto di più da tre chitarre e strumentazioni di primo livello. Ma magari a qualcuno piace anche così.
Il cantato è solo una mera constatazione che il mitico Bruce sta pagando a caro prezzo l’età che avanza (e, per carità, il suo ruolo è anche il più sfigato in questo senso) e la malattia che lo ha colpito. In alcune tracce si cerca di tenere registri più consoni al suo stato di forma attuale, in altri il senso di “sforzato” è decisamente evidente e, forse, si potrebbe tentare di limitarlo.
Le strutture sono il punto più critico. Non sono il primo e non sarò nemmeno l’ultimo: tagliando minuti e minuti qui e là, anziché il megalodonte che è, Senjutsu poteva essere un disco più di impatto e più digeribile. Meno prolisso di The Book Of Souls, rimane evidente che delle sforbiciate qui e là non avrebbero inficiato il risultato finale.
Le note positive sono in realtà molte, ma mi limiterò a dire che i pezzi sono più riusciti e meno forzati di quello che era stato prodotto negli ultimi due episodi in studio. “Days Of Future Past” o “The Parchment”, pur non suonando nuove o fresche, sono comunque più sentite e migliori rispetto ad altre canzoni degli ultimi anni. Ben venga e speriamo che il livello di ispirazione rimanga questo.
Sui testi non mi pronuncio poiché, oltre a non aver avuto fisicamente tempo, sono uno di quelli che hanno ricevuto il libretto errato per un problema di confezionamento. Dovrò attendere la consegna di quello corretto, ma sono convinto che, come da tradizione, saranno molto colti, profondi ed interessanti.
In conclusione, un album non memorabile, con una confezione incredibilmente bella e preziosa ma un lavoro su cui, personalmente, avrò più facilità di ritornare all’ascolto. Molto più di quanto non abbia sortito il precedente o anche il pur buono A Matter Of Life And Death. Mi mancano dei pezzi à la “Rainmaker” o Bentornati.
Voto: 6/7
Redattore: Enkindled

 

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