CIVIL DEFIANCE – The Fishers For Souls

Titolo: The Fishers For Souls
Autore: Civil Defiance
Nazione: Stati Uniti D'America
Genere: Avanguardia, Metal Sperimentale e Progressivo
Anno: 1996
Etichetta: Dream Circle Records

Formazione:

Gerry Nestler: Chitarre, Voce, Piano
Jenk Kent: Basso
Mike Kinney: Chitarre
Mike “Sparky” Kent (R.I.P. 2005): Batteria

Ospiti:
Daoud Coleman: Violoncello
Goodie Williams: Koto
Lili Haydn: Viola, Violino

Brad Hornbacher: Testi


Tracce:
  1. Whirring Jar
  2. Days Of Rain
  3. Death To The Clown
  4. Man On Fire
  5. Dry White Season
  6. Faith
  7. Dreams Die Fast
  8. Man In The Moon

Voto del redattore HMW: 9/10
Voto dei lettori: 9.0/10
Please wait...

Visualizzazioni post:557

Custodita come un segreto sacramentale da élite che ne hanno preservato per decenni il mistero, la fantasia iconoclasta di questi manipolatori della tradizione è memoria dilatata e ricomposta d’una generazione di musicisti rivoluzionari, incapaci di genuflettersi dinanzi a dogmi e periodici revival. Un nome, Civil Defiance, che suscita immediato rispetto, ancor più in virtù della citazione del noto estratto dal pensiero bruniano impresso sotto l’alloggio del dischetto (“È prova di una mente semplice e molto primitiva che uno desideri di pensare come le masse o la maggioranza, semplicemente perché la maggioranza è maggioranza. La verità non cambia perché è, o non è, creduta dalla maggioranza delle persone”).

Estrapolare i contenuti di The Fishers For Souls è impresa improba, resa ingrata dall’unicità dell’approccio. Anarchia ed irriverenza hardcore dominano la scrittura, gestite con una padronanza tecnica mai supponente, che affiora improvvisa nelle frequenti divagazioni jazz e si concreta nel totale controllo di cambi d’atmosfera dall’effetto spiazzante. Una sfida aperta sin dalle prime note di “Whirring Jar”, una nenia di cornamuse che sfuma sui tamburi tribali di “Days Of Rain” e prosegue imbastardendo l’hard sussultorio ed ipnotico – e l’ambiguità non solo estetica – dei Jane’s Addiction con la vocazione all’apocalisse dei primi Warrior Soul, metallizzata in “Death To The Clown”.

Assemblati tra l’89 ed il ’93, tre anni prima dell’edizione definitiva rilasciata in Europa da Dream Circle Records (quante gemme dalla piccola Itzehoe!), i brani riflettono l’eclettismo di un lustro di stravolgimenti, svecchiamenti e contaminazioni che marchieranno a fuoco la coda del millennio. “Man On Fire” ne è simbolo, improbabile punto d’intersezione fra Black Flag e Watchtower marcato da lunghe schegge di thrash-core furente, frante da intermezzi ritmicamente folli e colti stacchi fusion.

“A Dry White Season” è il primo vertice di un disco unico: koto, pianoforte e viola aspergono di stille jazz i versi composti da Hornbacher, Nestler bisbiglia dolente, Kent spazzola le pelli e il gruppo improvvisa liquide sequenze acustiche, esternando con assolo il dolore di vivere.

I toni bucolici di “Faith” non possono non rievocare, nei cultori delle divinità meshigami, il ricordo delle ballate folk nate dall’estro di Brent Oberlin, depurate d’ogni velleità progressiva ma pregne del medesimo, strascicato lirismo.

“Dreams Die Fast” è plasmata con la sostanza dei sogni: strani oggetti, ricordi, figure avvolte nella leggenda… Jimmy Page in camicia da charro, jeans elasticizzati e Reebok alte, violenta una Gibson EDS-1275; su di un manico abbozza un giro di ranchera, poi arrota l’altro con fendenti speed metal; Nestler si rivela un clone malcreato di Kory Clarke e raglia come un mammoth jackstock; negli spazi intermedi, una semi-ballata hard-blues intrisa di folk elettrico dagli inevitabili rimandi zeppeliniani… un vero incubo, nonché secondo capolavoro dell’album.

Dopo tanta geniale applicazione, quando spingersi oltre sembra impossibile, attraverso “Man In The Moon” lo stato di grazia dei quattro californiani diviene beatitudine suprema, un crescendo di melodie elegiache e versi sussurrati, note di piano che ascendono come caligine ed archi che ne coronano l’apoteosi, sui tocchi misurati di “Sparky” (riposa in pace, amico) ineccepibile nella scelta di accenti e timbri: terzo, impensabile capolavoro.

Circus Of Fear (1999) pagherà il lungo iato, si spingerà verso lidi alternativi, risulterà più frammentario e meno sperimentale, seppur toccato sporadicamente dal genio sempreverde di Nestler, coinvolto in tempi recenti da Mr. Dave Lombardo nel progetto mutante Philm. A sorpresa, prima un singolo nel 2019 poi un video (!) nel 2020 riaccendono le speranze dei sedici seguaci ancora in vita sparsi per il globo terracqueo… Io ci sono. Arte totale. Osate!

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.