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02/05/2026 : Frontiers Rock Festival (Giorno 2) – Live Club, Trezzo Sull’Adda (MI)
Fighter V
Hell In The Club
Atlantic
Degreed
Heavens Edge
H.E.A.T.
Night Ranger
Nel secondo giorno della manifestazione riesco, correndo in auto, ad arrivare puntuale in modo da evitare la fila e soprattutto faccio in modo di essere in orario per l’esibizione degli svizzeri Fighter V che oggi hanno il compito di rompere il ghiaccio e di farsi conoscere da un pubblico altamente competente ed esigente. Non c’è la confusione di ieri ma comunque il locale si va pian pianino riempendo di persone non più giovanissime e provenienti da tutta Europa, a testimonianza di quanto sia più apprezzato e seguito questo tipo di evento altrove rispetto che da noi. Anche per oggi si prevede un quasi pienone dati i nomi incisi sulla scaletta ma non fraintendetemi perché se è vero che l’AOR è seguito prevalentemente da gente “matura” come il sottoscritto, è anche vero che ci sono ragazzi (in verità pochi) e anche alcuni bambini accompagnati dai loro genitori. Tra rock melodico, hard rock e glam metal si susseguono band leggendarie a gruppi promettenti che ci regalano tanta allegria, molta forza, parecchia malinconia ma soprattutto una genuina passione per questa nostra fantastica musica.
Fighter V




I Fighter V, recentemente acquisiti dalla Frontiers e che di recente hanno pubblicato un bel disco intitolato: Deja Vu inciso proprio con la label napoletana, si vede che sono da subito vogliosi di mettersi in mostra e di approfittare al meglio di questa importante vetrina sonora. Certo, aprire un festival non è mai un compito facile, ma il combo elvetico ce la mette tutta a partire dal primo brano: “Raging Heartbeat”, canzone AOR, dove i luminosi passaggi di tastiera si affiancano ai ringhianti accordi di chitarra elettrica creando così la base per accattivanti melodie guidate dalla rauca e a tratti inquietante ugola del cantante Emmo Acar. In generale i pezzi abbracciano un pomposo e robusto hard rock che attinge la sua linfa sempre al tradizionale e puro rock melodico degli anni ‘80. Per intenderci un po’ quello dei Bon Jovi e un pò quello dei Whitesnake grazie all’ugola del singer che ricorda quella di David Coverdale. La breve scaletta verte prevalentemente sui loro primi due dischi in studio: “Fighter”(2019) e “Heart Of The Young” (2024), che li hanno fatti conoscere all’ambiente melodico europeo ricevendo delle buone critiche. La platea, pur non conoscendoli del tutto li sostiene e li incoraggia anche se lo show non è alla fine memorabile, soprattutto per via della voce troppo bassa di Acar anche se nel complesso gli elvetici sono capaci di scaldare ed entusiasmare un locale pronto ad assaporare i gruppi rock successivi.
Gli svizzeri regalano comunque cinquanta minuti di buona musica, di contagioso divertimento e molta spensieratezza trasmettendo anche energia e positività. Questi talentuosi giovani faranno sicuramente parlare di loro. Supportateli perché meritano! Probabilmente in futuro daranno del filo da torcere a gruppi più importanti come gli Eclipse, gli H.E.A.T., i Nestor e i One Desire.




Scaletta:
01. Raging Heartbeat
02. Victory
03. Speed Demon
04. Miracle Heart
05. Deja Vu
06. Heart Of The Young
07. Eye To Eye
08. Radio Tokyo
Formazione:
Emmo Acar – Voce
Lobe Valentin – Chitarra
Lucien Egloff – Batteria
Roman Stalder – Basso
Hell In The Club




Ora è il turno di una delle migliori band della nostra penisola e sinceramente, attorniato da tedeschi e austriaci, mi sento orgoglioso che sul palco ci sia un gruppo rock italico con gli attributi, come i piemontesi Hell In The Club. La formazione capitanata da Andrea Piccardi, porta da tempo alta la nostra bandiera grazie ad un sound di robusto street metal ottantiano e novantiano, ma anche per via di melodie tipicamente scandinave che ne esaltano il suono rendendolo molto gradevole ed emozionante. La gente è dalla loro parte in quanto, a parte la stupenda accoglienza, il pubblico canta a squarciagola con loro tutti i ritornelli applaudendoli con vigoria e convinzione. Insomma, si sente che giocano in casa e che sul palco è entrata un’altra aria. Se l’addio, di qualche anno fa, di Davide Moras (Elvenking) e’ sembrato un passo indietro, oggi si può decisamente affermare che la giovane svedese Tezzi Person non lo fa assolutamente rimpiangere. Ovviamente la prova del nove è sempre quella dal vivo. Se su disco con l’uscita del nuovo: Joker In The Pack la timbrica dell’affascinante fanciulla è perfetta qui al Festival lo è ancora di più. Lo si ode già dall’apripista travolgente di “Shadow Of The Monster” per continuare con la super melodica “We Are On Fire”. La cantante scandinava, che vedo e sento per la prima volta dal vivo, sfodera delle potenti e acute, ma tratti anche drammatiche corde vocali catturando da subito il consenso dei presenti già ampiamente riscaldati dalla tellurica e collaudata sezione ritmica di Andy Buratto e di Mark Lazzarini alle pelli. Spicca la traccia “Devil On My Should” dall’armonioso refrain e dall’azzeccato ritornello melodico. Picco alla chitarra elettrica alterna arpeggi ad accelerazioni improvvise culminanti con prolungati e massicci assoli solisti. Naturalmente i cori sono l’asso nella manica di un quartetto di esperti musicisti capaci di creare brani ritmati e coinvolgenti che non ti fanno stare fermo un minuto. L’unico momento di tregua si ha con la romantica ballata “Ocean” in cui i nostri mostrano il loro aspetto più sentimentale. Nel complesso i ragazzi sono sempre sul pezzo in modo determinato e compatto senza sbagliare un colpo e dando la sensazione di essere ulteriormente cresciuti grazie anche all’apporto della disarmante bravura di Tezzi, capace di conquistarsi ottimamente la scena con i suoi movimenti e la sua superlativa voce. Gli Hell In The Club sono una garanzia assoluta e il pubblico li ringrazia con un boato e con meritati grida da stadio. Probabilmente i ragazzi meritano una posizione migliore nel bill del Festival e spero che per il futuro ciò avvenga.




Scaletta:
01. Shadow Of The Monster
02. We Are On Fire
03. Robert The Doll
04. Sidonie
05. The Ocean
06. Rock Down This Place
07. Magnetars
08. Devil On My Shoulder
09. The Kid
Formazione:
Andrea “Andy” Buratto – Basso
Terese “Tezzi” Persson – Voce
Andrea “Picco” Piccardi – Chitarra
Marco “Mark” Lazzarini – Batteria
Atlantic




Il Live Club è ormai pieno e lo sento dalla calca della gente che spinge verso le transenne per avere un posto migliore in cui assistere allo spettacolo. C’è anche chi come me non si schioda dal posto conquistato nemmeno per andare in bagno tanto è la voglia di stare sotto il palcoscenico e vedere da vicino i propri idoli. Gli inglesi Atlantic sono una delle liete attese del Festival in quanto sono ricordati per lo strepitoso disco Power dell’ormai lontano 1994, chicca di puro AOR e ancora oggi pietra miliare del genere. L’errore grossolano del fondatore e chitarrista Simon Harrison è quello di puntare sulle canzoni del secondo e ultimo album in studio Another World che sinceramente non è all’altezza del predecessore. Purtroppo il tempo stringente porta a tagliare pezzi, come la magnifica e conosciuta “Power Over Me” la cui assenza lascia l’amaro in bocca a tutti. Il gruppo di Birmingham tasta subito il terreno con il nuovo singolo, anticipatore del nuovo album, “What Hurts The Most”, una song malinconica e sdolcinata eseguita e interpretata in modo impeccabile che strappa i primi applausi. Certo, la sensuale “Without Love”, estrapolata da Another World, è una splendida canzone di puro AOR che prende l’anima dell’ascoltatore. Idem per la cadenzata e orecchiabile “Missin You” dal sapore country e guidata energicamente dalle due sei corde elettriche. Il nuovo cantante Mark Grimmett ha delle calde e rassicuranti corde vocali che scaldano da subito il cuore. Ottimo l’apporto della tastiera di Mark Peters che addolcisce il suono creando delle piacevoli e riflessive atmosfere. L’originalità della band però non esiste in quanto le influenze di gruppi come i Journey, i Foreigner, i Dare e gli FM sono palesi e inevitabili dati i cliche’ seguiti dagli stessi Atlantic. Dimostrano comunque di essere dei professionisti di classe a livello strumentale con l’uso non forzato delle chitarre elettriche e una solida sezione ritmica che bada al sodo. Basti ascoltare attentamente la pulizia del suono e la cura ossessiva delle melodie. Nonostante tutto l’esibizione non brilla come ci si aspetta. Dei problemi tecnici e anche l’emozione del momento creano in seno al combo un po’ di nervosismo e in certi momenti anche di rassegnazione, per fortuna superata dall’incoraggiamento corale dell’intero locale. L’immagine eloquente che mi rimane impressa è quando Grimmett girandosi verso il responsabile tecnico chiede se è possibile eseguire un’ultima traccia. La risposta non è vocale, ma con un gesto eloquente che imita lo sgozzamento se avessero proseguito. Gli Atlantic confermano di possedere un ‘attitudine più compositiva che spettacolare ma con l’uscita del nuovo disco per Frontiers e con le prossime esibizioni dal vivo ricominceranno a rodarsi e a recuperare quel tempo perduto che li ha fermati per tantissimi anni ai box.




Scaletta:
01. Can’t Hold On
02. Without Love
03. Missing You
04. Nothing To Lose
05. What Hurts The Most
06. Whole Lot Of Love
07. Never Enough
Formazione:
Mark Grimmett – Voce
Simon Harrison – Chitarra
Nick Burr – Chitarra
Julian Hill – Basso
Mark Peters – Tastiera
Eddie Marsh – Batteria
Degreed




Quando l’affascinante Cassidy Paris, che oltretutto domani sarà protagonista di un esclusivo set acustico riservato ai VIP, annuncia veementemente l’ingresso degli svedesi Degreed mi rendo conto che siamo proprio nel mezzo di una serata storica dove il meglio deve ancora venire. Come sempre la Svezia è sempre protagonista con tantissime band che ormai da anni hanno raggiunto i livelli qualitativi delle formazioni americane e tra queste abbiamo gli straordinari Degreed. I nordici hanno alle spalle dei buoni dischi tra cui l’ultimo e ben riuscito Curtain Calls del mese scorso da me recensito e inserito tra i top album di questo scoppiettante 2026. Il loro sound è un po’ lontano dal classico AOR in quanto è un moderno hard rock melodico dalle venature metal grazie all’apporto del bravissimo chitarrista Daniel Johansson, ma soprattutto dell’indiscusso leader Robin Erickson dalla potentissima e distintiva voce. Proprio il tagliente metal della tracklist è l’apripista del concerto. Idem per l’altra traccia estrapolata dall’ultimo disco: “One Helluva Ride”, un altro fragoroso e veloce brano che chiarisce fin da subito la volontà degli scandinavi di mettere in mostra il loro lato più duro e pesante grazie anche all’ipersonico e lunghissimo assolo chitarristico di Johansson. In generale le composizioni si basano su una roboante chitarra elettrica e un’imponente sezione ritmica, ma sempre alla ricerca di grandi armonie, come nel caso della coinvolgente, “Holding On To Yesterday”, caratterizzata da un ritornello che si stampa subito in testa senza uscirne più. Robin non è solo bravo a suonare il basso, ma anche a cantare con la sua rauca e determinata ugola che si adatta bene al suono ottantiano oltre che moderno di alcuni pezzi. Mikael Blanc alla tastiera da poi quel tocco pop che non guasta ma che anzi li rende più ammalianti, come nel caso delle radiofoniche hit “Shakedown” e “Believe” in cui i quattro vichinghi mostrano anche il lato più romantico di se stessi. Eriksson è in grande forma grazie alla sua ampia estensione vocale ma lo stesso vale per il resto della compagnia che non sbaglia un colpo aiutata da delle canzoni adatte ad essere suonate dal vivo a tutto volume. In questo momento i Degreed sono al top della loro carriera musicale dimostrandosi abili a livello creativo ma anche capaci di creare sul palco una grande atmosfera rock che coinvolge tutti anche chi, per la prima volta, li sta ascoltando. Scelta azzeccata quella di portarli al Festival per un’esibizione piacevole e grintosa caratterizzata da un hard rock ottantiano, allo stesso tempo molto attuale.




Scaletta:
01. Curtain Calls
02. Holding On To Yesterday
03. Shakedown
04. This Is Love
05. If It Wasn’t For Me
06. Lost Generation
07. Tomorrow
08. One Helluva Ride
09. Believe
10. The Scam
Formazione:
Robin Eriksson – Basso e voce
Mats Eriksson – Batteria
Mikael Blanc – Tastiera
Daniel Johansson – Chitarra
Heavens Edge




Dopo tanta goduria tocca ad una band che oggi è stata catapultata, per la prima volta, in Italia direttamente dagli anni ‘80 tramite una magica e speciale macchina del tempo costruita per l’occasione dalla Frontiers. Il gruppo è quello statunitense degli Heavens Edge artefici di un classico hair metal e guidati dal carismatico e riccioluto cantante Mark Evans. Certo il fisico di questi musicisti è invecchiato e addirittura il bassista George “G.G.” Guidotti è deceduto nel 2019 per una grave malattia venendo sostituito da Jaron Gulino, ma lo spirito è l’attitudine di scatenarsi sul palco è rimasta invariata. Basti vedere come si atteggia e si muove Evans imitando addirittura un certo David Lee Roth con salti acrobatici e corse su e giù per il palco. Gli Heavens Edge mettono da subito a ferro e fuoco il locale senza mostrare cedimenti e senza pause particolari. Di contro però non hanno un grande repertorio di tracce epiche e famose, tranne che per i loro classici del loro primo e omonimo album del 1990 (autentica pietra miliare dell’hair metal a stelle e strisce), come la ruggente “Play Dirty”, inserita come brano d’apertura e caratterizzata da intermittenti giri di chitarra e una battente sezione ritmica. Lo stesso discorso vale per le memorabili: “Skin To Skin” e “Find Another Way”, lasciati nel finale per far esplodere il locale. Il sound è quindi un hard rock melodico ricco di cori e ritornelli da gridare a squarciagola che ricorda i connazionali Skid Row dei bei tempi. Non mancano brani più tranquilli e recenti, come nel caso dell’emozionante ballata “When The Lights Go Down” che porta i fan del festival ad alzare in alto gli smartphone o ad accendere gli accendini per creare una grande atmosfera romantica. Gli strepitosi chitarristi Reggie Wu e Steven Parry hanno le loro sei corde elettriche sempre in primo piano in modo da trascinare tutti i pezzi e allo stesso tempo creare un intenso muro sonoro scardinato solo dalla robusta e acuta voce del singer. Dal buon Get It Right del 2023, vengono poi estrapolate la gradevole e cadenzata “What Could’ve Been” e la massiccia “Had Enough”, sempre rispettose e fedeli al loro illustre passato. Le chicche sono due inediti, che probabilmente verranno inserite nel nuovo lavoro, ovvero “Let’s Go” e “What’s He’s Got” che non fanno impazzire più di tanto, ma offrono sempre quello stile tipico della Sunset Boulevard degli anni ‘80. Dopo un’ora di ottime canzoni e con un Mark Evans scatenato che, per colpa del suo eccessivo dinamismo, rischia di perdere la voce verso la fine nell’arpeggiante e corale pezzo “Find Another Way”, giungiamo alla fine di un trionfo non per forza scontato. I dubbi erano tanti, ma gli Heavens Edge con la loro determinazione e la loro spavalderia li hanno fatti sparire. Il quintetto di Philadelphia esce a testa alta da questa fantastica serata promettendo di ritornare più forte che mai con l’imminente quarto album in studio. Il rock melodico è ancora vivo e in buone mani e gli Heavens Edge sono uno dei loro imprescindibili custodi.




Scaletta:
01. Play Dirty
02. Rock Steady
03. Had Enough
04. Daddy’s Little Girl
05. Let’s Go
06. Gone, Gone, Gone
07. When The Lights Go Down
08. Lives (My Immortal Life)
09. What Could’ve Been
10. What’s He’s Got
11. Skin To Skin
12. Find Another Way
Formazione:
Mark Evans – Voce solista
Reggie Wu – Chitarra e cori
David Rath – Batteria
Steve Parry – Chitarra e cori
Jaron Gulino – Basso
H.E.A.T.




Lo spettacolo degli svedesi H.E.A.T. è onestamente uno dei più attesi del programma e il penultimo in scaletta. Innanzitutto, dopo vari corteggiamenti i cinque vichinghi entrano finalmente nella scuderia della Frontiers facendone enormemente alzare il livello qualitativo. Poi bisogna aggiungere che in Italia sono molto amati e in effetti grazie al loro seguito di fan, la platea risulta stracolma di gente. Dopo un “buonasera” in modo stentato del cantante e leader Kenny Leckremo, si parte in quarta con l’elettrizzante “Disaster” che fa letteralmente vibrare di gioia l’intera location, preludio a quello che sarà una tempesta musicale e siamo solo all’inizio. La successiva e robusta “Rock Your Body”, fa capire che più che una tempesta polare questa è un vero e proprio vortice di aria bollente. Il palco si infiamma con l’aggressivo singer scandinavo che corre a destra e manca urlando come un forsennato seguito a ruota dall’infuocata chitarra elettrica del virtuoso Dave Dalone e dalla battente sezione ritmica capitanata dal folle drummer Don Crash. Anche la melodica tastiera di Jona Tee pur mettendo un freno ai decibel sprigionati dagli altri strumenti contribuisce alla frenesia e alla potenza armoniosa delle canzoni veicolate egregiamente dalla rabbiosa e pulita, ma anche graffiante ugola di Kenny. Questo arrembante inizio prosegue senza sosta con il loro tipico suono di puro hard rock melodico dalle spiccate venature metal, dove lo spregiudicato e irrequieto vocalist riesce a coinvolgere senza sforzi un estasiato e annichilito pubblico. Ne è una prova la coinvolgente “Dangerous Ground” il cui video clip viene rappresentato nel grande monitor dietro la batteria. La festa sonora, la pura allegria e la vivacità degli svedesi continuano con una set list da urlo e con canzoni epiche che hanno fatto la storia del gruppo di Upplands Vasby, come nel caso del rock maestoso e ritmato di “Hollywood”. Qui i nostri dimostrano di essere bravissimi a sfornare grandi cori e ammalianti melodie. In tutto questo fragore spicca l’ottimo lavoro dietro le pelli del batterista Crash, vera e propria dinamite della band che con l’amico Jimmy Jay riesce a dare ai pezzi dei galoppanti e superlativi ritmi. Non c’è una canzone di basso livello, tutte sono memorabili ed energetiche per far saltare e cantare il popolo del festival. Una di queste e la martellante e cadenzata “Beg Beg Beg” che coinvolge soprattutto nel minuto centrale dove si trasforma in “War Pigs” dei Black Sabbath in omaggio al compianto Ozzy Osbourne. Siamo all’apoteosi e onestamente non ricordo da tempo un concerto così roboante e dirompente. La magia degli scandinavi è palpabile anche nei momenti più sensibili come nel caso della raffinata ed elegante “Cry”, talmente ricca di pathos da far commuovere lo stesso Kenny Leckremo. L’ultima “Living On The Run” che poi alla fine diventa la penultima nella scaletta è un entusiasmante inno epico che rimane scolpito nei cuori di tutti. Intelligentemente gli H.E.A.T. dato il tempo ancora rimasto e dato che sono gli unici meno chiacchieroni della serata, regalano ai fan un’altra e ultima gemma conclusiva. La loro ricetta dal lontano 2008 è sempre la stessa, ossia comporre canzoni meravigliose, orecchiabili, radiofoniche e facilmente assimilabili sin dalle prime note. Poi se aggiungiamo la loro professionalità e la loro attitudine dal vivo allora possiamo affermare come questa band sia perfetta sotto tutti i punti di vista. Come scritto prima, la chiusura e’ affidata a “One By One” presa da Heat II, non prevista all’inizio e che esce fuori dal cilindro magico del combo. Il groove è pazzesco e infernale in quanto i ragazzi confermano quanto siano a loro agio nei live meritando sicuramente di essere in futuro gli headliner di un prossimo Frontiers Rock Festival. Il refrain ultra melodico e la forza dei taglienti riff del tecnicissimo Dalone fanno esplodere le urla e le battute di mani dell’insaziabile pubblico rocchettaro stipato ai piedi di un gruppo importante ancora affamato di gloria e che si diverte, senza risparmiarsi, continuando a far rallegrare i propri supporter.




Scaletta:
01. Disaster
02. Rock Your Body
03. Dangerous Ground
04. Hollywood
05. Rise
06. Nationwide
07. Redefined
08. Cry
09. Beg Beg Beg / War Pigs
10. Back To The Rhythm
11. Running To You
12. Living On The Run
13. One By One
Formazione:
Kenny Leckremo – Voce
Dave Dalone – Chitarra
Jona Tee – Tastiera
Jimmy Jay – Basso
Don Crash – Batteria
Night Ranger




Non vi dico quanto si faccia sentire la stanchezza dopo quasi sette ore in piedi, ma adesso occorre fare l’ultimo sforzo perché i mitici Night Ranger tornano per la terza volta in Italia. Penso che dopo i fuochi d’artificio sparati dagli H.E.A.T. con una prestazione sbalorditiva, sia difficile andare oltre. Invece mi sbaglio! I californiani alzano ulteriormente l’asticella offrendoci uno spettacolo che rimane sicuramente nella storia del festival. I Night Ranger sono una icona importantissima dell’hard rock melodico americano degli anni ‘80; oltre a creare dei pezzi memorabili sono dei musicisti preparatissimi e con un enorme esperienza. Accolti da uno spaventoso boato il combo comincia a macinare chilometri di musica buttandosi a capofitto sulle tracce dei primi tre dischi della loro eccellente carriera; il tutto con vigoria e allegria che contagiano tutti i presenti. In realtà anche i successivi album meritano tantissimo, dato che la formazione propone sempre degli standard qualitativi elevati senza perdere il proprio originale marchio di fabbrica. Certo, i tre veterani della formazione non sono più dei giovanotti, in quanto il bassista e cantante Jack Blades ha 72 anni, il chitarrista Brad Gillis 68 e il batterista e cantante Kelly Keagy 73, ma nonostante tutto continuano a picchiare di brutto e a destreggiarsi sul palcoscenico con agilità e velocità. Quest’ultimo artista poi ci deve spiegare perché si fa posizionare la sua enorme batteria sull’estremo lato destro del palco rendendosi praticamente invisibile a chi è posizionato sull’emisfero destro del Club. Mistero, anche se lo fa sempre in ogni concerto. Dai primi minuti dell’iniziale “You Can Still Rock In America”, preceduta da un inatteso preludio di “Fight For Your Right” dei Beastie Boys, si percepisce che i nostri eroi sono in forma smagliante grazie anche alla presenza di Keri Kelli, egregio chitarrista metal dallo straordinario curriculum e dal grande estro. Oltre a suonare perfettamente riesce anche a movimentare lo show indossando, per pochi minuti, la maschera di un lupo e battendo le bacchette in modo corale insieme a Blades e a Gillis sulle pelli e i piatti della batteria di Keagy. Quindi un ottimo supporto al grande Brad che con la sua fumante sei corde elettrica si sbizzarrisce in incredibili virtuosismi e in assoli pirotecnici. La raccolta proposta è spaventosa e ineguagliabile dato che parliamo di sedici canzoni megagalattiche dove alcune sono addirittura il manifesto di intere generazioni, come la grintosa e tellurica “Don’t Tell Me You Love Me”, l’intramontabile e tirata “Night Ranger” o la riflessiva e roccheggiante “When You Close Your Eyes” entrambe con indovinati e orecchiabili ritornelli da cantare in arene affollate come questa in cui ci troviamo. La forza del combo statunitense non sta solo nella presenza dei mostri sacri citati in precedenza ma anche nel grande lavoro svolto dal tastierista Eric Levy che fa la sua parte con precisione, come nella conosciuta hit “ The Secret Of My Success”, tratta dalla colonna sonora dell’omonimo film con Michael J. Fox. L’esibizione è un crescendo continuo di emozioni e abilità tecniche e vocali, come quelle offerte dai due cantanti Blades e Keagy entrambi impegnati nel non facile doppio ruolo. Quest’ultimo è poi un fenomeno non solo dietro la batteria, ma anche dietro al microfono cantando sempre con una calda e passionale timbrica vocale. Il concerto è lungo ed oltre ai classici del gruppo, come la malinconica “Four The Morning “, la battente e cadenzata “Seven Wishes”, i musicisti suonano la sentimentale e ammaliante “Sentimental Street”, interpretata divinamente da Kelly guidato anche dai magici tocchi della tastiera di Levy. Naturalmente il buon Jack riprende anche il suo passato con i Damn Yankees, proponendoci la spensierata e divertente cover “Coming On Age”, la ballata acustica “Come Again” e la struggente “High Enough”, facendo suscitare un delirio totale di adorazione dei presenti che apprezzano inneggiando a Blades. Tra sorrisi, incitazioni, fischi di approvazione e grida festanti si chiude il live supersonico e trionfale dei Night Ranger. Onestamente loro e gli H.E.A.T. stasera sono stati memorabili e peccato che non si sia provveduto a registrare, per un futuro live, queste due magnifiche esibizioni. Blades e company ci mostrano non solo professionalità e bravura che erano giustamente sottintese ma soprattutto un grande affiatamento tra di loro e una grande voglia di divertire e divertirsi con gli amanti di una musica immortale come quella dell’hard rock. Alla fine gli artisti visibilmente soddisfatti salutano la splendida comunità del festival promettendo di ritornare. Naturalmente li aspetteremo a braccia aperte. Distrutto e con il sorriso sulle labbra mi dirigo quasi zoppicando verso l’auto! Ho bisogno di un po’ di riposo. Domani c’è l’ultima tappa del festival e voglio presentarmi in forma.




Scaletta:
01. (You Can Still) Rock in America
02. Four In The Morning
03. Seven Wishes
04. Sing Me Away
05. Coming Of Age
06. Sentimental Street
07. The Secret Of My Success
08. Rumours In The Air
09. High Road
10. Night Ranger
11. Come Again
12. High Enough
13. Goodbye
14. When You Close Your Eyes
15. Sister Christian
16. Don’t Tell Me You Love Me
Formazione:
Jack Blades – Basso e voce
Kelly Keagy – Batteria e voce
Brad Gillis – Chitarra
Eric Levy – Tastiera
Keri Kelli – Chitarra



