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Diario dal terzo giorno: la globalità del metal una comunità che abbatte i suoi pregiudizi
Il giorno tre è quello in cui mi rendo conto che ho fatto il giro del mondo senza muovermi dal bosco. Indonesia, Giappone, Londra, Nashville, Danimarca, tutto nello stesso recinto, tutto nello stesso linguaggio. Il metal è questo: una lingua globale che parte da una cittadina sperduta e arriva qui, e che quando funziona davvero ti costringe a guardarti dentro e a buttare giù i muri che ti porti addosso. Più il solito caldo da girone, che oggi mi ha fatto fare scelte da patrizio. Andiamo.
Jakob Stegelmann e l’Aarhus Symfoniorkester: il nonno dei nerd
Si apre sul palco grande con una roba bellissima e fuori formato: Jakob Stegelmann con l’Aarhus Symfoniorkester, la nørdmusikken, la musica nerd. Stegelmann in Danimarca è una leggenda vivente, il volto del programma TV Troldspejlet, e ormai è come quel caro nonno che ti racconta le storie con cui sei cresciuto, con le sue battute e un’orchestra fantastica dietro a dare corpo a temi senza tempo. Bellissimo. Però faceva un caldo bestiale, di quelli in cui il sole gioca sporco, e a una certa mi sono detto: ma perché soffrire? E da lì comincia la mia giornata da patrizio del metallo.
Intermezzo da patrizio, con barba e capelli
Me ne sono andato nell’area VIP, che diciamolo, è l’area dei patrizi: il biglietto costa di più, ma c’è spazio, poca gente, ombra, ristoranti col cameriere che ti serve al tavolo, vari bar. Ieri lì mi ero fatto le unghie. Oggi vedo che c’è il barbiere, una crew ateniese parecchio rock’n’roll e street, di quelli che girano i festival sponsorizzati da Monster, e mi dico: sai cosa? Fa troppo caldo, vado a farmi barba e capelli e mi trovo un po’ di refrigerio. Detto, fatto. Un metallaro di mezzo secolo che si rifà il look mentre fuori arrostiscono tutti.
Powerplant: colonna sonora di un taglio di capelli
Una delle cose che amo del festival è proprio questa: mentre i barbieri di Atene mi lavoravano di forbici, di sottofondo arrivavano le note dei Powerplant, da Londra, punk crudo cucito a synth freddi e meccanici, lo-fi e ipnotici, quel suono da camminata in una città in rovina al neon. Non li ho visti per intero, li ho vissuti dalla sedia del barbiere, ed è stata la colonna sonora distopica più azzeccata che potessi chiedere per rifarmi la testa sotto il sole. A volte il festival te le serve così, di striscio, e sono perfette.
Soilwork: Porchetta Melo-Death
[Stefano]
Mentre Davide si fa coccolare, Björn ‘Speed’ Strid suda come un maiale sotto il sole cocente.
Da vero professionista, però, gira la situazione a suo vantaggio e ci tira fuori delle braciole melo-death vecchio stile, dritto da Göteborg. Solo adesso, sotto questo palco, capisco quanto mi sia mancato il death svedese: l’orsacchiotto Björn rievoca una scaletta melodica all’inverosimile, giocando a fare il ponte tra i vecchi riff e i ritornelli da stadio dei suoi Night Flight Orchestra.
Chiamatelo pure pop-melo-death, chiamatelo freakshow, ma il loro è un lavoro sporco specie quando devi far muovere un pubblico danese tramortito dall’afa. Per fortuna ci pensa il frontman a rendere palesi i nostri pensieri con un’uscita epica mentre l’asfalto di Refshaleøen sfrigola:
‘What a fucking scorcher! But it could be worse… we could be in France!’
La melodia rinfrescante dei Soilwork ci ha fatto un gran bene. Imprescindibili se ti piacciono la vita e il death metal. [\]
All Them Witches: cowboy oscuri nella polvere
Esco con la testa fresca, i capelli appena tagliati, e vengo travolto dalle note degli All Them Witches, da Nashville, che stavano suonando al Pandemonium, il palco sabbioso, con tutta quella polvere sospesa e quell’odore di sabbia nell’aria. Loro fanno una roba che non sta in nessuna gabbia: heavy psych, blues, doom, americana, ogni riff come un respiro della natura. Uno show da cowboy oscuri quali sono. E io, preso da una terrazza, li ascoltavo da lì sotto il sole, con quell’odore di sabbia addosso, e mi sentivo davvero un cavaliere oscuro in un deserto dell’Arizona, una roba western e spirituale insieme. Ero a un passo dalla crisi mistica, qualcosa di oscuro e sacro al tempo stesso. Bello, coi capelli freschi e quella pace ritrovata.
St. Digue: il carrozzone circense trovato per caso
Cammino, e mi imbatto nel Buzz N’ Roll, il palchetto mobile con le ruote, due metri quadri di batteria, sintetizzatore e chitarra che si muove nella zona d’ingresso del festival. Sopra c’è St. Digue, alias di Kasper Deichmann, darkwave elettronica e industrial rock dell’underground di Copenhagen, uno che mette in musica l’esperienza neuro divergente, fatta di trauma, alienazione e radici black metal. E lì assisto a un carrozzone circense elettro-techno che si muove portandosi dietro una processione di metallari che ballano a ritmo di tarantelle elettriche, bei campionamenti, ne ho beccato uno tipo “Common People” dei Pulp che mi ha steso. Mezz’ora scarsa, ma travolgente, gente felice, atmosfera perfetta, e soprattutto inaspettata: era in programma, ma io l’ho semplicemente trovato camminando.
E qui una nota mia, perché la cosa mi tocca da vicino. Lui mette in musica proprio quel cervello che va a mille e fuori sincrono, e io questo diario l’ho aperto tre giorni fa parlando del neuro speziato che è in me. Lo avevo già visto un paio d’anni fa, e si nota una maturazione vera: lo spettacolo è cresciuto, la personalità c’era già ma adesso ha incastrato la tecnica coi dettagli e con quello che ha da dire. E ha tanto da dire. Ottimo artista della scena di Copenhagen.
Voice of Baceprot: il muro che cade in tempo reale
Ecco, se devo dire il gruppo che più mi ha colpito tra le scoperte di tutto il festival, sono loro. Voice of Baceprot, tre ragazze indonesiane da Singajaya, un villaggio della reggenza di Garut, West Java, una zona conservatrice. Si sono conosciute da ragazzine a scuola, le ha portate al metal il loro insegnante, e “baceprot” in sundanese vuol dire “rumorose”. Suonano col velo, sono musulmane, e per questo si sono prese di tutto, perfino sassate e lettere minatorie, ma hanno trasformato la cosa in una piattaforma invece che farsi zittire. Pezzi come “School Revolution” o quella canzone il cui titolo è una preghiera per avere il permesso di suonare. Il loro punto, che dicono chiaro, è che non vogliono essere ridotte al velo: vogliono che si parli della loro musica. E la musica è metal, rap e alternative rock, suonata con una precisione che non ti aspetti.
Ma la scena madre è stata sociale prima ancora che musicale, ed è il cuore della giornata. Loro sono dolcissime, parlano con una vocina gentile, in contrasto totale con la roba che sparano. E all’inizio il pubblico di Copenhell era spiazzato. Non per pregiudizio, attenzione, e non perché le giudicasse dall’aspetto: le ragazze avevano già conquistato tutti con simpatia e curiosità. Era il pubblico a essere fuori dalla propria comfort zone, non sapeva bene come reagire davanti a quella roba lì. Finché a un certo punto la cantante, con la sua vocina, fa: ma sapete che in Indonesia, quando suoniamo questa, parte il circle of death? E in quel preciso istante il muro cade. Il pubblico si sveglia, si apre il circle of death, e comincia il vero show metal. L’ho visto in diretta, lo stereotipo che crolla in tempo reale, la comunità che si guarda dentro, riconosce il proprio spaesamento e lo butta giù lì su due piedi. Questa è la cosa più figa e più metal che potessi vedere. Tra l’altro l’Indonesia ha una delle scene metal più vive dell’Asia, hanno avuto perfino un presidente dichiaratamente metallaro, quindi altro che posto sperduto. Cercatele, ascoltatele, e guardate cosa rappresentano per le ragazze cresciute dove la libertà non è scontata.
Neckbreakker: Il vero compleanno di Copenhell
[Stefano]
La celebrazione ufficiale per i quindici anni di Copenhell arriverà pure con i prossimi headliner, ma la celebrazione vera, quella che racchiude l’idea seminale del progetto, è sul palco dei Neckbreakker.
Copenhell è nato attorno alla musica e alla comunità metal, un’identità incarnata fin dal giorno zero dal co-fondatore Anders Bøtter. Questo concerto, nei fatti, è la sua celebrazione e la sua rivincita, arrivata dopo l’addio al festival a causa di divergenze politiche con Live Nation.
Per Anders, Copenhell non sarebbe mai dovuto diventare l’ennesimo festival fotocopia fatto di grandi nomi preconfezionati, una versione in miniatura e sbiadita dell’Hellfest. Doveva essere un organismo profondamente scandinavo, capace di rischiare e di dare oggi un palco principale ai grandi nomi di domani, anticipandone il successo. Band come Ghost, Hatebreed, Gojira, Sabaton, Myrkur sono state letteralmente incubate da Copenhell.
I giovanissimi Neckbreakker sono il tributo a questa filosofia. Cinque ragazzi danesi scaraventati su un palco gigante, con a disposizione tutto il fuoco necessario per incendiare il pogo più selvaggio, violento e polveroso dell’intera giornata. Il loro è un death metal primordiale intriso di attitudine hardcore: la linfa vitale di cui questo festival si nutre da quando muoveva i primi passi. Niente fuffa scenica, solo una dimostrazione di confidenza che vive di energia pura e di una profonda fratellanza metal sotto il palco.
I Neckbreakker sono saliti sul palco da promesse e ne sono scesi come il nuovo grande nome del metal scandinavo. Resta solo l’ironia di vedere che, mentre i tabelloni principali si ingolfano di nomi a prova di algoritmo, il vero trionfo del festival te lo porti a casa con cinque ventenni che hanno come unico piano di marketing quello di mandarti dal chiropratico col collo rotto.
Buon compleanno Copenhell ! [\]
15 Years In Hell: la festa di famiglia (con un rimpianto)
Questo show arrivava a coprire il buco lasciato dalla cancellazione dei Twisted Sister, e ci arrivavo con aspettative alte. Più di quaranta artisti della scena danese, generazioni e generi diversi, ospiti come Joey Belladonna degli Anthrax e Gus G, un concerto in cinque atti per i quindici anni del festival. È stato divertente, bella energia, una carrellata dei nomi più importanti di Danimarca, e soprattutto il segno di una scena che storicamente non collaborava molto tra generi e regioni e che oggi si ritrova unita. La comunità che si guarda dentro, di nuovo, ma stavolta a casa propria.
Due cose le voglio sottolineare.
La prima: Søren Andersen, probabilmente uno dei guitar hero più sottovalutati in circolazione, uno di quelli che sembra fare cose semplici e invece non lo sono per niente. Se vi piacciono i chitarristi veri, scoprìtelo.
La seconda: “Psychosocial” degli Slipknot cantata a due voci da Ditte Krøyer ed Emma Acs, uno dei momenti più alti della serata. Poi però il rimpianto, e lo dico da spettatore: secondo me hanno perso un’occasione. Avrebbero potuto affidare l’intero disegno dei quindici anni ai John Cxnnor, dargli un budget vero e un palco gigantesco per uno spettacolo definitivo, e sarebbe stata un’altra cosa. Così invece ci siamo divertiti, abbiamo cantato tutte le hit della storia, dai Black Sabbath fino a “Highway Star” dei Deep Purple, una bella rimpatriata sociale. Ma l’occasione speciale, quella vera, è rimasta sul tavolo. Vabbè, mica sono io l’organizzatore, che cazzo ne so.
Violent Magic Orchestra: l’illuminazione etilica di mezzanotte
Finito quello, arriva il classico problema del buon festival: troppi show belli in contemporanea. Si tentenna, andiamo agli Anthrax, andiamo di là, andiamo di qua. Poi, colto da un colpo di illuminazione etilica, ho detto: no, seguitemi, andiamo qui. E siamo finiti dai Violent Magic Orchestra, dal Giappone, ed è stato uno show definitivo. È così che si fa uno spettacolo a mezzanotte: black metal, industrial techno, noise, stroboscopi, un muro di suono che è un rave apocalittico, i corpi che volano nel crowdsurfing, un mosh pit furioso, tutto nel bosco notturno del Gehenna. Siamo usciti sudati e spaccati.
Il ritorno, e una scena alla Warriors
E poi, come ogni sera che si rispetti, al Biergarten a finirci a drink, col DJ che sparava hit metal a raffica, dai Pantera ai Guns N’ Roses, tutte, bellissimo. Così si chiude il giorno tre. Tornando, io e la mia ragazza ci siamo fatti un selfie che non condividerò. Ma sulla metro c’era anche altra gente, di ritorno da feste diverse, molto più eleganti e prestigiose delle nostre, e lì mi sono sentito un po’ come Swan in The Warriors, in quella scena mitica in cui il branco, reduce dalla sua notte di battaglie, incrocia quelli vestiti bene che tornano dal ballo. Due mondi sullo stesso vagone. E io stavo dalla parte giusta.
Perché alla fine è tutto qui. Tre giorni in cui il metal mi ha portato in mezzo mondo restando fermo in un bosco, e in cui ho visto una comunità capace di guardarsi dentro, riconoscere i propri spaesamenti e i propri pregiudizi, e buttarli giù in tempo reale. Questa è la globalità del metal, e questa è la tribù. Il branco torna a casa.
Giorno tre archiviato, e manca ancora l’ultimo atto. Tre ragazze col velo, arrivate da un villaggio del West Java, che in una canzone chiedono soltanto il permesso di fare musica. E un bosco intero, dall’altra parte del mondo, che gliel’ha concesso aprendo il circle of death. Se il metal è una preghiera, “God, Allow Me (Please) to Play Music”, quella sera è stata esaudita.
Crediti
Scrittura: Davide Bonavida
Foto & Editing: Stefano_c_o
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