Copenhell 2026 – Giorno 2: Dai Sepultura al garage di Austin


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Diario di un metallaro che invecchia, tra caldo infernale, sangue nuovo e una domanda sola: cos’è il metal?

Il giorno due me lo porto addosso fin dal risveglio. La stanchezza di ieri me la sento oggi, perché funziona così a una certa: il conto te lo presentano il giorno dopo. I cinquant’anni si fanno sentire, e il caldo di quest’anno è roba da girone infernale, una temperatura che la Danimarca non aveva mai visto. Quindi la giornata la vivo tutta su un asse solo, fisico e mentale: da una parte il Pandemonium e l’Helvíti, sole, polvere, arsura, dall’altra il Gehenna, il bosco, il mio rifugio, il refrigerio. Avanti e indietro tra l’inferno e l’ombra. E in mezzo una domanda che oggi non mi molla: ma il metal, oggi, cos’è?

 

Gridiron: Hardcore come primo amore

Comincio dal Gehenna, e comincio col primo concerto della giornata: Gridiron, da Baltimora, hardcore vecchia scuola con dentro un’anima hip-hop, riff bassi e groovy, breakdown che spaccano, una voce che sputa strada. Vedere oggi questi ragazzi farlo davanti a un sacco di gente giovane mi ha fatto un certo effetto, perché l’hardcore per me è stato il primo amore. È il momento in cui, da ragazzino, sentivo i Negazione, i Raw Power, e dicevo: ecco, questo è il mio suono, questo parla a me. Sangue nuovo per il core. Gloria al sangue nuovo.

E qui mi metto già le mani avanti con me stesso, perché il rischio, a cinquant’anni, è diventare quel tipo lì. Quello che dice che la musica nuova fa schifo e che bisogna ascoltare quella vecchia. Me lo dicevano anche a me, negli anni novanta, i più grandi: lascia perdere quella roba, ascolta i Deep Purple, i Led Zeppelin, quella sì che è musica. A me i classici piacevano eccome, ma i Nirvana erano fighissimi, e oggi i Nirvana stanno nei pinnacoli della storia. Quindi no, non voglio fare quella fine. Ho deciso che oggi avrei ascoltato il nuovo senza pregiudizi.

 

Rap Martin Rap: Un dito

[Stefano]

Niente pietismo o retorica inclusiva. Martin sta dritto sul palco come un dito medio eretto in faccia alla frustrazione della burocrazia, all’alienazione nei quartieri popolari e all’ipocrisia di una società che ti preferisce invisibile e sedato dentro un modulo assistenziale. Non servono la rabbia o la cattiveria, bastano delle clave gonfiabili e la festa nel pogo. Una spallata li seppellirà.

Punk, caustico, ed alzando un solo dito. [/]

 

(0): Intellettuale e brutale

Al Pandemonium, sotto il sole pieno, sono andato a prendermi gli (0), gruppo danese che non sto neanche a incasellare in un genere, perché le etichette mi stanno strette. Diciamo che pescano dal post-metal, dal blackgaze, dal doom sperimentale, e tirano fuori una roba bella e brutale insieme, precisa come la matematica e caotica come le emozioni. Growling, chitarre ipnotiche, un suono gelido che ti tira dentro come un buco nero, ogni pezzo come un capitolo di un rito. Apertura bellissima, emozioni romantiche, una bella storia. Una nota a margine: di black metal vero, quest’anno, in cartellone ce n’è pochino, quasi niente. Gli (0) sono stati una delle poche finestre su quel mondo lì, ed era buio del migliore.

 

## Intermezzo da patrizio, con smalto rosso

Qui mi concedo una digressione, perché il diario è anche questo. Crepando di caldo mi sono rifugiato nel villaggio, la parte RIP, quella dove entri solo col biglietto giusto, e io, per fortuna, mi sento un po’ patrizio e ce l’ho. Bei ristoranti, ombra, e tra le cose che non ti aspetti, pure la manicure. Quindi sì, mi sono fatto fare un bello smalto rosso e sono uscito da lì contento. Un metallaro di cinquant’anni con le unghie rosse, e a me sta benissimo così.

 

Die Spitz: La scossa che mi serviva

Sempre per scappare dal caldo torrido e dalla polvere torno al Gehenna, quello nel bosco, a cercare un po’ di refrigerio, e lì mi becco la sorpresa più bella: i Die Spitz, da Austin, Texas. Punk sporco, crudo, esplosivo, chitarre fuzz, voce furiosa, quel mix di punk, garage e grunge tirato con un’attitudine da chi se ne frega delle regole. Pezzi corti, selvaggi, onesti. La loro energia mi ha tirato su di brutto, mi ha dato la spinta che cercavo per la giornata. Tanto che ho detto: io da qui non mi muovo più. E infatti è da quel palco lì che ho finito per vedere il meglio.

 

Rotten Leprechaun: Gli zombie fanno Punk

[Stefano]

Invece io scappo, rubo qualche minuto al concerto delle fantastiche Die Spitz per inoltrarmi nell’underground locale.

“Siamo i Rotten Leprechaun… no, volevo dire i KISS! … e questa canzone parla di Zombie!”

“… e ora un altra canzone sugli Zombie” (x13)

Deliziosamente punk-rock e ironicamente Misfits, Rune e Tobias hanno portato una ventata di fresca semplicità gridata ad alto volume. Odore di casa (stregata) e di scantinato da centro sociale occupato dagli zombie.

Quota underground fondamentale, una band da tenere d’occhio [/]

 

PRESIDENT: Fuori dalla comfort zone

I President li ho beccati al Pandemonium, e devo essere onesto: mi hanno portato fuori dalla mia comfort zone. Quel modo di cantare non è roba a cui sono abituato in un contesto metal, e per i primi pezzi ho fatto fatica. Però vedevo le giovani leve sul palco che cantavano, si divertivano, mi tiravano dentro, e allora mi sono lasciato andare. Al terzo, quarto pezzo ero entrato. Performance favolosa. Hanno qualcosa da dire e lo dicono, e quel qualcosa viene recepito dalle nuove leve del metal, che ho visto sotto il palco davvero coinvolte, davvero prese. E se una cosa tocca quelle corde lì, vuol dire che c’è. Il consiglio, soprattutto a quelli della mia età, è proprio questo: andateci senza pregiudizi, provate a sentire. Uscire dalla comfort zone non è facile, ma è roba di sostanza.

Poi, a una certa, il corpo ha presentato il conto. Cedimento da caldo, in piena botta di sole, nonostante mi fossi scolato un litro e mezzo d’acqua. Pagavo anche la giornata prima, che era stata parecchio folle. Così mi sono ritirato nel boschetto della mia leggenda, il Gehenna, a rimettermi in sesto.

[Stefano]

O gli tirano la verdura, o lasciano tutti senza parole. Alla fine sono successe entrambe le cose.
La verdura è arrivata da chi non li ha ascoltati; gli applausi da chi, invece, si è fermato a sentire. Un concerto da top-grade: chi tra il pubblico è riuscito a superare lo shock dei primi dieci minuti è rimasto unanime nel giudizio. Look minimale, studiato per nascondere qualsiasi espressione. Movenze compassate. Base minimale e suono leggero. Pochi breakdown gridati e chitarre domate strette. Tutto si concentra sulla voce, sui testi e su quei rari movimenti concessi sul palco. È l’esatto opposto del metal a cui siamo abituati: fatto di furia, muri di suono e dramma ostentato anche quando si parla della tenia che divora il cervello. I President mettono in piedi uno show leggero nei suoni ma caustico nei contenuti e nell’interpretazione, dove i rari sprazzi di violenza arrivano, proprio per questo, amplificati. [/]

 

End It: Il ritorno dell’hardcore

Al Gehenna, rimesso in piedi, gli End It da Baltimora mi hanno riportato dritto al cuore del discorso. Hardcore brutale e intenso, pezzi corti ed esplosivi, testi di rabbia e coscienza sociale, niente filler, band e pubblico fusi in un’unica cosa rovente. Non li conoscevo, li ho scoperti lì, e ho visto di nuovo tantissimi giovani sotto il palco. E lì mi è venuto da pensare una cosa: l’hardcore è tornato. L’avevo già visto ieri con i Twenty One Children, oggi me lo confermano da Baltimora. Un po’ come negli anni ottanta, l’hardcore come fenomeno globale, con la sua energia pura e quella coscienza sociale che a me, all’epoca, diceva qualcosa. È tornato rinnovato, ma inalterato nello spirito. E forse è proprio quella la purezza dell’hardcore. Aòs.

 

Calva Louise: Il nodo in gola

E poi è arrivata lei, la band della nuova ondata che più volevo vedere oggi, quella che ascolto a ripetizione da un mese e mezzo, che adoro, che ha qualcosa da dire sul serio. Calva Louise, trio britannico-franco-venezuelano, alternative rock che non si fa mettere in gabbia da nessun genere: energia punk, elettronica, estetica psichedelica da fantascienza, tutto frullato in un suono che è solo loro, e che secondo me nasce proprio da quel mélange di radici diverse che si portano addosso.

Ma qui non sono riuscito a trattenere le lacrime, e non per la musica soltanto. Jess, la cantante, è venezuelana, e il giorno prima il Venezuela è stato spaccato da un terremoto terribile, due scosse fortissime una dietro l’altra, La Guaira e Caracas in ginocchio, centinaia di morti e decine di migliaia di persone date per disperse. Una tragedia enorme, e lei viene proprio da lì. Si è aperta dicendo che non sapeva se sarebbe riuscita a cantare, oggi. Poi ha detto: no, io sono estremamente privilegiata, perché sono qui. Voglio suonare, e voglio suonare anche per loro, per dare speranza. E si è messa a piangere.

Io quella cosa lì la capisco fino in fondo. È il senso di colpa dell’expat, quando vivi lontano e succede qualcosa di tremendo là dove sei cresciuto, dove ci sono i tuoi cari e i tuoi amici, e tu non sei lì. Ti senti in colpa, e impotente, perché non puoi fare niente. Mi ha toccato in un punto preciso. E lei, da artista vera, ha trasformato quel dolore in un dono: sincera, senza fronzoli, con tanta sostanza, notevole quando passa dalla chitarra al piano cantando. Dà molto. Dà tutto.

 

Bring Me The Horizon: La speranza dei depressi

L’Helvíti, il palco principale, lo hanno chiuso loro: Bring Me The Horizon. Lo so, qualcuno dei vecchi storce il naso. Io li avevo già visti dal vivo una decina d’anni fa e mi erano piaciuti parecchio, e ammetto una cosa: quando li ascolto da disco non li capisco fino in fondo. Però dal vivo li adoro come spettacolo, e soprattutto, dal vivo, capisco.

Perché lì ho visto il picco di una generazione intera, la Z. Una generazione cresciuta con internet attaccato addosso, piena di dubbi, sommersa di informazioni, con tassi di depressione più alti di quelli di prima. E ho visto come questa band ci parla. Il cantante, che con quel tatuaggio in faccia è probabilmente la persona meno intimidatoria che abbia mai visto, parla, dà speranza, costruisce un contatto vero con la sua gente, li coinvolge, fa salire una ragazza sul palco. Quella connessione lì, fatta di fuoco, spettacolo, gamification, ma soprattutto di amore autentico per la fanbase. Se la meritano, di stare lassù. E mi sono chiarito un’altra cosa: i loro testi saranno pure cupi, depressivi, ma parlano a chi ci è passato, e lo fanno in un modo che dà speranza. Dietro c’è amore, unione, energia, il rialzarsi davanti alle botte. E questo, signori, è metal. Per questo, anche se da disco non li afferro, vedendoli dal vivo capisco che l’heavy metal non morirà mai.

 

Sepultura: Il commiato, e il valore del tempo

Il gran finale, allo Hades, è stato roba mia da sempre: Sepultura. Il logo che avevo gigante, in cima allo zainetto di scuola. Rivederli mi ha fatto bene e mi ha fatto pure incazzare un po’, per una ragione precisa. Perché Andreas Kisser, l’uomo che a questa band dà il nerbo, è probabilmente il guitar hero più sottovalutato del mondo. Non lo nomina mai nessuno. Si parla sempre dei fratelli Cavalera, di quanto è bravo e bello Derrick Green, e va benissimo, ma di Kisser silenzio. E invece è lui che cuce insieme la precisione del thrash e il fraseggio brasiliano, è lui che con le accordature basse e l’intreccio ritmico ha plasmato il suono tribale dell’era Roots, è lui la spina dorsale tecnica del gruppo. Bisogna dirlo, una volta tanto.

Concerto fantastico, e a un certo punto sono saliti sul palco una decina di ragazzi della crew a suonare le percussioni nei pezzi più tribali, roba come “Ratamahatta” e “Roots Bloody Roots”, un muro di tamburi che dal vivo ti entra nello sterno. E chiudono. E mentre chiudono mi rendo conto che questo è un commiato, il loro addio, ed è lì che si lega tutto il discorso della giornata.

Perché in fondo oggi ho fatto un solo discorso, dalla mattina alla sera: il tempo. Seneca diceva che non è che abbiamo poco tempo, è che ne sprechiamo tanto, e che la vita è abbastanza lunga se sai come usarla. E allora il dilemma del metallaro che invecchia smette di spaventarmi. Il tempo passa, i cinquant’anni si fanno sentire, il caldo ti stende, le band che amavi salutano. Ma il sangue nuovo c’è, l’hardcore torna, i ragazzi sotto il palco sentono le stesse corde che sentivo io. Il metal non muore, cambia pelle. E finché c’è uno come me che a cinquant’anni si fa lo smalto rosso e si commuove per una band scoperta un mese fa, non sto sprecando un secondo.

 

Giorno due archiviato. I Sepultura lo sanno meglio di tutti: prima o poi torni sempre alle tue radici. E finché c’è chi le sente vibrare, l’heavy metal non morirà mai.

 

Crediti

Scrittura:  Davide Bonavida

Foto & Editing:  Stefano_c_o

A crave for darkest blacks? find the photos on my flickr

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