Copenhell 2026 – Giorno 4: La vita è troppo breve per rincorrere tutto


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Diario dall’ultimo giorno: la vita è troppo breve per rincorrere tutto

Quarto e ultimo giorno, e il caldo oggi è proprio afoso, di quelli che ti si appiccicano addosso e ti tolgono la voglia. E forse è stato proprio il caldo a regalarmi il filo di questa giornata, perché mi ha costretto a scegliere. Non rincorrere ogni palco, non spuntare ogni nome dal programma come una lista della spesa, ma vivere bene poche cose, lasciare spazio alle chiacchiere, ai drink, alle persone. La qualità del divertimento contro la quantità. Ai festival è la lezione di sempre, e oggi me la sono ripassata tutta.

Tanto che ho aperto saltando un concerto. Volevo vedere i Trollfest, lì vestiti da fenicotteri rosa, ma il caldo non mi metteva nel mood giusto, e allora niente. Sono andato a mangiarmi qualcosa di tipico danese, uno stegt flæsk med persillesovs, la pancetta croccante con la salsa al prezzemolo e le patate, il piatto nazionale.

[Stefano]

Sono d’accordo con Davide, la vita e’ troppo breve e il programma troppo magro per trascinarmi la macchina fotografica per altri chilometri di festival. Mollo tutto e mi dedico agli amici, quindi le foto celebrano solo gli amici e la famiglia Copenhell.
Prima del suo arrivo assisto a un gradevole concerto dei Social Distortion, che riassumo completamente con le parole dello stesso Mike Ness sul palco:
“Tre accordi, un bel testo, nient’altro. È tutto quello che vi beccate per il prezzo del biglietto”.  [\]

 

Il campo portoghese-italiano degli amici della collina di Copenhell

 

 

Katla, e la fregatura dell’aspettativa

La prima band che volevo davvero sentire erano i Katla, e qui mi sono preso la prima delusione. Bel palco, fatto a forma di castello, loro dentro col batterista che canta pure. Ma a dirla tutta, a me sono risultati noiosi. Quattro pezzi e mi sono rotto.

E c’è di più, perché qui mi sono sentito un po’ fregato. Dalla descrizione del festival, con tutta la metafora del vulcano, mi ero fatto l’idea di una band islandese, mistica, tanta roba. E invece i Katla sono danesi, di Copenhagen, vicini di casa. Il bello è che esiste pure un’altra band omonima, Katla. con il punto, e quella sì che è islandese, col batterista che viene dai Sólstafir. Due gruppi con lo stesso nome, e io che aspettavo i ghiacci d’Islanda mi sono ritrovato i ragazzi del quartiere. Carini eh, la scena danese non si discute, ma l’aspettativa tradita pesa. Così ho fatto la cosa giusta del giorno quattro: ho mollato il palco e me ne sono andato al tequila bar con Stefano e la crew di Copenhagen, e ci siamo piazzati sulla terrazza a chiacchierare e a berci degli ottimi cocktail.

 

Alestorm, e il pit che non finiva mai

Gli Alestorm non li puoi vedere sobrio, è proprio una questione di metodo: con tutti quegli inni alla bevuta devi essere almeno al primo stadio dell’ubriacatura, se no non funziona. E grazie alla tequila ci ero arrivato benissimo. Band piratesca, ironica, con i tipi da spiaggia e le papere gonfiabili, e capisco perfettamente che tanti non se la filano proprio perché è una roba troppo scanzonata. Ma cazzo, il loro show è travolgente. Anzi, è stato lo spettacolo che mi aspettavo dal festival, quello col crowdsurfing che non finiva mai, ondate continue. Ci si sedeva tutti per terra a remare come su una nave, addominali che mi fanno male ancora adesso, e poi su di nuovo a ballare. E ho fatto una delle cose che adoro di più: mandare i giovani metallari al loro primo viaggio sopra la folla, in crowdsurfing. Dopo un’ora e un quarto siamo usciti in un bagno di sudore e gioia, coi muscoli doloranti anche dove non sapevo di averne. E sì, prima che me lo chiediate: sono scozzesi, di Perth, non svedesi. Geografia metal, anche oggi.

[Stefano]
Forse ero un po’ in colpa o semplicemente ispirato all’abnegazione di Bruce Dickinson, decido di fare uno stunt con Davide nel pit. Infilo una tutina verde da green screen e vado di crowd-surfing selvaggio e balletti. A voi uno scatto in cui potete agilmente ritagliare la mia sagoma verde per farvi photoshoppare insieme a Davide “Don Laido” e Liv. 

(nota personale: lo spandex fa sudare a fontana) [/]

 

Riposo da patrizio, tra Saxon, vichinghi e antichi romani

Dopo gli Alestorm ci voleva un meritato riposo, e me lo sono preso sulla collina, con i Saxon che arrivavano da lontano come colonna sonora. Avevo più bisogno di fermarmi che di un altro concerto, e va bene così. Poi il villaggio vichingo, con i drink vichinghi tipo il mjød, in mezzo a un boschetto, e i volontari di qualche associazione vichinga vestiti di tutto punto. E a furia di manicure, barbiere e ozio nobile mi viene un dubbio serio: ma perché nessuno fa la stessa cosa con gli antichi romani? Come stile di vita, diciamocelo, non era niente male. Digressione chiusa.

Lì siamo rimasti a chiacchierare con dei metallari greci, discorsi profondi e bellissimi, ridendo e stando bene per un bel pezzo. E così mi sono perso i Volbeat, di proposito. Sui Volbeat sarò onesto, e il direttore che li adora non se ne abbia a male: io ci ho avuto un cattivo imprinting. Mi era rimasta addosso un’impressione di anni fa, in un locale metal molto carino di Copenhagen che oggi non esiste più, e da allora non sono mai riuscito a scaldarmici. A me certe loro cose suonano come la canzone che farebbe la band cattiva in un cartone animato. Gusto personale, sia chiaro, e loro nel frattempo sono diventati famosi in tutto il mondo, quindi avrò torto io. Ma la vita è troppo breve per perdere tempo con una band che non mi dice niente, e questo è anche il bello del festival: scegli tu. E io ho scelto la chiacchierata, il tempo buono, il network umano del metal internazionale, che resta una delle cose più belle di tutte.

 

Volbeat – veleno

[stefano]

Zero reticenza e addosso tutta la stanchezza di chi ha appena perso cinque litri di sudore mi sdraio sull’erbetta ormai rinsecchita della collina e ascolto. I Volbeat, a casa loro, sono un nome divisivo: amati dagli ascoltatori generici (un po’ “butt rock”), guardati con sospetto dalla comunità metal locale (e.g. Davide) e non solo per questioni di genere musicale. Insomma, il pozzo è avvelenato.

Lo show è spaccone, da band europea americanizzata, Johnny Cash all’Eurovision. Indulgente, accattivante, accomodante. Piace proprio cosi, e ammetiamolo, la voce di Michael Poulsen è unica. La partenza è azzoppata. Il rockabilly blueseggiante non infiamma la massa dopo quattro giorni di fuoco; la gente è stanca, accaldata, e io stesso sonnecchio,  il pit comunque si muove. Tecnicamente granitici, assolutamtente confidenti, questi sono i Volbeat da esportazione in formato headliner. Gli ospiti di pregio donano l’anima di questa esibizione. Martin Leth Andersen (Strychnos) regala uno scorcio di memorabilitá. L’esecuzione di “For Evigt” insieme a Johan Olsen (Magtens Korridorer), eroe nazionale dell’underground, risveglia le vere emozioni, seppur malinconiche. Purtroppo, la passione intensa dura il tempo della canzone.

Forse ho bevuto anche io da quel pozzo avvelenato, ma mi resta in bocca uno retrogusto amarognolo. Ho amato quelle due canzoni con Martin e Johan, ma queste hanno inevitabilmente enfatizzato il mio senso di distacco per il resto del concerto: autoreferenziale. Il vero nodo in gola non è per la loro esibizione, tuttavia ottima e  fedele alla loro identità (nel bene e nel male); è che il loro esordio è arrivato in un momento in cui la band non sembra in grado di incarnare lo spirito di Copenhell. Troppo grandi per essere uno dei tanti nomi che ruotano sui palchi, troppo outsider per totalizzare il main slot. I Volbeat sono il trattamento patrizio di Davide, piacevolmente indulgente, comodo ed esclusivo, ma al mio naso non puzzano abbastanza di birra rovesciata tra le storie del Biergaarten. 

Evidentemente, anche gli dei nordici del metallo si sono infastiditi. O forse hanno avuto pietà. I fulmini cadono insistenti e violenti, il concerto è sospeso a un passo dal gran finale. Paradossalmente, il momento più magico, catartico e memorabile di tutta la loro performance.
Chiamatelo pure karma.
Qualcosa di brutto devo averlo fatto anch’io: nel bel mezzo del diluvio mi ricordo all’improvviso di aver lasciato spalancate le finestre di casa. In totale apprensione per il parquet, mi lancio in una ritirata ciclistica disperata sotto il nubifragio.
Il mio festival è finito. Da qui vi lascio soli con quel pazzo di Davide. [\]

 

Blood Fire Death, il tributo vero e la tempesta

Poi il momento giusto per i Blood Fire Death, e qui una precisazione per chi è cresciuto a pane e black metal come me. Questa non è una tribute band qualunque, e quei pezzi non sono “cover” e basta. I Bathory erano in pratica il progetto di un uomo solo, Quorthon, che non ha mai fatto un concerto in vita sua e che se n’è andato nel 2004. Quel repertorio dal vivo, dalla band originale, non si è mai visto e non si vedrà mai. Quindi quello che ho davanti è l’élite della scena che Bathory ha generato, che riporta in vita un’eredità altrimenti impossibile. Questo va molto oltre il tributo: è un atto d’amore.

E la sorpresa è chi sale a cantare. Una processione di eroi del black metal che si danno il cambio al microfono, da Gaahl a Grutle Kjellson degli Enslaved fino ad Attila dei Mayhem, sopra una macchina da guerra che mette in fila “A Fine Day to Die”, “Call From the Grave”, “Woman of Dark Desires”. Per uno come me è un sogno a occhi aperti.

Solo che proprio mentre siamo lì davanti al Pandemonium ad aspettarli, uno degli ultimi concerti del festival, arriva l’annuncio dell’evacuazione. Tempesta in arrivo, lampi, pioggia incredibile. E lì Copenhell si dimostra organizzato anche nell’emergenza, perché un piano c’era davvero: tutti dentro uno dei grossi padiglioni, il B&W Hallerne, la vecchia sala dei cantieri navali dove avevano fatto pure l’Eurovision quando si tenne a Copenhagen. Io ho trovato rifugio sotto il bancone del bar grazie ai volontari, e siamo rimasti lì un quarantacinque, cinquanta minuti. Poi è passata, e hanno annunciato che lo show sarebbe ripreso.

Il finale al Biergarten, e il ritorno a casa

Il Copenhell non può chiudere senza il suo rito: il Biergarten. Ballo, pogo, crowdsurfing, gente in piedi sui tavoli, posto pieno, il DJ che spara Rage Against the Machine, Prodigy, Metallica e tutti i classici che più ne metti più ne ha. L’energia del vero finale, la celebrazione di chiusura anche di quest’anno.
E anche quest’anno si torna a casa felici. Con la sensazione di aver imparato qualcosa, di aver rotto gli schemi, di aver visto cadere i pregiudizi davanti ai propri occhi, e di aver legato con tante belle persone, quelle nuove e quelle di sempre. Quattro giorni in cui il sacro si è mescolato al profano, in cui ho fatto pace con l’età e col tempo che passa, in cui il metal mi ha portato in mezzo mondo restando fermo in un bosco, e in cui ho scelto la qualità invece della quantità senza rimpiangere niente.

Ci si vede l’anno prossimo. E se proprio devo dirla tutta, come ho scritto il primo giorno, il Copenhell è come il Natale. Anzi no, mi correggo: batte il Natale dieci a zero.

 

Crediti

Scrittura:  Davide Bonavida

Foto & Editing:  Stefano_c_o & gli amici del gruppo

A crave for darkest blacks? find the photos on my flickr

 

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