28/04/2018 : Frontiers Rock Festival – Day 1 (Trezzo, MI)

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28/04/2018 – Frontiers Rock Festival (Day 1) – Live Club, Trezzo Sull’Adda (MI)

Stryper
Quiet Riot
Michael Thompson Band
Praying Mantis
Ammunition
Bigfoot
Hell In The Club

Giunto alla quinta edizione, il mio primo Frontiers Rock Festival da reporter e da fan proveniente dal profondo Sud, è stato un’ottima esperienza professionale e di vita, ma vi confesso che all’arrivo al Live Club ero stato preso da un senso di perplessità e di scetticismo perché i nomi proposti nel cartello non erano forse il massimo e all’altezza delle edizioni passate. La stessa sensazione negativa l’ho colta, prima di entrare nel locale, con il pubblico in coda all’ingresso, cogliendo impressioni, attese e malumori contrastanti sul bill presentato quest’anno.
Come spesso accade, per fortuna, le cose cambiano in breve prospettiva e, dato che “l’abito non fa il monaco”, devo ammettere di essere stato smentito alla grande perché in questa prima parte dello show ho assistito a delle esibizioni musicali appassionanti e coinvolgenti e questo importante weekend di musica live è filato liscio come l’olio, lasciando alla fine tutti contenti e soddisfatti.

Gli spettacoli proposti dalla Frontiers non sono solo delle rassegne di bravi artisti ma un’occasione per incontrarsi, fare amicizie e dimenticare, anche se per poco, i problemi e lo stress della vita quotidiana. La label napoletana ha trovato in Italia, nel paesino di Trezzo Sull’Adda (MI), nel Live Club il suo tempio musicale e credo che migliore scelta non potesse essere fatta. Struttura bellissima, moderna e al top situata in un punto geografico strategico che permette a molti, soprattutto stranieri, di raggiungere facilmente la location, compreso me per la soddisfazione del mio caporedattore, che fino all’ultimo ha temuto non trovassi il luogo dell’evento. Ottimo l’ampio parcheggio gratuito, meno il ristorante e il bar interno, perché molto cari per un metallaro squattrinato come il sottoscritto, ma nel complesso utile e funzionale. Carino invece lo stand allestito dall’etichetta italiana, dove si potevano comprare cd, lp e gadgets di tutti i tipi.

Come da consuetudine, la prima serata del 27 aprile è riservata a chi ha acquistato il VIP Tickets, che permette l’accesso esclusivo al party prima dell’inizio del Festival per assistere ad un unplugged esclusivo, che ha visto protagonisti quest’anno: Kip Winger, FM, Issa, Michael Thompson Band, Michael Sweet e Oz degli Stryper. Il prezzo è alto perché comprende, giustamente, una serie di servizi esclusivi e serve a finanziare le spese del Festival. Per pochi e non per tutti ma ci sta. Stiamo vivendo un momento economico di transizione e le case discografiche, per vari motivi, non hanno più gli utili di una volta e per organizzare questi eventi servono tanti soldi che solo i concerti possono ancora garantire.

Adesso bando alle ciance e godetevi il resoconto di questi due giorni per un evento che ormai è diventato un appuntamento fisso, creato appositamente per gli amanti dell’AOR e dell’hard rock melodico internazionale.

Hell In The Club

Il nostro Festival comincia il 28 Aprile alle 15 in punto e i primi ad esibirsi, purtroppo davanti a poco pubblico, in perfetto orario, sono gli italianissimi Hell In The Club, che in trenta minuti incendiano con il loro sound infernale la sala, proponendo alcuni pezzi del loro vasto e prolifico repertorio di street e glam metal, come le famose “We Are The Ones” e “Shadow Of The Monster”. I quattro rockers sono in forma smagliante. Dave Moras non sta fermo un minuto e coinvolge il pubblico con la sua voce sagace e con la sua abilità nel muoversi sul palco. L’impassibile Andrea Piccardi con i suoi assoli emette vampate di fuoco e Marco Lanciotti martella con la sua batteria senza sosta, affiancato dal preciso basso di Andrea Buratto. Tra i brani proposti spiccano quelli dell’ultimo album, come la melodica e accattivante “We Are On Fire” e la simpatica “Houston We’Ve No Money”, che trascinano i supporters più scatenati. Durante l’esecuzione di quest’ultimo pezzo entra in scena un uomo in tuta d’astronauta che attraversa il palco lanciando in platea banconote di carta, che naturalmente sono false. Piazzato in prima fila, dietro le transenne, provo a raccoglierle pensando di recuperare le spese del mio lungo e costoso viaggio ma si tratta solo di carta straccia. Fossero stati i Guns And Roses avrei avuto una speranza, dato che stanno facendo soldi a palate con la loro finta reunion e il loro ultimo e infinito tour mondiale. Che dire, il futuro di questi ragazzi è nelle loro mani e il successo di vendite dell’ultimo lavoro “See You On The Dark Side” ne è una prova lampante. Continuate così!

Bigfoot

Alle 15 e 30 in successione si presentano i britannici e sorprendenti Big Foot, che partono in quarta con la bellissima e melodica “Tell Me A Lie”, confermando in pieno la loro attitudine sul palco. I giovani inglesi fondono il loro hard rock moderno con il sound rock, tradizionale e grezzo degli anni ‘80, senza perdere di vista la melodia e questa sera ci offrono i pezzi più importanti del loro omonimo debutto discografico, come la ballata “Forever Alone”, la graffiante e zuccherata “The Fear” e la potente “Uninvited”. Il singer Antony Ellis, nonostante sia un po’ in sovrappeso, è un animale da palcoscenico e mostra una voce sicura e convincente e il resto della truppa, da lui trascinata, riconferma i giudizi positivi di combo votato ai concerti dal vivo, finendo l’esibizione al Frontiers con un ampio consenso. Convincenti, simpatici e sempre disponibili con i loro fans, li ho visti in giro per due giorni al Festival divertendosi e ascoltando musica. Grande attitudine e promossi a pieni voti.

Ammunition

Con gli Ammunition in teoria si alza il livello musicale, ma in pratica, purtroppo per la band norvegese, le cose non vanno per il verso giusto. Per alcuni problemi tecnici, l’amplificazione e la regolazione dei suoni degli strumenti incidono in negativo sulla performance del gruppo. Sarà stata l’assenza di Erik Martensoon impegnato con i suoi Eclipse o la stanchezza ma il povero cantante Age Sten Nilsen improvvisa e fa i salti mortali per evitare delle figuracce con la sua voce e con la sua chitarra, che non riesce a suonare bene tanto da abbandonarla sul palco. Le iniziali “Time” e “Tear Your City Down”, non decollano del tutto e quasi tutti i pezzi del loro album d’esordio, in pieno stile classic hard rock melodico, perdono d’effetto sull’ascoltatore. Si salvano dal grigiore generale la rockeggiante “Klondike”, la folgorante e dolcissima semi ballata “Miss Summertime”, l’ottimo refrain di “Freedom Finder” e la melodica in stile western “Eye For An Eye”, accompagnata da eccellenti cori. Jon  Pettersen con la sua chitarra riesce a non distrarsi, fornendo almeno lui una prova soddisfacente. Chiudono con la super melodica e quasi rock/pop “Wrecking Crew” ma sono vittime di una giornata storta. Peccato!

Praying Mantis

Dopo tanti giovani artisti seguono in ordine i veterani Praying Mantis, attivi dal lontano 1974 grazie ai fratelli Troy che per fortuna, ancora imperterriti, continuano il loro ottimo progetto artistico. Gli inglesi non hanno però raccolto nel tempo la fama che meritano, ma nonostante tutto il gruppo continua ancora a proporre del buon hard rock melodico di stampo britannico. Per loro questo Festival è un’occasione importante per registrare, con la Frontiers, il primo CD/DVD live della loro lunga storia e soprattutto pubblicizzare l’imminente uscita del nuovo album intitolato: Gravity”. Bella la scaletta dei vecchi brani, dove spicca il sound heavy metal di “Children Of The Earth” e di “Fight For Your Honour”, impreziosito dalla rauca ed ammaliante voce del cantante olandese John Cuijpers, che durante lo spettacolo fa presente agli spettatori che il chitarrista Tino compie gli anni e intona per l’occasione il motivetto di Happy Birthday. Ottima la scaletta, che propone le migliori canzoni del passato come con la bellissima “Captured City”, “Highway” e la dolce  ballata “Dream On”. Interessanti le canzoni del nuovo disco “Keep It Alive” e “Mantis Anthem”, che convincono per ritmo e melodia. Ottima performance, senza sbavature e con un grande coinvolgimento di pubblico che è rapito dal loro suono in pieno stile NWOBHM. Bravissimi!

Michael Thompson Band

La serata comincia a scaldarsi con l’arrivo dell’intramontabile e bravissimo sessantaquattrenne Michael Thompson, accompagnato dalla sua super band. Per quest’artista l’età non conta e si vede subito quando con i suoi tecnicissimi assoli di chitarra fa tramortire di gioia i presenti al Live Club, raccogliendo calorosi applausi e ovazioni di ogni tipo. In verità il merito non è solo il suo ma anche dell’eccezionale cantante Larry King, che è semplicemente perfetto con la sua caldissima voce e del grande bassista Larry Antonino (Unruly Child), che ha pure cantato in qualche brano. Ho pianto ascoltando la fantastica e super melodica iniziale “Can It Miss”, continuando con “Secret Information”, che mi hanno ricordato i miei amori adolescenziali e la mia spensierata giovinezza.
Tecnica e capacità esecutiva allo stato puro per canzoni AOR intramontabili e superlative, come per il lento “Give Love A Chance”, dove vi confesso di avere pianto, tanto è stupenda questa canzone d’amore. L’unico aspetto negativo dell’esibizione è la mia consapevolezza di essere invecchiato perché Michael mi ha fatto ritornare indietro negli anni migliori della mia vita.
La bellissima e AOR “High Times” tira su il morale a tutti i presenti e conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, la bravura infinta della Michael Thompson Band, che a breve farà uscire sul mercato un nuovo album. Posso affermare, con certezza, che con gli Stryper sono stati il miglior gruppo della prima serata canora.

Quiet Riot

I californiani Quiet Riot sono invece una di quelle band storiche dove sono transitati moltissimi artisti e dove all’interno della formazione è successo di tutto. Dopo il trionfo degli eighties, gli insuccessi, gli split e lo scioglimento del gruppo, finalmente per la prima volta in assoluto suonano in Italia, ma senza i fasti di un tempo, con Frankie Banali e Chuck Wright unici superstiti del periodo d’oro, dove con i dischi Metal Health” e “Condition Critical” hanno venduto milioni di copie, diventando un’icona del metal classico internazionale.
I defunti Kevin Dubrow e Randy Rhoads (Ozzy Osbourne), il primo cantante, il secondo talentuoso chitarrista sono stati i fondatori e le colonne portanti del gruppo americano negli anni ’70. Entrambi sono stati traditi da un destino beffardo e alla loro memoria il gruppo attuale, in questa memorabile serata, dedica le canzoni proposte, ottenendo il consenso di un affettuoso pubblico, che li acclama con passione dal primo all’ultimo minuto del concerto.
Le iniziali e vigorose “Run For Cover” e “Slick Black Cadillac”, fanno subito effetto e presa sulla gente del Festival e le immortali “Cum On Feel The Noize”, “Condition Critical” e “Metal Health”, sono i capolavori e le canzoni più belle della loro esibizione milanese. Ed è tutto dire! Non voglio essere cattivo ma i brani recenti (per intenderci, gli ultimi due dischi) hanno uno stile completamente diverso, con poca creatività, poco metal e non lasciano il segno.
James Durbin è bravo nel cantare e gridare a squarciagola, raggiungendo delle tonalità altissime e difficilissime, ma paragonato al suo illustre predecessore Dubrow sembra un pesce fuor d’acqua e quest’aspetto si sente proprio nei vecchi brani. A suo favore posso dire che è un ottimo intrattenitore ed ha saputo interagire con i fans da vero frontman portando energia ed entusiasmo per tutto il live. Durante lo show ha pure indossato la maschera di ferro, simbolo dei loro primi dischi di successo. Ottime le esecuzioni delle intramontabili e hard rock “Let’s Get Crazy”, e della melodicissima “Love’s Is Beach”, dove Benanti con la sua rumorosa batteria (con addosso una maglia con lo stemma di calcio del Milan, che ha mostrato compiaciuto) e Grossi con la sua ruvida chitarra elettrica danno il meglio. Il nostro Alessandro Del Vecchio è stato poi la ciliegina sulla torta suonando la tastiera in “Thunderbird”, dando così al brano un tocco più attuale. Da segnalare in chiusura la cover degli AC/DC, “Highway To Hell” suonata senza infamia e senza lode. Indovinata la scaletta dei classici, ma al momento i Quiet Riot sono una band non indispensabile nel panorama hard rock internazionale, pur rimanendo sempre degli ottimi e preparati musicisti.

Stryper

Gli ultimi a calcare il palco di questo interessante sabato sera sono gli headliner americani Stryper, che chiudono magnificamente la prima giornata. I christian metal californiani iniziano il loro concerto in quarta proponendo i loro fondamentali classici, dall’epica “Yahweh”, proseguendo con la corale e melodica “Calling On You”, per passare al thrash di “More Than A Man”. La semi ballata “Honestly” fa venire i brividi già dalle prime note e dimostra tutta la loro classe dal vivo così come la recente “Revelation”, che mostra tutto il lato religioso del combo. Fantastica l’esecuzione del puro metal di “To Hell With The Devil”, ma la stessa cosa si può dire per la speed metal “Soldiers Under Command”.
Orientati adesso ad un più pesante heavy metal, gli statunitensi ci presentano alcuni pezzi del nuovo album, uscito il mese scorso, con canzoni di sicuro impatto e successo come “God Damn Evil”, “The Valley” e “Sorry”, che riscuotono grande apprezzamento da parte dei fans. Sugli scudi per l’ottima performance cito lo stratosferico Oz alla chitarra solista e il nuovo bassista Perry Richardson (ex Firehouse) al debutto live con la band dei fratelli Sweet. Michael è in forma smagliante e si nota quando deve destreggiare la sua voce per i problemi tecnici iniziali dovuti all’audio, che non gli permettono di aver un buon ritorno del suono negli auricolari. Bravi e potenti, quanta basta per chiudere con il botto il primo giorno del Frontiers Rock Festival, dimostrando che la loro seconda giovinezza è in atto e che non intendono fermarsi proponendo un sound più duro rispetto agli esordi. Ah, dimenticavo il lancio di libretti con il marchio Stryper durante lo show, dove i quattro ferventi cristiani ci indicano la loro visione del vangelo. Fantastici e originali!

Alla fine, dopo nove ore in piedi e con la stanchezza accumulata dal viaggio, saluto con il sorriso sulle labbra il Live Club e scappo in auto nel mio alloggio. Bella la serata iniziale, che fa ben sperare per l’ultimo giorno, impreziosita dalla mitica band di Michael Thompson, dall’eccellenza italiana degli Hell In The Club e dagli instancabili Stryper.

Live report di Christian Rubino. Foto di Giuseppe Scordio. Di seguito altre foto della giornata.

Hell In The Club:

Bigfoot:

Ammunition:

Praying Mantis:

Michael Thompson Band:

Quiet Riot:

Stryper:

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